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Cessate il fuoco in Libia. Russia regista e grande opportunità per la Turchia

di Ali Dizboni, Esperto del Medio Oriente #Libia twitter@gaiaitaliacom #MedioOriente

 

La Libia è uno degli stati più agitati della regione. Dopo l’assassinio cruento del leader libico Muammar Gaddafi e di suo figlio nel 2011, la guerra qui non si è più fermata da molti anni. Nel paese prosperano  traffico di armi e di schiavi, terrorismo e criminalità organizzata. La situazione si aggrava dall’assenza di un unico potere legittimo riconosciuto e della Costituzione. Da una parte il governo orientale con il centro nella città di Tobruk e il premier Abdullah Abdurrahman al-Thani. Questo territorio (ad vocem, la parte maggiore del paese) si trova sotto la protezione dell’Esercito  Nazionale Libico sotto il comando del Feldmarschall Khalifa Haftar. Dall’altra parte – Il Governo dell’Accordo Nazionale di Trìpoli, cappeggiato da primo- ministro Fayez al- Sarraj. L’unico riconosciuto a livello internazionale.

Il 4 aprile 2019 Haftar ha lanciato la sua campagna militare contro Tripoli. A suo dire, con l’intenzione di unire il paese strappandolo alla guerra, liberandolo definitivamente dai terroristi e dalle formazioni banditesche.  Pero, già verso la metà maggio è diventato chiaro che le forze del Feldmarschal Haftar non sono sufficienti. E in ogni caso non per poter realizzare i suoi progetti nei termini fissati da lui stesso. Il conflitto continua.

E com’era prevedibile sono intervenute anche potenze straniere. Stati Uniti, paesi arabi ed europei hanno preso posizioni diverse riguardo agli avvenimenti libici. Qualcuno ha sostenuto direttamente o indirettamente  Haftar (Egitto, Aràbia Saudita, Emirati Arabi, Francia), mentre gli altri paesi hanno sostenuto il Governo dell’Accordo Nazionale (tra gli altri Turchia e Qatar).

 

Ankara si è spinta più in là di tutti

Senza farsi troppi scrupoli rispetto alla propria zona di propria responsabilità in Siria (provincia di Idlib), dove si nascondono migliaia di guerriglieri, il governo  turco, sollecitato dal Governo dell’Accordo Nazionale, ha deciso di far entrare il suo esercito in Libia, trasferendo l i suoi proxy da Siria.

Il 5 gennaio scorso il presidente Erdoğan ha assicurato che la missione dei soldati turchi consisterebbe esclusivamente nella  «coordinazione delle azioni» e «garanzia della sicurezza del governo legittimo». Come se non fosse necessaria la partecipazione diretta nelle azioni militari. Martedì, il Governo dell’Accordo Nazionale ha confermato che il primo gruppo dei solfati da Turchia è  arrivato a Tripoli. Tantissimi paesi (Grecia, Cipro, Israele, stati-membri della Lega degli Stati Arabi), compresi i loro rappresentanti politici (anche  turchi), diplomatici, attivisti e giornalisti, si sono pronunciati contro l’aggressione turca.

Il 27 dicembre a Istanbul  hanno avuto luogo manifestazioni contro l’intervento di Ankara nel conflitto libico.

Un aspetto importante

La  Turchia ha diritto all’operazione militare in Libia, come Tripoli all’invito alla Turchia di intervenire nel conflitto «Secondo l’accordo di Skhirat», in base al quale è  stato creato il Governo dell’Accordo Nazionale. I poteri dell’organo scadono dopo le elezioni e a un anno dall’adozione della costituzione. In caso la costituzione non sia stata adottata, l’organo rimane in carica un altro anno. Secondo quegli accordi non avendo avuto luogo elezioni, non essendo in vigore la costituzione dall’inizio del 2018, il Governo dell’Accordo Nazionale  ha perso la sua legittimità.

In questa maniera, Ankara effettivamente commette un crimine di guerra, sostenendo i raggruppamenti illegittimi, che hanno usurpato il potere in Libia.

Nel caso non si riuscisse ad evitare un massacro si tratterebbe di un fatto che anche per la Turchia potrebbe avere conseguenze indesiderabili nella sua politica interna, con Erdogan che dovrebbe fare i conti con i morti russi e conlo scontento dei cittadini turchi che non vogliono la guerra.

 

La Russia cerca di dialogare con tutti gli attori

Mosca, come il popolo libico, è interessata nella risoluzione più veloce possibile e non cruenta del conflitto. Così come allo svolgimento delle elezioni e nella ratifica della costituzione. Questa è la posizione di principio di Russia in tutti i conflitti del genere. E il cessate il fuoco immediato come sempre, rappresenta la condizione principale per l’inizio del processo politico sotto l’egida dell’ONU.

