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HomeIo la penso cosìLa moda del "burkini" dentro la moda dell'intolleranza di moda: il "burkini"...

La moda del “burkini” dentro la moda dell’intolleranza di moda: il “burkini” sarebbe “islamizzazione”

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di Silvia Morganti

“Chi viene da realtà diverse dalla nostra ha l’obbligo di rispettare le regole e i costumi.  La pratica di accedere sull’arenile e in acqua con abbigliamenti diversi dai costumi da bagno deve cessare. Non possono essere accettate forme di “islamizzazione” del nostro territorio, che estendono pratiche di dubbia valenza dal punto di vista del decoro e dell’igiene. Questo inaccettabile comportamento si colloca in un contesto nel quale si riscontrano sempre maggiori lesioni alle norme, ai principi e alle forme che sovrintendono la vita comunitaria, rischiando in tal modo di allargare la frattura nei rapporti fra la grande maggioranza dei monfalconesi e la componente islamica. Mi riferisco, fra l’altro, alla sempre maggior presenza in città di donne con il burqa, con la integrale copertura del viso che impedisce ogni identificazione ed è evocativo di una visione integralista, che fa parte anche questa della volontà di non rispettare regole e norme dei Paesi di arrivo, in particolare della componente proveniente dal Bangladesh, che registra la presenza più numerosa tra gli stranieri residenti in città. Comportamenti lesivi della rispettabilità e della dignità necessaria nella frequentazione di questi luoghi pubblici incidono negativamente nell’attrattività e nelle ricadute per i gestori dei servizi. Inaccettabile il comportamento degli stranieri musulmani che entrano abitualmente in acqua con i loro vestiti: una pratica che sta determinando sconcerto e che crea insopportabili conseguenze alla salvaguardia del decoro.”

È quanto scrive in una lettera aperta alla comunità musulmana locale la sindaca di Monfalcone, esponente della Lega, Anna Maria Cisint per proclamare un categorico rifiuto all’uso del burkini sulla spiaggia di Marina Julia a Monfalcone (Gorizia) (che la Regione Veneto ha invece dichiarato di accogliere, ndr).

Nel 1993 compaiono i primi costumi da bagno femminili prodotti dall’azienda turca Haşema. In Egitto, i primi costumi da bagno islamici furono prodotti e commercializzati a partire dall’anno 2000 con il nome di costume da bagno sharia e hijab da nuoto, un costume da bagno a collo alto, con le maniche ed una piccola gonna da indossare sopra i pantaloni lunghi.

Aheda Zanetti, stilista australiana di origine libanese, nel 2003 intraprende una ricerca di capi sportivi adatti alle donne musulmane. Il suo primo obiettivo, infatti, fu quello di realizzare un costume per la nipote che giocava a netball, sport praticato in Australia e in Nuova Zelanda, molto simile alla pallacanestro. L’uniforme indossata dalla squadra era un tradizionale abito islamico, non proprio adeguato allo sport. Creò così un capo più funzionale e in linea con la morale islamica: l’hijood (hijab: velo islamico e hood: mantello) che rappresentò di fatto un prototipo del burkini. L’idea piacque alla comunità islamica, tanto che Aheda avviò un business nel 2004 creando l’azienda Ahiida.

Nel giugno dello stesso anno disegna e produce i primi campioni in assoluto del costume da bagno BURQINI ® – BURKINI ® (un portmanteau di burqa e bikini) in base alle sue esigenze di donna musulmana che vive in Australia.

L’allora chiamato Modest Swimsuit doveva essere comodo, facile da indossare, avere flessibilità e fondersi con l’ambiente australiano e la cultura della spiaggia. Il BURQINI ® – BURKINI ® Swimwear e HIJOOD ® Sportswear è stato sviluppato in linea con il codice di abbigliamento islamico e ha ricevuto l’approvazione/certificazione ufficiale dalla comunità islamica per incoraggiare le ragazze/donne a partecipare ad attività sportive.

Dal 2006 negli Stati Uniti tali costumi sono noti come splashgear. Altre denominazioni sono veilkini e MyCozzie. L’aspetto è simile a quello di una muta subacquea dotata di cuffia integrata, ma sostanzialmente più flessibile e non fatta di neoprene.

Tornando alla vicenda di Monfalcone dobbiamo ricordare che non è la prima volta che il burkini si trova nell’occhio del ciclone.

Già nell’estate del 2009 alcuni sindaci dell’Italia settentrionale, esponenti della Lega Nord, emisero una serie di ordinanze locali per vietare l’uso del burkini nelle piscine comunali per motivi igienici e anche per “mantenere la pubblica decenza e serenità degli altri bagnanti, specialmente dei bambini“. In molti casi le sanzioni comminate per il mancato rispetto del divieto sono state poi annullate dall’autorità giudiziaria.

