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“Avanti Savoia”, attimo di silenzio…. #lorenzamorellocè

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di Lorenza Morello

“Lorenza, questa sera l’aspettiamo al Circolo. Il nostro Re torna in Italia e noi dobbiamo accoglierlo”.

Attimo di silenzio

“Pensi un po’ che divertente, Conte, Lei vive ancora in una monarchia, io vivo in una repubblica”.

E riattaccai il telefono.

Questo il primo ricordo che mi è tornato in mente quando ho appreso della dipartita dell’ultimo Re d’Italia, Vittorio Emanuele. Personaggio le cui ombre sono note, ma forse non è oggi il giorno per parlarne. Vent’anni fa, il 15 marzo 2003, i Savoia tornarono in Italia dopo 57 anni d’esilio. Il 15 luglio dell’anno prima, infatti, era stata pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale la legge costituzionale, approvata con due votazioni a maggioranza assoluta da entrambe le camere, che annullava gli effetti del primo e del secondo comma della XIII disposizione transitoria e finale della Costituzione: fu così che agli eredi maschi venne consentito il rientro in Italia.

Con l’entrata in vigore della legge costituzionale venivano quindi abrogati i primi due commi mentre è rimasto valido, ed è tuttora nella Costituzione, il comma che riguarda i beni dei Savoia.

In parlamento avevano votato contro l’abolizione dei primi due commi Rifondazione Comunista, il Partito dei Comunisti Italiani, parte dei Verdi e alcuni deputati e senatori della Margherita e dei Democratici di Sinistra (i due partiti che poi si sarebbero uniti per formare il Partito Democratico). La Lega si astenne, perché all’epoca era ancora convintamente federalista e critica nei confronti dell’unificazione nazionale. L’ultimo voto al Senato avvenne il 15 maggio del 2002, mentre quello alla Camera l’11 luglio. In questa votazione il risultato fu 347 voti per il sì, 69 per il no e 44 astenuti. Un anno prima il governo, allora presieduto da Silvio Berlusconi, aveva espresso ufficialmente il suo parere favorevole al rientro dei Savoia. E il 4 febbraio 2002 Vittorio Emanuele di Savoia, figlio dell’ultimo re Umberto II, diffuse questo comunicato dalla Svizzera: “Mio figlio [Emanuele Filiberto, ndr] ed io con la presente diamo formale assicurazione circa la nostra fedeltà alla Costituzione repubblicana ed al nostro presidente della Repubblica”.

Il 15 marzo 2003, alle 14.45, un aereo Falcon 900 proveniente da Ginevra atterrò all’aeroporto napoletano di Capodichino. A bordo c’erano Vittorio Emanuele di Savoia, la moglie Marina Doria e il figlio Emanuele Filiberto. Scelsero Napoli perché l’ultimo re d’Italia, Umberto II, era molto legato alla città e visse lì dal 1931.

All’aeroporto c’erano più che altro sostenitori monarchici che accolsero i Savoia con applausi. Ci furono tensioni con alcuni giornalisti, spintonati e insultati dai più esagitati tra quei sostenitori.

E di lì a breve vennero a Torino, accolti al circolo del Whist (di cui alla mia defezione iniziale). Spiegare la realtà della nobiltà a chi non conosce il Piemonte, e soprattutto Torino, non è semplice.

Oggi Torino si è svegliata sotto la pioggia, uno stuolo di loden verdi già pronti per andare in Duomo ad accogliere il loro sovrano, e un’altra parte della città indifferente e che guarda questo evento come un qualcosa che oscilla tra il folkloristico e l’anacronistico.

E scegliere da che parte stare, spesso, è questione di opportunità più ancora che di nascita.

 

 

(10 febbraio 2024)

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