Proprio questo è diventato l’argomento centrale delle trattative tra Valdimir Putin e Recep Tayyip Erdoğan a Istanbul,  dove il leader russo è arrivato poco tempo fa alla cerimonia dell’inaugurazione del gasdotto «Flusso turco».

Il risultato dell’incontro dei due presidenti  è  diventato il raggiungimento dell’accordo sul cessate il fuoco , che dovrebbe entrare in vigore il 12 gennaio.  Tutte le parti del conflitto hanno sostenuto con determinazione l’iniziativa. Come andranno realmente le cose, non è dato sapere.

 

Tutto è molto più difficile di quanto sembri

Le autorità dell’Esercito  Nazionale Libico hanno reagito positivamente alle convenzioni russo-turche, ma hanno  fatto capire chiaramente che la lotta contro quello che loro chiamano terrorismo continuerà.

«Il comando delle forze armate approva l’iniziativa del presidente di Russia Vladimir Putin, diretta all’istituzione della pace in Libia, che rappresenta anche lo scopo e il compito dell’esercito», ha detto il rappresentante ufficiale delle forze armate libiche Ahmed Al-Mismari. «Ma le forze armate continuano la lotta con i raggruppamenti riconosciuti come terroristici dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Come esperienza insegna, non esiste un altro modo di creare uno stato civile, se non liquidando completamente il terrorismo».

In seguito, Al-Mismari ha fatto capire fa capire senza equivoci, contro chi intende lottare.

«Questi raggruppamenti hanno occupato la capitale del paese, ricevono il sostegno da alcuni stati e governi, i quali gli spediscono le armi, le munizioni, i mezzi tecnici, compresi anche i veicoli aerei senza equipaggio, e trasferiscono un gran numero di guerriglieri da tutto il mondo per contrastare l’esercito e il popolo libico».

 

Riepilogando

Nel quadro delle convenzioni attuali con la Russia sul cessate il fuoco in Libia, la Turchia ha avuto la chance reale di rimanere indenne dalla situazione creata. Come minimo, non partecipando alle azioni militari o proponendosi come deterrente e freno, insieme alla Russia, alle azioni militari, facendo pressione sul governo di Sarraj anche sull’argomento della collaborazione con i terroristi. Ankara potrebbe cessare di destabilizzare il paese chiudendo le forniture degli armamenti e dei mezzi tecnici militari ai guerriglieri libici, inclusi i raggruppamenti di Misurata, considerati le forze militari più efficienti  e facenti guerra dalla parte del Governo dell’Accordo Nazionale.

Non è detto che Ankara deciderà per un’escalation. Per le autorità turche non è ancora chiaro se il quadro delle trattative russo – turche sia più vantaggioso di ciò che, nell’opinione di Erdoğan, lui e la sua squadra potrebbero ottenere dalla partecipazione alla difesa di Tripoli. E ci sono motivi per prendere con le molle la realizzazione di tutte le iniziative pacifiche, favorite dalle autorità turche. C’ è l’esempio eloquente della Siria, dove i Turchi non riescono da anni a demilitarizzare la provincia di Idlib. Anche se, nel quadrio del format di Astana, Recep Erdoğan ha promesso più di una volta di avere la meglio sui guerriglieri e di stare al ritorno della Siria alla normalità. Una normalità che la Turchia, invasa dai profughi siriani, dovrebbe desiderare come nessun altro paese.  La situazione però non solo non migliora, ma peggiora seriamente, perche a Idlib tutoo è diventato molto più pericoloso.  I terroristi si sono rafforzati, e per il momento non si vede nessuna soluzione possibile, tranne quella militare.

E’ così evidente che in Libia Erdoğan poco probabilmente può far valere le sue buone relazione con le forze che gli sono ideologicamente più vicine («Fratelli musulmani»). E in ogni caso, fino ad ora, tutte le sue avventure hanno portato soltanto a litigi con i partner internazionali e caos nei paesi dove ha avviato la macchina militare turca.

Se la campagna libica dovesse essere ugualmente persa, come quella siriana, Erdoğan incontrerà presumibilmente grandi difficoltà alle prossimi elezioni. E certamente non potrebbe più usare la famosa “minaccia canadese” o il nome del predicatore Fethullah Gülen, che si nasconde negli Stati Uniti dal 1999.

Ora dovrà rispondere davanti  a tutto il mondo delle conseguenze della sua sconsiderata politica estera.

 

(13 gennaio 2020)

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