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L’Italia, nonostante secoli di pregiudizi, ha infine scelto di adottare una nuova strategia nazionale di inclusione del popolo Rom

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di Silvia Morganti

Ogni 7 aprile ricade la giornata internazionale dei Rom, Sinti e Camminanti. Ma quanto ne sappiamo di questo popolo? È davvero una popolazione interamente costituita da criminali? Sappiamo come si chiama il pregiudizio e l’avversione contro il popolo rom?

Il popolo Romanì ha origini antiche. Avendo una cultura esclusivamente orale, è stato molto difficile seguirne le tracce nel tempo, ma l’ipotesi più accreditata è che i Rom abbiano lasciato il delta dell’Indo (fra l’India e il Pakistan) intorno al 1000 D.C.; inizia per loro una storia che racconta esodi, esilio, oppressione, schiavitù, deportazione, genocidio. Non sono quindi nomadi per cultura. I loro spostamenti sono sempre stato obbligati, generati dalla discriminazione e della persecuzione.  E proprio a causa delle numerose diaspore, i Rom sono un popolo senza terra. E per adattarsi a questo tipo di vita hanno dovuto scegliere lavori “adattabili” come l’artigianato, la lavorazione dei metalli.

Il mondo romanì è molto complesso e difficile da decifrare. Piuttosto che parlare di un unico popolo rom, è più corretto parlare di popoli rom, visto che le comunità principali della popolazione romanì sono anche divise in gruppi e sottogruppi. Ognuno con una propria specificità culturale, un proprio credo religioso, un proprio dialetto che appartiene alla lingua romanì, una propria etica basata su un complesso di regole morali vincolanti (chi non le condivide viene estromesso). Ogni gruppo rappresenta quindi una realtà sociale, culturale, religiosa e linguistica a sé stante. Molti tratti sono comuni come le credenze legate alla morte, l’amministrazione della giustizia, la lealtà alla famiglia, la tendenza a svolgere attività economiche che sfruttino la sovrapproduzione della società con la quale interagiscono e anche la disfunzionalità dei sistemi economici delle società stesse. Da quest’ultimo punto ne deriva la spiccata capacità di sfruttamento del territorio urbano attraverso l’elemosina e la divinazione o di dedicarsi a commerci ritenuti poco redditizi come ad esempio quello dei rottami.

Molti valori e tradizioni di questo popolo si sono persi nel momento in cui i rom si sono stabilizzati e integrati con le popolazioni non-rom o straniere, da loro definite gajikané o gadjé. Ogni gruppo e sottogruppo ha anche un etnonimo che riflette il sistema culturale proprio. Questo nome è la prima linea di confine tra il loro mondo e quello degli altri.

Nell’Impero Bizantino furono chiamati atsingani, forse perché, avendo la fama di stregoni, vennero associati ad una setta eretica che praticava la magia, conosciuta a Bisanzio con questo nome. Di qui, l’italiano “zingaro”, il francese “tsigane”, il tedesco “zigeuner”. Preferiscono essere chiamati Rom, che nella loro lingua significa “uomo”.

La popolazione romanì è fra le minoranze etniche più odiate in Europa. E l’Italia è il Paese europeo che in assoluto odia di più i Rom e i Sinti, nonostante la presenza rom in Italia sia fra le più basse in Europa.

I Rom sono lo 0,25% della popolazione italiana e questo dato è traducibile in circa 180.000 persone di cui solo 17mila vivono nei campi-sosta (secondo il Report annuale redatto dall’Associazione 21 Luglio e consegnato al parlamento italiano il 31/12/2021), oltre il 70% sono cittadini italiani e i restanti cittadini comunitari.

La stragrande maggioranza dei Rom e Sinti nel nostro Paese (4 su 5), vive in abitazioni convenzionali, studia, lavora e conduce una vita come quella di ogni altro cittadino italiano o straniero che vive sul territorio nazionale. Realtà poco conosciute anche perché molti non sono inclini a rivelare la propria identità per il timore dei pregiudizi e del clima ostile diffusi.

Hanno paura dell’antiziganismo cioè di quel pregiudizio e odio generalizzato verso i popoli rom, sinti e altri gruppi, anche chiamati, per lo più con connotazione negativa, zingarigitani o zigani. Si manifesta attraverso espressioni e atti individuali, politiche e pratiche istituzionali di emarginazione, esclusione, violenza fisica, svalutazione della cultura e degli stili di vita di Rom e Sinti e discorsi di odio.

L’Italia, con un decreto direttoriale del 23 maggio 2022, ha scelto di adottare una nuova strategia nazionale di inclusione del popolo Rom, che avrà valenza fino al 2030. Questa strategia nazionale è l’attuazione della raccomandazione del Consiglio dell’Unione Europea del 12/03/2021. Con questa nuova strategia vengono mantenuti i 4 pilastri per l’inclusione: scuola, lavoro, salute e abitazione. Un piano per contrastare la nuova ondata di antiziganismo e per promuovere la storia, la cultura e l’arte romanì.

 

 

(10 aprile 2023)

©gaiaitalia.com 2023 – diritti riservati, riproduzione vietata

 





 

 

 

 

 

 



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