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HomeGeopoliticaI tempi dei cambiamenti climatici secondo i negazionisti

I tempi dei cambiamenti climatici secondo i negazionisti

di Vanni Sgaravatti

In molti testi sul cambiamento climatico si legge che il degrado ambientale renderà presto inabitabili città come Dacca, Cardiff, Giacarta. La Libia non era considerata, non fa notizia, faceva già parte delle terre a rischio. Ma non nella nostra percezione, come sempre. Nella percezione di molti miei concittadini, che trovano più interesse nelle scelte di alleanze o nelle affermazioni che si scambiano i nostri politici locali (chiamando queste narrazioni: la politica), considerano i discorsi ambientali che riguardano altri paesi, dibattiti di tipo culturale o intellettuale.

Ma quelli la cui vita è a diretto contatto con i disastri ambientali globali sono diversi da noi? Lo sono anche in termini di diritti ad una vita e ad una vita dignitosa? Dovrei sentirmi più rassicurato sapendo che intanto il miliardo di persone che stanno già morendo di sete e malattie sta un po’ più in là? Sono un po’ più lontani? E quindi le previsioni catastrofiste non possono riguardarmi? Lontani quanto? Il tratto di mare che ci separa dalla Libia è sufficiente per sentire lontani quelli che stanno dall’altra parte? Si parla di aridità e poi di inondazioni in un crescendo che renderà inabitabili fasce fino a trenta gradi attorno all’equatore e renderà molto difficile sopravvivere nell’Africa settentrionale. Anche nell’Europa meridionale. Sì, ma come dicevano i Celti: il cielo prima o poi ci cadrà sulla testa, anche se non oggi.

Però oggi un paese intero di fronte a noi rischia di vedere cancellate le già minime possibilità di sviluppo. Gli stessi interessi occidentali nell’estrazione del petrolio sono minacciati. E la questione paradossale, che dovrebbe ribaltare i termini delle questioni sociali che affrontiamo è che la migrazione non sia il problema, ma la soluzione. E non è detto che riguardi solo gli Africani, gli Asiatici, o i Libici. Ha riguardato molti abitanti del Sud Italia, e sta riguardando gli italiani e non solo in passato.

L’immigrazione è stata una componente fondamentale dei sapiens. La capacità di adattamento a nuovi ambienti ha permesso alle popolazioni di espandersi. L’agricoltura ha indotto una stanzialità, portando inizialmente a malattie dovute a scarsità di proteine e amidi, ma ha permesso poi un aumento della popolazione, anche per la possibilità di far passare meno tempo tra un parto e un altro. Quando i terreni si impoverivano, però, le persone migravano nuovamente, mentre quelli che occupavano terreni ancora fertili, si dovevano difendere dalle migrazioni provenienti dalle zone più aride come quelle del Sahara occidentale. La predisposizione al commercio dei sapiens è stata la variabile di successo anche rispetto ai neandertaliani, perché permetteva di ottenere beni necessari da altri, potendo così specializzarsi nella produzione di un bene specifico. Nasceva così la migrazione delle cose.

Le variazioni climatiche erano una causa fondamentale delle migrazioni e ce ne sono stati diverse, al punto che già a quell’epoca gli abitanti delle steppe poterono contare su maggiori risorse e migrare al sud per conquistare i territori vicini.

L’agricoltura è stata portata in Europa circa 18 mila anni fa da una componente di migranti quelli che venivano dal Medio Oriente. Si parla, ad esempio, di circa 300 anni di riscaldamento che produssero il degrado e la rovina del Medio Oriente, al tempo di Assiri. Ed i rifugiati climatici di allora fondarono Babilonia. Allora già l’impero egiziano tentava di costruire muri per evitare l’afflusso di rifugiati, ma con scarso successo. L’agricoltura circa 8.000 anni fa poteva ancora contare su composizioni sociali uguali, ma già dopo 2 millenni fu il motore di una disuguaglianza crescente tra le nascenti classi sociali. Il riciclo in agricoltura era un modo per contrastare l’impoverimento dell’azoto e la svolta nella manipolazione dell’ambiente fu l’invenzione agli inizi del ‘900 del processo chimico di Haber e l’industrializzazione di Bosch che permise la produzione dall’aria di azoto artificiale componente dei fertilizzanti.

