HIV: merito della comunità LGBTI+ essersi fatta carico della prevenzione in piena emergenza AIDS

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di Giuseppe Sciarra

Abbiamo realizzato una doppia intervista con Filippo Leserri, vicepresidente dell’associazione Plus Roma (persone lgbt + sieropositive) e Angela Infante, counselor del reparto di malattie infettive del Policlinico Tor Vergata di Roma, per parlare di Hiv, muovendoci su due fronti, raccogliere la testimonianza di una delicata esperienza  intima e personale e fare un punto della situazione attuale con uno sguardo al fenomeno del chemsex.

Di seguito l’intervista a Filippo Leserri.

C’è sempre un prima e un dopo nella vita, soprattutto quando ci sono degli sconvolgimenti nella nostra esistenza: tu Filippo hai scoperto di avere l’Hiv nel 2000, quale è stato il tuo percorso di persona con l’Hiv? E come ha cambiato la tua vita e la percezione di te stesso e degli altri? Inoltre c’è stata una differenza tra il tuo coming out come omosessuale e come persona con l’Hiv?
Ho 50 anni, in tutta la mia vita sessualmente molto attiva ho dovuto fare i conti con l’HIV. Il sesso mi è sempre piaciuto, con uomini, i “maschi”. Spesso quel piacere l’ho rubato, lo volevo talmente tanto che ero disposto a tutto. Che c’è di male a inseguire il piacere? Il profilattico per me è stato e sarà sempre un intruso. Mi piace fare sesso “a pelle” e non credo di essere il solo. Nel 1986 più o meno, arrivarono le prime terapie antiretrovirali che offrivano alle persone con hiv la prospettiva di dieci, quindici anni di vita senza complicazioni con l’Aids. A me il condom proprio non entrava né in testa né sul pene. Tirarlo fuori nel bel mezzo di un amplesso, spesso multiplo, metteva tutti a disagio. Basta! mi son detto, voglio essere libero di godere. Rischiare? Ma, si! infondo quante volte hai già fatto bare-back, senza che nessuno dei tuoi partner te lo abbia fatto notare? Ovviamente non fu una scelta consapevole, ne di cui andare orgogliosi. Sarei stato additato come untore. Scelsi perciò la via del “non detto” e andai avanti, affrontando le situazioni al momento. Nel 2000 giunse, come un conto da pagare, la diagnosi. E quel conto sono stato pronto a pagarlo. Te lo sei cercato? Questo mi sono sempre domandato senza confidarmi con nessuno, perché avevo vergogna della scelta di godere pienamente. Fino al 2018, ho sempre tenuto nascosta la sieropositività, giustificandomi che non essendo un problema per me, non c’era motivo di far preoccupare gli altri. Invece per me lo è stato un problema, eppure grosso. Soprattutto far convivere la passione per il bare-back con il rischio di contagiare i partners. Un bel casino. Tuttavia ho sempre fatto finta che tutto fosse perfettamente a posto, volevo essere una persona vincente. A cavallo degli anni 2014/2018 uno studio, condotto su un totale di oltre 76mila rapporti senza preservativo tra coppie omosessuali siero-differenti, dimostrò che U è uguale a U. Le persone con hiv in terapia e con viremia irrilevabile non trasmettono il virus. Per me fu come un’assoluzione per non aver commesso il fatto. Ero libero. Dal 2017 ho scelto di essere visibile, perché avevo bisogno di parlare senza vergognarmi della mia vita con hiv. Un secondo coming out, forse più doloroso di quello fatto sul mio orientamento sessuale. Il senso di colpa per aver anteposto il piacere al dovere mi accompagnerà sempre, tuttavia ogni giorno ne lascio un pezzetto appena ne ho l’opportunità. Per alleggerirmi l’anima. Esattamente come sto facendo in questo momento.

Alcuni gay puntano il dito contro l’associazione Hiv omosessualità. Affermano che non è vero che il virus riguardi principalmente i gay. Come vedi questa posizione?Dati alla mano, l’infezione da HIV nella comunità dei maschi che fanno sesso con maschi è oggi ancora molto diffusa. Probabilmente perché sono sessualmente più attivi. Tuttavia sono certo che in quarant’anni di pandemia HIV queste persone hanno imparato che fare il test oltre a fermare la diffusione del virus è l’unico modo consapevole e responsabile di riappropriarsi della libertà sessuale. C’è un merito che va riconosciuto e non dimenticato a tutta la comunità lgbt+. Essersi fatta carico di questo problema in piena emergenza Aids, impegnandosi per avere un ruolo attivo nella ricerca scientifica e rivoluzionando il rapporto medico-paziente e il concetto stesso di cura. Fino al punto di far diventare l’emergenza stessa un motivo di coesione politica del movimento. Se oggi le persone possono scegliere come proteggersi grazie a nuove profilassi come la PrEP e se la salute sessuale e il piacere sono tornati al centro del dibattito sulla qualità della vita, è grazie al nostro coraggio di continuare a parlare con disinvoltura e cognizione di questi temi per disarmare lo stigma sociale. In questo senso l’HIV è un patrimonio da custodire di tutta la comunità lgbt+.

