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sabato, Giugno 25, 2022
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Il progetto Ucraina tra timori e speranze

POLITICA

di Vanni Sgaravatti

Riporto il mio punto di vista a conclusione del mio racconto sulla storia passata e recente dell’Ucraina, che ho raccolto cercando di essere il meno di parte possibile, pur essendo consapevole che la neutralità e l’assoluta imparzialità non esiste.

Normalmente nei miei articoli non espongo il mio punto di vista personale, per evitare che contrapposizioni pregiudiziali limitino un confronto aperto. Questa volta faccio un’eccezione.

Sul “progetto Ucraina”, non solo personalmente, ritengo che: 

  • l’Ucraina sia una nazione e un popolo aggredito, debba essere aiutato a difendersi, perché senza aiuti militari sarebbe occupata, annessa e smembrata dall’attuale potere russo, trasformando un territorio così vasto in un’area di continua instabilità con una lotta partigiana e, a quel punto, davvero terroristica di 300 mila civili ucraini armati;
  • l’Ucraina stia subendo una guerra crudele e sporca con insopportabili crimini di guerra in misura particolarmente elevata;
  • le cosiddette provocazioni della Nato, o meglio dei paesi che hanno sottoscritto il patto di mutua difesa, costituito e promosso dal blocco occidentale in funzione antisovietica, nel caso ucraino, sono solo giustificazioni russe, tant’è vero che gli occidentali sono anche accusati di non avere protetto, come i trattati richiedevano, i confini ucraini, di non aver fatto nulla per opporsi ad un evidente piano di espansione russa.

E questo secondo queste accuse, perché speravano di non dover pagare il costo anche economico di un conflitto aperto, come poi si è verificato. E così hanno contribuito a rallentare il processo di avvicinamento dell’Ucraina al modello democratico europeo, come richiesto e voluto dalla società civile ucraina:

  • gli obiettivi di Putin sono quelli di contenimento generale del modello occidentale, da portare avanti attraverso le sfere di influenza, individuate e rispettate attraverso un accordo, ripristinando i vecchi blocchi ed in cui in tali zone, la sovranità sarebbe, di fatto, molto limitata sia nelle politiche estere che interne;
  • la necessità di tale ridefinizione delle aree di influenza nasca da un’esigenza di sicurezza interna, ma che non necessariamente a favore del popolo russo, ma del modello oligarchico e non democratico di Putin.

Questa sicurezza è intesa come un mettersi al riparo dalle influenze del sistema occidentale, caratterizzato da una parte da un neoliberismo ed una globalizzazione che porta disuguaglianze ed un degrado terribilmente ingiusti, ma, dall’altra, da un livello di benessere attrattivo per chi vive una disuguaglianza ben maggiore in Russia e da un rispetto ampio dei diritti individuali e delle posizioni sociali e politiche delle minoranze, non compatibili con il modello politico di Putin.

Una difesa che risulta necessaria per mantenere il potere, a cui contribuisce la costruzione di un nemico esterno, che permetta di contenere le proteste dei dissidenti, evitando il contagio, dopo la repressione messa in atto da Putin. E questo, anche se proprio la storia dei paesi occidentali nel periodo della prima industrializzazione dovrebbe insegnare, non sempre avviene come frutto di una sistematica consapevole pianificazione:

  • la propaganda russa sia particolarmente violenta, mistificante, senza controllo (ho detto particolarmente, non esclusivamente) e prende pezzi di storia ucraina per far credere che sia permeata da tendenze naziste (come ho detto nel relativo paragrafo, sarebbe come dire che, essendo esistita in Italia la Repubblica di Salò ed alcune tendenze nostalgiche il nostro paese dovrebbe essere denazificato).

Ad esempio, per dare ampio risalto ad episodi di crimini dei filo-ucrani (si veda la storia riportata nel paragrafo), vengono drammatizzate le responsabilità, come nel caso dei separatisti che nel corso della guerra del Donbass si rifugiarono in un edificio pubblico in fiamme, morirono per esalazioni e fiamme e che fu raccontato come “dissidenti bruciati vivi” (rimando al paragrafo precedente, i dati “veri” del conflitto del Donbass). E, soprattutto, vengono presi quegli episodi, non come la dimostrazione che gli orrori in guerra non sono commessi da una parte sola, ma come la ragione che giustificava un’invasione:

  • la storia dell’Ucraina è senza soluzione di continuità una storia di ricerca dell’indipendenza dalla Russia. L’alleanza, quando c’è stata, era di tipo culturale, in tutte le occasioni in cui la parte preponderante in Ucraina, a partire dai partigiani e dai cosacchi contadini, che mettevano in primo piano la democratizzazione rispetto persino alla nazionalizzazione trovava un riscontro nei dissidenti russi (nel 1904, come nel 1989).