Per i non-negazionisti questa scoperta potrebbe dimostrare che le modificazioni tecnologiche della vita contemporanea sono un unicum nella storia del mondo. Oppure quasi un unicum. Il precedente può essere rintracciato in un’altra invenzione prometeica: quella del fuoco.

Da questa più che estrema sintesi, traggo questa considerazione: è vero che grandi variazioni climatiche a partire da 65 milioni di anni fa hanno già prodotto estinzioni, causate dalla meteorite o dalla continua eruzione dei vulcani. Ed è vero che piccoli cicli di variazioni climatiche si sono registrate a partire dall’ultima glaciazione nell’arco di migliaia di anni. Ed è ancora vero che abbiamo già registrato in passato micro-variazioni di clima in un periodo di circa 300 anni, ma la contraddizione delle persone che negano dell’eccezionalità del cambiamento climatico attuale (a parte il fatto che variazioni così violente nell’arco di decine di anni non si sono mai registrate) è davvero curiosa.

Se da una parte le previsioni da qui a 60 anni permettono loro di essere poco sensibili, pensando che non riguarda loro e i figli, ma semmai in nipoti che conoscono a mala pena, dall’altra invece utilizzano, come contro osservazione tranquillizzante, il fatto che la terra ha sempre mostrato queste variazioni. Peccato che sono avvenute in migliaia o in milioni di anni e non so se questa volta siamo proprio in questa situazione. Aggiungendo poi, che le reazioni nei tempi passati in cui i sapiens già subivano variazioni climatiche non erano poi così piacevoli. Nessuno ha chiesto loro come consideravano, la mortalità, le malattie e soprattutto le grandi migrazioni in territori e case che non erano loro, dovendo inserirsi in culture autoctone, che come ben sappiamo tendono a respingere la propria.

Non credo che il punto di discussione dei negazionisti sia quello che sia esagerato prevedere l’estinzione di tutti noi per calore estremo, ma solo la rottura delle proprie culture, l’impossibilità di vivere come prima a casa propria. Hanno ragione loro: non tutti subiranno la morte definitiva per sete o cose simili. Allora mi ricordo un’ultima battuta che mi venne in mente quando, a proposito dei modelli geopolitici, ascoltai un imprenditore che mi diceva di essere stato a Tripoli un po’ di anni fa e di come lì non ci sono lacci e lacciuoli burocratici e che, quindi, la democrazia non era forse un modello efficace ed efficiente.

In effetti, sul fatto di non essere democratici e di essere un po’ razzisti, i cinesi, ad esempio, sono molto forti, ma l’attrazione di quel modello dipende da quale posizione tu pensi di occupare. Ti immagini forse, gli risposi, che in un regime siffatto saresti dalla parte di chi comanda, di chi stabilisce le regole, di chi sta dalla parte dei bottoni, dalla parte della razza superiore. Sei sicuro imprenditore che le tue attuali proprietà siano una ragione sufficiente per immaginare di essere dalla parte?

Sei sicuro caro negazionista climatico che quelle piccole variazioni che sono state affrontate con l’immigrazione, vedono te dalla parte di quelli che stanno fermi, sulla propria montagna incantata circondata da condizionatori? Forse potrebbe non essere sempre così incantata ed i muri dal costo sempre più proibitivo potrebbero essere sempre in via di crollare. Se sono stato in una posizione di privilegio lo sarò sempre. Siamo sicuri? Eppure, come dicono i negazionisti, questi catastrofisti da salotto sono profeti di sventure: non vedono che non c’è nulla di eccezionale, perché la terra ha sempre portato a queste cicliche variazioni: estinzioni, migrazioni di massa e, aggiungo, cambiamenti nello stato di privilegiato.

 

 

(12 settembre 2023)

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