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Ma non chiamatela “famiglia tradizionale”…

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di Alessandro Paesano #wcf twitter@gaiaitaliacom #Famiglie

 

In queste ore si sta consumando il XIII Congresso  Mondiale delle Famiglie (Wolrd Congress of Families, WCF). Famiglie, al plurale.

Strano, visto che il modello familiare previsto sia unico, quello che programma online sul sito del WCF viene indicato come famiglia naturale e che la stampa, vicina al WCF e non, chiama, in maniera assai infelice, famiglia tradizionale, con o senza virgolette (ma quasi sempre senza).

Così fa per esempio l’inserto del manifesto di martedì 26 marzo, Non è l’Arena, dove Giulia Siviero nell’articolo di apertura, dice:

I gruppi e gli individui che si identificano con l’agenda ideologica del Wcf sono per la «famiglia tradizionale» (cioè patriarcale ed eterosessuale), contro l’aborto e i diritti riproduttivi, contro i matrimoni gay e i diritti Lgbtqi, contro il divorzio, gli studi di genere e l’immigrazione.

 

Siviero contrappone la famiglia eterosessuale –  cioè  quella nata da una coppia di persone di sesso diverso –  all’aborto, ai diritti riproduttivi (che non si sa bene cosa siano), ai matrimoni gay e i diritti lgbtqi (sic!) e, infine al divorzio, agli studi di genere e all’immigrazione.
Una polarizzazione semplificante degna di Ciao Darwin! il programma di Canale 5 che, in una recente puntata, ha contrapposto il gay Pride (espressione che non si usa più da quasi 20 anni) al family day.

Posta nei termini in cui la pone Siviero sembra che la questione si giochi tra famiglie etero e famiglie omo, afferendo alle prime l’essere patriarcali e alle seconde no. Eppure patriarcali lo possono essere anche le famiglie omosessuali perché quel che rende una famiglia patriarcale non è certo …l’assortimento sessuale della coppia bensì la visione che dentro la coppia si ha dei ruoli dei suoi membri.

In realtà quello cui voleva davvero alludere Siviero sono le famiglie eteronormate ed eterosessiste che sono tutt’altra cosa. Cioè non già la famiglia eterosessuale tout-court  che, poverina, di per sé non ha nulla di male (e dalla quale ancora la maggior parte di noi proviene) ma l’organizzazione interna di alcune (molte o poche che siano) di queste famiglie che prevede ruoli diversi non già in base alle capacità dei suoi membri ma in base al sesso di appartenenza: i cosiddetti ruoli di genere, cose da uomini (lavorare, portare i pantaloni, esercitare la patria potestà, che non esiste più dal 1975) e cose da donne (accudire le persone della famiglia, badare ai lavori donneschi della cucina di mussoliniana memoria ai quali ancora oggi le donne attendono dopo essere ritornate a casa dal lavoro).

Nella famiglia eteronormata o eterosessista maschi e femmine sono differenti per caratteristiche aspirazioni e carattere che costituiscono una complementarietà che va mantenuta e non sradicata da estranei principi di uguaglianza altrimenti si sovverte l’organizzazione intorno alla cui diversità è costruita la famiglia.

Adesso non venite a dirmi che Siviero ha usato eterosessuale invece che eterosessista e eteronormato perché queste sono parole più difficili perché usa disinvoltamente diritti lgbtqi (che non esistono, e non si tratta di diritti specifici ma degli stessi diritti, che sono negati) un acronimo sconosciuto ai e alle più e diritti riproduttivi: altro concetto difficile e astratto.

No. Se Siviero scrive che la famiglia tradizionale  è quella eterosessuale è perché Siviero lo pensa  – non a caso chiama i matrimoni tra persone dello stesso sesso come matrimoni gay che non esistono: il matrimonio è lo stesso anche per le coppie dello stesso sesso, coppie dello stesso sesso non coppie gay… esiste infatti anche la bisessualità!

Chi dice che la famiglia tradizionale è quella eterosessuale pensa che solo le famiglie costruite intorno a una coppia uomo donna siano consuete, solite, abituali. Peccato che al WCF la coppia uomo donna sia solo uno dei requisiti della famiglia naturale. Perché il WCF sa bene che dal 1970, con l’entrata in vigore della legge Fortuna-Baslini, le famiglie eterosessuali tradizionali cioè consuete, solite, abituali non sono necessariamente famiglie naturali.

Dopo la legge sul divorzio in Italia sono emerse nel tempo, diventando consuetudine, le famiglie monogenitoriali (che oggi costituiscono il 33% di tutte le famiglie), le famiglie allargate (dove oltre a mamma e papà ci sono il fidanzato di mamma o la fidanzata di papà), le famiglie conviventi, che non si sono mai sposate e hanno prole, le famiglie ricostituite (in cui l’uomo e la donna che hanno che formano la nuova famiglia, sposata o meno, hanno figli o figlie avuti da una relazione precedente, in matrimonio o meno) tutte rigorosamente eterosessuali che sono discriminate dal WCF tanto quanto le famiglie omosessuali perché considerate non naturali. La tradizione del WCF non è quindi solamente il fatto che la famiglia sia costituita da un uomo e una donna bensì il fatto che l’uomo e la donna che fanno famiglia siano sposati, non divorziati e, possibilmente, genitori biologici della prole.

Ecco cosa intende il WCF per famiglia naturale.

Chi spiega l’agenda del WCF usando un’antagonismo (inesistente) tra etero ed omosessualità non ha capito niente della famiglia naturale del WCF. Chi dice che le famiglie etero sono tradizionali  crede che le famiglie etero e quelle omosessuali siano profondamente diverse mentre, mutatis mutandis, l’omogenitorialità è solo la più recente evoluzione di una compagine familiare sempre più vasta perché papà può avere anche un fidanzato e non necessariamente una fidanzata proprio come mamma può avere una fidanzata e non un fidanzato). Siviero e il resto della stampa dovrebbero spiegare che il WCF discrimina anche molte famiglie eterosessuali, quelle che non si sono sposate o si sono risposate che hanno fatto prole in provetta (come si diceva una volta), o che di figli non ne vogliono affatto.

Quindi, per favore, non dite più famiglie tradizionali perché così facendo non spiegate che il WCF discrimina il 70% delle famiglie eterosessuali, tutte quelle che il WCF non considera naturali.

Per questo, davvero, non chiamatela “famiglia tradizionale”.

 





 

(30 marzo 2019)

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