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Metamorfosi socioeconomica, cioè: gli intellettuali hanno sempre saputo di non sapere niente?

di Vanni Sgaravatti #Gaiambiente twitter@gaiaitaliacom #Ambiente

 

Il concetto di metamorfosi è un concetto culturale, una categoria interpretativa con cui vogliamo costruire una narrazione che ci permetta di interpretare la realtà per come ci appare e come la leggiamo da una serie di misure che adottiamo.

Perché molti intellettuali, a parte i conservatori duri e puri, tengono ad utilizzarla? Si vuole forse dare un nome a qualcosa che è capitato e che rende la narrazione precedente inadeguata a spiegarlo? Riflettendo direi che il cambiamento viene narrato come metamorfosi per sottolineare la radicalità del cambiamento. Sembra però più un ottimismo della volontà. Sembra che la voglia di utilizzare questa categoria nasca più nelle persone che sono o erano insoddisfatte del modello pre-pandemico oppure persone che con questa parola magica esorcizzano quella più angosciante o depressiva del “disastro”.

Per evitare che il disastro o il “ritorno indietro” ad un modello insoddisfacente non si traducano in realtà, occorre non guardarla con le lenti deformanti della speranza che il vento pandemico spazzi via automaticamente quello che non andava prima. A questo scopo, credo sia importante fare qualche ragionamento sulla parola metamorfosi che vorremmo associare al cambiamento indotto dalla pandemia.

Il concetto di cambiamento radicale, che genera la speranza di una metamorfosi “buona” viene associato ad un accadimento imprevisto, sorprendente. Ma era imprevista la pandemia? Molti intellettuali e non solo, moderni profeti, lo dicevano continuamente che sarebbe arrivata. Forse tutti noi, sommersi dalla vita quotidiana, più che non ascoltare o non credere a quei profeti, ci siamo comportati come i Celti: “il cielo ci cadrà sicuramente sulla testa, ma una cosa è certa: non succederà oggi”.

Un altro concetto che viene associato è la sensazione post-pandemica di non avere più conoscenze certe. Negli Stati Uniti c’è persino un movimento che ha il motto: “noi non sappiamo niente”. Ma, in realtà, gli intellettuali hanno sempre saputo di non sapere niente, hanno costruito perimetri disciplinari per nascondere ai più l’ignoranza. Purtroppo, adesso il re è nudo. Solo che lo hanno scoperto anche coloro che non capiscono che la cosiddetta ignoranza è la ricchezza che spinge a cercare di comprendere sempre di più: non il contrario.

Del resto, quando si parla di attuale e moderna precarietà della conoscenza si potrebbe citare un passo del libro di Ghoete “Affinità Elettive”: “È assai spiacevole – esclamò Edward – che ormai non si possa più imparare qualcosa per tutta la vita. I nostri avi si attenevano agli insegnamenti ricevuti in gioventù. Noi invece dobbiamo rifarci daccapo ogni 5 anni se non vogliamo essere completamente fuori …”

 

Ma quale metamorfosi?

Andiamo avanti nel ragionamento: di quale nuova metamorfosi stiamo parlando, che richieda di cambiare la narrazione corrente collettiva, al contrario delle tante che hanno pervaso il nostro mondo?

Abbiamo vissuto una metamorfosi radicale con la nascita della nuova era detta dell’antropocene. Sono tantissimi i dati correlati, socioeconomici, chimici e fisici, che individuano nella scoperta dell’America, con la conseguente prima globalizzazione, come la nascita dell’era antropocenica.
Il momento che i geologi chiamano “il chiodo d’oro, l’avvio della metamorfosi per eccellenza.

E poi, la fase dello sviluppo industriale, che ha portato ad una fiducia nella certezza del progresso, nel dominio e controllo della natura da parte dell’uomo. Una vera e propria metamorfosi culturale. Basti pensare alla nascita dei manicomi nell’Inghilterra vittoriana, istituiti per rispondere alle esigenze del contenimento di persone che avevano perso il senno. Quindi non solo persone, oggetto di un nuovo tipo di sfruttamento, discriminate e disagiate, ma persone senza più riferimenti, e quindi a rischio di un distacco dalla realtà: una strada aperta verso la follia. Simile a quello che è successo, nei tempi moderni, in India, in cui la cultura tradizionale e le aree isolate della cosiddetta Sylicon Valley indiana e di Bolliwood, hanno portato ad un fenomeno di suicidi di agricoltori ogni 32 secondi.

