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La libertà di pensiero e di espressione non è la libertà di insultare #primalumanità di Diego Romeo

di Redazione #Politica twitter@gaiaitaliacom #Primalumanità

 

In questi giorni si sta assistendo a un teatrino dell’assurdo. Tutto è cominciato quando la senatrice Liliana Segre (foto in basso), sopravvissuta italiana all’olocausto, ha proposto l’istituzione di una commissione d’inchiesta per contrastare l’odio e il razzismo, che ultimamente dilagano nel nostro paese. A una prima analisi, una commissione del genere, proposta da una personalità come la senatrice Segre, sarebbe dovuta passare all’unanimità fra gli applausi di tutto l’emiciclo del senato e soprattutto senza polemiche.

Questo è quello che sarebbe dovuto succedere in un paese normale. Invece in Italia è successo l’esatto contrario. Non solo la suddetta proposta è stata approvata con una maggioranza risicata, non solo i senatori della destra non si sono alzati, come tutti gli altri, per applaudire alla formazione di una commissione di alto spessore etico e morale, ma i loro leader hanno anche iniziato ad accampare scuse, fra le più bizzarre e fantasiose, per giustificare la loro astensione.

la Senatrice Liliana Segre

Avviando un processo di polemiche e di recriminazioni sulla negazione del diritto di parole e di pensiero.

La prima ha rompere il muro dell’imbarazzo silenzio è stata l’onorevole Giorgia Meloni la quale, sempre puntualissima, ha avuto l’ardire di chiamare al telefono la senatrice Segre, come fosse una qualunque delle sue amiche, per dirle che si era astenuta perché lei era per la patria e la famiglia. Come poi le cose, commissione contro l’odio e patria e famiglia, potessero essere in antitesi rimane ancora un mistero. Mistero che rimarrà tale fino alla fine dei tempi. Subito dopo è intervenuto il senatore Salvini, che non sopportando di essersi fatto rubare la scena dalla sua alleata, dichiarando che questa commissione è di matrice sovietica ed elimina il diritto di esprimersi.

Se fino all’intervento di Meloni si potava anche tacere, prendendo la questione per quello che è, ovvero il goffo tentativo di non perdere uno zoccolo elettorale che è noto come sia composta per lo più da hater di vario genere, dopo l’intervento di Salvini non si può più restare indifferenti.

Infatti, troppe volte i suddetti politici hanno confuso, deliberatamente a mio parere, il diritto di espressione con il presunto diritto di poter odiare e insultare. Due cose che, invece, sono profondamente differenti e distanti. Perché se da una parte è vero che qualunque persona, di qualunque idea politica, ha il diritto di esprimere le sue idee in tutta libertà – e nessuno nega questa libertà – è altrettanto vero che lo deve fare nei modi e nei termini di una società civile, senza insultare il prossimo, soprattutto se gli insulti sono rivolti a differenze di sesso, religione e provenienza.

Capisco che potrebbe sembrare una riflessione banale e superflua la mia, e in effetti dovrebbe essere una riflessione banale e superflua, ma purtroppo in questo momento nel nostro paese non lo è. Al contrario sembra che l’unico modo per (non) dialogare con l’altro sia l’insulto. Insulto che più è pesante e volgare e meglio è. Sia l’onorevole Meloni che il senatore Salvini, infatti, hanno costruito il loro consenso elettorale avvallando, più o meno esplicitamente, una serie di comportamenti violenti e razzisti dei loro elettori. Le loro pagine, i loro post e i loro interventi pubblici sono stati sempre appoggiati da gente che avevano come modus operandi “l’insulto”. Un comportamento da cui non hanno mai preso veramente le distanze. Al contrario hanno sempre fatto finta di nulla, fomentando di fatto proprio questo modo di reagire. Rimanendo magistralmente puliti hanno saputo dare sfogo agli istinti più bassi delle persone, cavalcando l’onda di sdegno dei loro sostenitori, come abili surfisti.

Per questo si sono astenuti, non per reali motivazioni ideologiche (che chiaramente non esistono), ma per non deludere il loro elettorato e i loro fans da curva. Perché il loro intento è far diventare quest’onda uno tsunami per avere ancora più consenso e non arginare il fenomeno rischiando di ritornare nell’oblio della politica.

 

(4 novembre 2019)

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