La storia delle lotte sia politiche che sociali contro l’oligarchia emersa dopo il crollo dell’impero sovietico fa comprendere la complessità di questa lotta che mal si presta ad una semplificazione propagandista:

  • le tendenze di destra radicale, che arrivarono ad allearsi con il nazismo, con i due battaglioni della Galizia, sono stato un episodio di una parte molto limitata dell’Ucraina dal 1940 al 1941 e per 3 mesi del 1945.

Anche se in quel periodo, dopo i milioni di morti per fame dovuti alla carestia artificiale staliniana, si sono registrati eccidi da entrambi le parti, non esiste alcun collegamento con i ragazzi, fotografati sotto le bandiere con croci celtiche, come in Germania, in Francia e in Italia e che trovarono l’occasione di esprimere la loro rabbia giovanile, non in manifestazioni a Bonn o a Parigi, ma nella guardia ucraina del Donbass:

  • quella Ucraina non è per gli Europei una guerra per procura, ma è un conflitto per la propria indipendenza proprio dai grandi blocchi e persino dagli americani: esattamente il contrario di quello che pensano in molti.

Putin vuole negoziare con Biden, perché è l’unico in grado di assicurare il negoziato sulle sfere di influenza, estromettendo gli europei, che non sono, in questo caso estromessi per specifica volontà americana:

  • in Usa, come in altri paesi ci sono diverse tendenze: da quelle favorevoli all’espansioni dei mercati, a quelle favorevoli al non interventismo nella Prima guerra mondiale del Presidente Wilson, fino all’ “America first” di Trump.

Del resto, è il ruolo che rende più imperialista un paese di un altro: il Lussemburgo, come l’Italia non hanno colpe nella guerra fredda: per forza, la colpa l’abbiamo avuta quando avevamo la forza abbiamo conquistato il mondo all’epoca dell’Impero Romano, abbiamo cercato le nostre colonie con relativi orrori nel 900. È vero che gli Stati Uniti, oltre ad avere soppiantato per ruolo appunto la Gran Bretagna nel colonialismo dell’800 e del 900, rappresentano una società che pare particolarmente razzista. Ma anche qui, non credo che sia la politica americana o l’antropologia profonda specificatamente americana che porti al razzismo: molti americani sono morti per colpa del razzismo, molti americani sono morti per combattere il razzismo.

Ma, come dicevo, non solo questa è la mia personale valutazione, ma mi spingo persino oltre, nel pensare, in modo davvero un po’ utopistico che:

  • la guerra in corso sia l’espressione di un momento di biforcazione, di possibile metamorfosi, richiesta dalla necessità di ritrovare una morale sovranazionale, elemento di base per essere motivati ed efficaci nella lotta che deve salvare il nostro pianeta;
  • in questa tragica contrapposizione stanno confrontandosi due modelli e quello democratico si sta giocando le sue ultime carte;
  • il progetto ucraino, proprio per la lotta, continua nel tempo, verso la democratizzazione e l’indipendenza è un’occasione perché contagiati da quella forza, si possa ritrovare un’identità europea, aggregata non in segni nazionalisti che spesso, ad esempio, stravolgono la religione per rendere coesi gruppi contro altri gruppi, acquisendo il consenso di tante persone che hanno perso storia e futuro, ma aggregata proprio su quei valori di democrazia e di rispetto dei diritti umani, sociali e ambientali, frutto di una libertà che noi diamo per scontata.

Quello che chiamo il progetto “Ucraina” sia, quindi un’occasione particolare per rivitalizzare l’Occidente. Si prenda, ad esempio, due paesi: Italia e USA. La prima costituita da una stanca società italiana, divisa e frammentata e la seconda da una società americana alla ricerca dei propri valori costitutivi.

Nel primo caso, superando l’odioso: “Francia e Spagna basta che si magna” e nel secondo come metodo per andare oltre alle proprie contraddizioni interne e superare i gravi peccati colonialistici commessi, in virtù di un rinnovato progetto morale, questa volta condiviso. Insomma, il progetto ucraino lo vedo come un cavallo di Troia, nella cui pancia si celino i germi di un rinnovamento. Mi rendo conto dell’utopia di queste considerazioni conclusive, l’alternativa, però, è la distopia. Sarò miope, ma non vedo una via di mezzo.

 

(18 maggio 2022)

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