E ancora; la metamorfosi annunciata e prevista per eccellenza: quella ambientale e degli effetti inquietanti della plastica e del cambiamento climatico. Tra i tanti dati, basti pensare che ormai ogni anno, a fine luglio, abbiamo già consumato quello che la terra produce in un anno. Oppure pensare ai dati che ci rimandano ad un futuro inquietante. Per rimanere almeno sotto ai 2 gradi nei prossimi due decenni di riscaldamento planetario, con il conseguente degrado sociale e ambientale, dovremo stare sotto le 805 giga tonnellate di emissioni annue. I paesi poveri dovrebbero continuare a crescere ai tassi attuali fino al 2025 e poi diminuire del 3%. Ma le risorse prodotte da questa crescita dovrebbero essere redistribuite per diminuire le devastanti disuguaglianze. Noi, paesi occidentali, invece, fin da subito dovremmo tagliare le emissioni del 10%. Il 4% ottenuto tramite le innovazioni tecnologiche e l’economia circolare e il 6% diminuendo il Pil. E, inutile fare affidamento unicamente alla diminuzione di materia per unità di prodotto, cioè a quello che pensiamo di ottenere con l’innovazione tecnologica nei paesi sviluppati, perché questa viene compensata da un aumento nei paesi poveri, dove noi succhiamo risorse e vendiamo le nostre merci. Una decrescita che può essere accettabile solo se le conseguenze sono ammortizzate da una redistribuzione delle risorse che metta fine ad una crescita della disuguaglianza senza precedenti.

E, infine, per concludere, un altro esempio di metamorfosi in corso: quella digitale e dell’intelligenza artificiale. Sembra che il pianeta non possa farcela senza la tecnologia messa in campo proprio da chi, l’uomo, ha contribuito al suo degrado, senza che lo stesso uomo disponga delle capacità morali e cognitive per farlo.

Assistiamo, quindi ad un’espansione delle tecnologie digitali che fanno “parlare” tecnologie con altre tecnologie, così come all’alba della nostra storia la tecnologia dell’accetta o dell’aratro cambiava il rapporto e “faceva parlare” l’uomo con la natura. Quindi una crescita di uno sviluppo che non necessariamente prevede intelligenze artificiali, padroni degli uomini-schiavi, ma che rischiano di marginalizzare il ruolo di questi ultimi, i suoi desideri etici e di senso.

 

 

La metamorfosi della pandemia e le organizzazioni

Ma nel cercare di capire quali sono i cambiamenti socioeconomici dovuti alla pandemia che ci fanno parlare di una metamorfosi dovremmo specificare anche “metamorfosi per chi”? Mi basti, a questo proposito, citare la risposta di un mio amico musicista del Burkina Faso al mio racconto sulla crisi di molte persone che qui da noi hanno investito nel benessere (cene, turismo, cinema, cultura, ecc.): “Capisco bene, anche da noi quando ci sono gli anni della siccità è un vero problema”.

Ma guardando nel nostro ambiente culturale dei paesi sviluppati, ci sono cambiamenti in vista che sembrano essere dei risvegli da un sonno di un mondo che non ci piaceva e per questo ci fanno “strizzare l’occhio” ad una metamorfosi annunciata?

Guardando alla mia esperienza interna alle organizzazioni private e pubbliche, mi sembra di rilevare una debole spinta ad orientare davvero gli obiettivi delle organizzazioni verso la massimizzazione degli stakeholders e non solo degli shareholders (soci remunerati dal profitto) o verso modelli organizzativi che valorizzino le relazioni umane: l’uomo non come uno strumento, ma come un fine in sé.

In questo senso, ci sono, infatti, realtà private non schiacciate da una forte crisi della domanda (biotech, sanitarie, ecc.) resilienti e positive che si sentono valorizzate da questo cambiamento e vanno in questa direzione. Si incontrano dove già si viveva la “vita di cantiere”, forme di collaborazioni, di vita di squadra, senza discriminazione di status e con reale spirito partecipativo. O ci sono realtà pubbliche dove lo smart working sembrerebbe far ritrovare agli operatori una maggiore vicinanza tra impegno e risultati finali attesi, vicini al benessere del cittadino.

