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lunedì, Agosto 2, 2021

Patrick Zaki e “la risposta che vorrei non darmi…”, di Marco Maria Freddi

di Marco Maria Freddi, #patrickzaki

L’ODG Patrick Zaki, approvato in Senato, deve ora essere calendarizzato alla Camera. Il voto dei due rami del Parlamento sarà la premessa per l’iniziativa governativa.

La cittadinanza a un cittadino straniero può essere concessa per meriti speciali dietro istanza del ministro dell’Interno, approvata in Consiglio dei ministri sarà poi il Capo dello Stato a concederla in considerazione del fatto che la persona abbia reso “eminenti servizi all’Italia, oppure quando ricorra un eccezionale interesse dello Stato”. Per questo, l’impegno che chiediamo al Sindaco e giunta di Parma nella mozione che presenteremo in consiglio comunale, ha ancora una importante valenza.

Questi sono i passaggi tecnici, passaggi che mi auguro si realizzino e che portino ad avere effetti pratici per la liberazione di Patrick Zaki ma credo, al netto dell’ODG parlamentare e dalla mozione Consigliare, ci sia un dato politico su cui fare alcune riflessioni. La premessa è che l’Egitto è una dittatura feroce, una dittatura che dal colpo di stato del 2013 ha intensificato quotidianamente tutte le sue attività repressive e che con la scusa di voler fermare il terrorismo ha incarcerato, da allora, 60.000 persone di cui 3.000 sono state condannate a morte.

Nelle tante relazioni del Parlamento Europeo si parla di ripetute violazioni dei diritti umani, così come esiste una documentata repressione contro le donne egiziane, il paese del mondo arabo dove c’è la più alta percentuale di violenza contro le donne, sia in ambito domestico sia fuori dalle mura domestiche. Un quadro complesso a tratti desolante ma le primavere arabe, nate in Tunisia del dicembre 2010, non sono finite nel nulla, sono state e sono un seme piantato in mezzo a mille difficoltà, le rivolte hanno rappresentato una affermazione, i giovani che sono scesi in piazza durante le rivolte arabe dicevano no per affermarsi, per affermare sé stessi e per affermare di avere diritto a un posto nel loro paese non all’obbligo ad emigrare. Volevano cambiare il loro paese e l’occidente è stato assente, assente al punto che durante le manifestazioni del 2010, l’occidente non è stato neppure considerato un bersaglio polemico ma neppure un modello a cui aspirare, semplicemente quei giovani volevano cambiare il loro mondo e uscire da quel sentimento diffuso di infelicità araba, quel senso di frustrazione e impotenza che fa pensare al futuro come a una strada chiusa.

I movimenti femministi e giovanili nati al tempo ci sono ancora, purtroppo non c’è stata la capacità e la volontà di portare la piazza in parlamento, quella piazza che i giovani durante la primavera araba avevano fatto loro, mai i giovani arabi hanno avuto una piazza, la piazza è sempre stata dei dittatori.

Quella piazza che il presidente della Repubblica egiziana Mohammed Isa al-Ayyat Morsi non è stato in grado di portare in parlamento dopo la sua legittima elezione, travolto da un’illusoria insurrezione popolare ancora più intensa di quella che aveva condotto alle dimissioni Mubarak due anni prima, la sua presidenza terminò con il suo arresto, il 3 luglio del 2013, il direttorio militare guidato da Abdel Fattah al-Sisi quel giorno, aveva messo la parola fine.

Vi è una responsabilità dell’Italia e dell’Europa in tutto ciò che sta accadendo, la responsabilità di non aver voluto avere una linea ferma, vale per il caso di Giulio Regeni ma vale per tutti i Giulio Regeni o Patrick Zaki cui vengono violati i diritti umani fondamentali.

Le responsabilità dell’Europa, ancora una volta, dipende dalla non volontà di agire come comunità Europea e se di fronte al ritiro, deciso nell’aprile 2016, dell’ambasciatore italiano al Cairo a seguito dell’assassinio di Giulio Regeni, segno di una rinnovata consapevolezza del valore del rispetto dei diritti umani, il presidente Francese si reca in Egitto con un numero infinito di imprenditori firmando contratti per la quinta o sesta linea della metropolitana del Cairo o quant’altro, la credibilità come comunità europea è infranta.

Sembra che l’idea che si possa fare affari con i dittatori se li definiamo tali, giustifichi le commesse milionarie della recente vendita delle fregate Fremm all’Egitto, così come per gli aeroplani militari Eurofighter o gli affari in ambito energetico.

Chiamarli dittatori ci pulisce la coscienza, chiamarli dittatori ci permette di fare affari con i dittatori e con buona pace dei diritti umani accettiamo le discriminazioni, l’intolleranza, l’ingiustizia, l’oppressione e la schiavitù in Egitto come in Libia o nello Yemen o in Siria.

Avrebbe dovuto essere la grande domanda, la domanda di chi a causa delle atrocità e delle enormi perdite di vite durante la seconda guerra mondiale ha scritto la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, se questa è o no il faro delle nostre scelte, se la dichiarazione firmata del 1948 indica un mondo, quel modello di società da imitare che si fonda sulla libertà, sulla giustizia e la pace.

Guardando alla storia delle nazioni europee e ai loro egoismi nazionalistici, forse la risposta ce l’ho già ma non è quella che vorrei darmi.

 

(16 aprile 2021)

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