Nell’estate del 2016, a seguito della strage di Nizza, una trentina di comuni francesi con prevalenza del sud-est della Francia, vietarono l’uso del burkini sulle spiagge per motivi di ordine pubblico. Il primo a decidere di procedere a multare le donne con indosso il burkini è stato David Lisnard, sindaco di Cannes, appartenente al partito di centrodestra Ump. Con un’ordinanza datata 28 luglio 2016 vietò l’accesso alle spiagge e ai bagni a coloro che non avevano una tenuta rispettosa della laicità della Francia e delle regole d’igiene necessarie nel dominio pubblico marittimo

Il 5 agosto Lionnel Luca, dello stesso orientamento politico, decise di vietare l’ingresso nelle spiagge di Villeneuve-Loubet a tutti coloro che non usavano un abbigliamento corretto, rispettoso della laicità e del buon costume. Accadeva lo stesso in Corsica, a Sisco, in seguito a una violenta rissa scoppiata in spiaggia, tra alcuni nordafricani e dei giovani corsi per alcune foto scattate a donne che indossavano il burkini. Successivamente si aggiunsero altri comuni della Costa Azzurra: Beaulieu-sur-Mer, Cap d’Ail, Eze, Mandelieu-La Napoule, Mentone, Saint-Jean-Cap-Ferrat, Villefranche-sur-Mer e Saint-Laurent-du-Var.

Il 18 agosto Nizza, colpita dal grave attentato del 14 luglio, decideva di adottare la stessa linea restrittiva.

Per la città di Villeneuve-Loubet il provvedimento di divieto è stato poi sospeso dal Consiglio di Stato in quanto le motivazioni sono state ritenute insufficienti per la sua applicazione, creando un precedente sulla legalità del bando a livello nazionale.

L’uso del burkini è, in alcune circostanze, vietato nelle piscine e altri luoghi pubblici per presunti motivi igienici; proibizione basata sul presupposto del divieto di fare il bagno indossando abiti civili. Ma il burkini è un costume da bagno realizzato con lo stesso materiale dei classici costumi da bagno. Il tessuto che copre la testa inoltre ha la stessa funzione di una cuffia da nuoto.

“Il burkini è nato in Australia, all’interno dello stile di vita australiano. Si prefiggeva l’obiettivo d’integrare il mondo femminile islamico alla società australiana. L’intenzione era quella di uscire dagli steccati, musulmani, non musulmani e così via. Si tratta solo di farsi un bagno in mare. Questo è tutto” afferma Aheda Zanetti rivendicando la creazione del burkini come simbolo d’inclusione e non di oppressione e ricordando che tante donne di tutto il mondo sopravvissute al cancro della pelle o bisognose di una maggiore protezione dal sole le hanno inviato messaggi ringraziandola di aver prodotto questi costumi.

I progetti e la storia di Aheda Zanetti hanno avuto risonanza culturale, sociale e politica.

Il nome del suo modesto costume da bagno, il burqini®, è stato selezionato come Macquarie Dictionary Word of the Year nel 2011 e la sua storia è stata adattata per il cortometraggio The Modest Aussie Cozzie della pluripremiata scrittrice Alana Valentine. Il suo nome è presente nell’elenco della risorsa online BabyCenter India per i nomi dei bambini ispirati agli stilisti: Aheda appare al fianco di Stella (McCartney) e Gabrielle (Chanel).

Nel 2008, il velocista del Bahrein Roqaya Al-Gassra ha indossato il modesto abbigliamento sportivo Hijood® di Aheda durante le gare ai Giochi Olimpici di Pechino.

Aheda Zanetti inoltre fa parte di un piccolo gruppo di imprenditori musulmani con sede a Sydney che disegnano, vendono al dettaglio e commercializzano abbigliamento alla moda per il numero crescente di donne musulmane che vogliono vestirsi in modo creativo e alla moda pur esprimendo la loro fede.

Il lavoro della stilista è stato inserito anche nell’ambito della mostra “Faith, fashion, fusion: Muslim women’s style in Australia” (“Fede, moda, fusione: lo stile delle donne musulmane in Australia”) del 2012-2013 che presentava il mercato emergente della moda modesta e il lavoro di una nuova generazione di stilisti, rivenditori e blogger che offrivano abbigliamento alla moda e consigli di moda alle donne musulmane australiane che vestono in stili diversi e scelgono sempre più di interagire con le tendenze della moda globale esprimendo al contempo la loro fede.

Donne che condividono le loro esperienze e le loro conquiste, sfidando gli stereotipi dell’identità musulmana.

 

 

(21 luglio 2023)

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