Ma anche qui luci e ombre secondo due note strategie di “ritorno indietro”: quella del Gttopardo e quella del Titanic.

Nel privato, la prima, quella “gattopardesca”, con operazioni di facciata, fatta di codici etici e rapporti di sostenibilità di impresa, staccate dal cuore del business e la seconda, quella del Titanic, che vanno dall’esportazione della disuguaglianza o meglio dei costi sociali o delle scelte, tipo “prendo i soldi o salvo il salvabile e scappo”.

Nel settore, invece, delle organizzazioni pubbliche, dove strategie di conservazione della cultura esistente sono determinate da una parte, da una politica sempre più incapace di mediare desideri, bisogni, linguaggi, e dall’altra, da un’ansia, una cultura del controllo e una mancanza di fiducia, con conseguente spinta a linguaggi autoreferenziati e aumento della burocrazia.

 

Conclusione: ne usciremo?

È l’inizio di un percorso di selezione molto dura, lo era anche prima, ma ora, forse, è percepito collettivamente. Anche se le forze che tendono di impedire una metamorfosi sono intense e vengono anche da dentro noi stessi.

Temo che questa pandemia potrebbe essere solo la prima occasione che spinga violentemente al cambiamento. Mi vengono in mente le “10 bibliche piaghe d’Egitto” e la resistenza del Faraone: temo che questa sia la prima piaga. Dobbiamo convincerci a rilasciare quel sentimento di fiducia verso l’altro che abbiamo imprigionato dentro una gabbia fatta di ansie, rabbie e rivendicazioni.

In questo contesto, la decrescita non è una scelta politica come qualcuno tende a pensare, ma una necessità tecnica e fattuale. Qualcuno diceva che solo un idiota o un’economista poteva pensare ad una crescita illimitata in un mondo a risorse finite. Certo possiamo allontanare da noi il disastro, come la banda che si mette a suonare nel luogo più asciutto della prima classe del Titanic e, quindi, pensare di immaginare di esportare sempre più disuguaglianza, di contare sui benefici di una innovazione digitale che salvi qualche parte del mondo a scapito di un’altra, e magari impegnarci ad una narrazione che sostenga il nostro disimpegno morale, raccontandoci che non centriamo nulla con le guerre combattute per conquistarsi la poca acqua rimasta dalla siccità. Ma prima poi le piaghe aumenteranno sempre più. E allora la scelta non è tra decrescita o crescita, ma tra decrescita infelice e crescita felice di altre misure del nostro benessere.

Purtroppo, al momento abbiamo armi spuntate e non solo per le cattive politiche. I governanti, intesi in senso lato, da sempre ricercano la legittimazione del potere, di una narrazione che giustifica i propri comportamenti per la ricerca di un consenso e la trovano nel conformarsi ai principi morali correnti, che siano indotti o no. Questa è per molti antropologi la genealogia della morale che, per l’ordine del collettivo, dello sviluppo delle organizzazioni poggiano su principi morali e valutazioni cognitive del mondo interiorizzati e condivisi.

Ma ora i problemi sono planetari, mentre la legittimità del potere non supera i confini nazionali e i processi cognitivi si fondano ancora sulla ricerca della certezza delle cause lineari e, quindi, delle previsioni, degli effetti, possibilmente dotate di intenzionalità umana, senza poter contare più sulla storia di Giove che lancia i fulmini.

La pandemia spinge ad unirci, ma provoca anche una spinta contraria a perdere la fiducia. All’interno di questa crisi di sistema, si aprono le praterie per i lupi, ma concentrarsi nel tracciare i singoli lupi cattivi è come vedere il dito e non la luna. Certo bisogna stare attenti che non te lo mozzichino, ma il problema non è quello del singolo politico scemo o corretto o dittatore, ma delle difficoltà oggettive, anche perché invisibili e dentro di noi, che ci impediscono una ristrutturazione della nave in cui siamo tutti, anche se molti stanno nella stiva e qualcuno si ritrova in prima classe e, a quel punto, vorrebbe rimanerci.

 

(10 dicembre 2020)

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