Attraverso Plus Roma (persone lgbt+sieropositive) fai parte del gruppo dei venerdì positivi che sono degli incontri dedicati ai maschi gay con hiv. Come mai questa scelta di rivolgersi solo e esclusivamente a persone omosessuali con hiv? E in che cosa consistono questi incontri?
Nel panorama dell’associazionismo HIV, mancava una realtà lgbt+ di persone hiv-positive, che si prendessero cura di questo patrimonio appartenente a tutta la comunità arcobaleno. Ed era giusto che a farlo fossero le persone direttamente coinvolte. Le storie quando a raccontarle sono i protagonist* stess* diventano testimonianza. I Venerdi Positivi sono incontri tra pari dove le persone si raccontano, si scambiano esperienze e opinioni. Le regole condivise sono accoglienza incondizionata, assenza di giudizio e riservatezza. Questa esperienza crea “empowerment” contro lo stigma dentro e fuori di noi, senso di appartenenza ad una comunità. Ci sentiamo tutt* più fort*, più consapevol*, più liber*. Non è un caso che alla fine dell’incontro andiamo insieme a farci una pizza.     

Per gran parte dei media i chemsex sono la nuova schiavitù dei gay, ossia festini a base di sesso e droga fini a se stessi, ma ci sono anche voci fuori dal coro che affermano altro, tu che ne pensi?
Basandomi sulla mia personale esperienza, penso che le persone sono schiave delle loro nevrosi non del chemsex. Il chemsex è indubbiamente un piacere, anzi doppio. Che poi possa diventare altro dipende molto dalla persona che assume le sostanze e dal contesto in cui lo fa. Tuttavia almeno la prima volta penso che sia per tutt* un’esperienza ricreativa. Se poi a qualcuno è capitato il contrario, passatemi la battuta questa è proprio sfiga! L’uso di sostanze forse per alcun*, ma non per tutt*, potrebbe essere un modo di anestetizzare queste nevrosi e vivere l’esperienza sessuale in maniera più disinibita, senza ansie da prestazioni, paure e maschere. Per capire cos’è il chemsex sarebbe interessante ascoltare tutte le storie di chi lo pratica per divertirsi, di chi lo usa per curare le sue tensioni, di chi ha ne ha paura, di chi ha dovuto smettere perché non era più un piacere o perché abusandone si è fatto del male. Purtroppo questa sembra essere ancora un’utopia perché quello del chemsex è infondo un terzo stigma.

Se un ragazzo omosessuale volesse sperimentare più liberamente la sua sessualità e il suo bisogno di piacere gli consiglieresti di partecipare a un chemsex? E se la risposta è affermativa che consigli gli daresti su come approcciarsi a questa esperienza?
Chi sono io per consigliare o sconsigliare il chemsex a un ragazzo che ha voglia di esplorare un nuovo piacere? A mio parere lo farebbe comunque. Le sessioni in cui si pratica il piacere chimico hanno un setting talmente ammaliante da convincere anche coloro che affermano di non essere interessati all’uso di sostanze. Sicuramente gli racconterei la mia esperienza che è cominciata come una luna di miele e poi è scivolata purtroppo nell’abuso. Nonostante ciò non farei mai l’errore di dire di non farlo. Quella è stata solo la mia esperienza. Colpevolizzare inibisce le persone a parlarne, facendo più danni delle sostanze. Il chemsex che ci piaccia o no è un fenomeno reale, molto diffuso nella socialità tra maschi gay e bisex. E come l’Hiv ai tempi rappresenta a mio avviso un’opportunità per tutta la comunità lgbt+ di rimettere al centro il tema del piacere e della qualità delle nostre vite, in cui la sessualità gioca un ruolo importante. Abbiamo la responsabilità culturale di offrire un approccio non giudicante rispetto a quello generalista, partendo dal dato di fatto che le persone usano le sostanze e che lo fanno per esplorare un piacere. Che poi l’abuso procura a queste dei danni, lo sappiamo bene! Piuttosto questo andrebbe presentato come una delle conseguenze possibili, non come uno scenario ineluttabile. Altrimenti saremmo tutti alcolisti. Si possono come è successo con l’alcol, piacere socialmente accettato, mettere in pratica dei semplici accorgimenti, scambiando esperienze, per ridurre i danni dovuto ad un utilizzo improprio e fuori controllo

E ora vogliamo offrirvi l’intervista a Angela Infante.

Sei una counselor che si occupa di persone che vivono con HIV _PLWH, al momento della diagnosi. Una scelta lavorativa particolarmente delicata perché hai il compito di sostenere emotivamente chi si interfaccia per la prima volta con il virus. Come ti approcci in questa fase iniziale a chi scopre di avere una diagnosi di Hiv?
Non credo ci sia una formula, sicuramente l’ascolto autentico, non ci sono risposte, ci sono tante domande. Rispondere a quelle domande è una cosa complessa, perché ogni persona risponde per sé stessa. È importante riportare la persona sulle proprie emozioni, in un momento come quello della diagnosi potrebbero congelarsi o, al contrario esplodere. Le emozioni hanno un peso specifico nelle nostre vite, bisogna imparare a  dare loro spazio, a viverle, a gestirle, evitando di controllarle. Ecco, la risposta è che in questo primo incontro c’è uno spazio protetto per le emozioni.

Si fa un gran parlare di termini appropriati e meno appropriati in base alla condizione che ciascuno di noi esseri umani vive. Quali sono i termini corretti e quelli meno corretti che vengono usati quando si parla di HIV e di tutto ciò che gli ruota attorno?
Persone che vivono con Hiv mi sembra la scelta più etica, potrebbe e dovrebbe sostituire quella di condizione di sieropositività. Lo stigma è sempre in agguato, anche se mi piace ricordare che siamo tutti sierocoinvolti. Uno dei principi della comunicazione è non interpretare ma riformulare. Ecco parole come malattia, patologia, infezione non mi sono mai piaciute. Preferisco la parola “contaminazione” una contaminazione di sensazioni, di emozioni, di pensieri. Tutto questo penso si possa coniugare anche in altre situazioni mediche … interessante, anche, la parola “situazioni”. Essere eleganti nel comunicare ingentilisce l’animo.

Quanto persiste ancora oggi lo stigma dell’HIV? I media in tal senso cosa fanno e cosa potrebbero fare per contrastare i luoghicomuni e le paure che affliggono ancora molte persone?
Come ti anticipavo lo stigma, il pregiudizio, gli stereotipi servono a chi vuole mettersi al riparo dai propri interrogativi e dalle proprie paure, quindi c’è molto da fare! Mi spiace sottolinearlo, ma i media, fanno poco e quel poco che fanno, lo fanno male; ovviamente è una mia personalissima opinione. Sarebbe importante usare un linguaggio più ecologico, una informazione più scientifica e un voler non essere sensazionali a tutti i costi. I virus sono democratici, ma piace sempre cavalcare l’idea di vecchi cliché.

Hai fatto molti progetti relativi all’HIV, con il Policlinico presso il quale lavori ed esterni al Policlinico. Ci parleresti brevemente di quelli più importanti e di uno degli ultimi, quello relativo al chemsex?
Il mio progetto più ambizioso, al quale sono affezionatissima, è HAARTisticamente, un progetto triennale per persone sierocoinvolte; partendo da un ciclo di laboratori artistici, attraversando l’esperienza del Teatro Counseling si è arrivati al traguardo con una sfilata di moda, dal titolo Fashion Haart…potrei parlartene per ore; ogni volta che la guardo mi emoziono, ma vorrei aggiungere due cose se me lo permetti: la prima è questa assonanza tra il suono ART e la terapia HAART, terapia che dal 1996 è il nostro più potente alleato. La seconda, della quale vado orgogliosa, è quella di aver confezionato un progetto così ambizioso quasi a costo zero. Quando si crede in qualcosa, questa cosa prende forma, nonostante le avversità e i risultati sono strabilianti, ti accarezzano l’anima per sempre. Riguardo il Laboratorio sulla tematica del chemsex, invece, non voglio anticiparti nulla, spero di averti tra il pubblico, ma si cerca di dare il peso onesto alle esperienze che costruiamo, solo così ci sente responsabili delle proprie azioni. Si dovrebbe sostituire senso di colpa, con senso di responsabilità.

Cosa ti incuriosisce del mondo maschile e della sessualità maschile, visto che il chemsex verte soprattutto su incontri tra uomini a casa di uno dei partecipanti?
Sono classe 1960. La mia gioventù è stata all’insegna delle lotte per una scelta di un vivere libero, fuori da stereotipi culturalmente caratterizzati e con una grande voglia di sperimentare. Ho una genuina curiosità che mi permette di vivere come desidero.

 

(24 febbraio 2022)

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