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L’Arte vista da Emilio Campanella: Idoli, Il potere dell’Immagine. Fino al 20 gennaio

di Emilio Campanella #Idoli twitter@gaiaitaliacom #Arte

 

 

Fino al 20 gennaio 2019, a Venezia, in Campo Santo Stefano, l’Istituto Veneto di Scienze Lettere e Arti, nella sua sede di Palazzo Loredan, ospita la terza esposizione organizzata dalla Fondazione Giancarlo Ligabue. La mostra, Idoli, Il potere dell’Immagine, è chiusa il lunedi, si può visitare dalle 10 alle 18.

Terza manifestazione della Fondazione, ospitata dall’Istituto, dopo quella sulla nascita della scrittura: Prima dell’alfabeto nel 2017, e Il mondo che non c’era, intorno all’arte precolombiana, all’inizio dell’anno. Nella presente occasione, forse l’ultima prima di una pausa, come osservava il presidente Inti Ligabue, solo – per così dire – ventisei pezzi sono della Fondazione, mentre gli altri dell’esposizione che consta di cento preziosissimi reperti, sono prestiti di musei e collezioni private, scelti con grande attenzione, dalla curatrice Annie Caubet (Louvre). Geograficamente molto ampia, l’esposizione spazia dall’Atlantico alla valle dell’Indo ed i reperti sono collocabili fra il 4000 ed il 2000 a. C. l’età del bronzo.

Sono oggetti di scavo; in alcuni casi, non solo creati per le sepolture, ma che hanno accompagnato la vita del defunto. Fortemente simbologici, in un certo senso, hanno una sorta di somiglianza fra di loro; certi tipi di rappresentazione, anche in zone lontanissime e che non avevano sicuramente contatti, hanno molti tratti comuni, come se concetti e scelte estetiche, fossero tipici di una certa età dell’uomo, ovunque si trovasse. La mostra è un viaggio estetico, nel tempo e nello spazio dalla Penisola Iberica all’Estremo Oriente, oltreché un omaggio a Giancarlo Ligabue, alle sue ricerche paleoantropologiche, archeologiche, agli scavi importanti, e da parte del direttore, l’adempimento di un impegno preso con il padre. I materiali, spesso preziosissimi per l’epoca, vanno dal lapislazzuli all’ossidiana, al cristallo di rocca, all’alabastro e le zone di provenienza sono l’Afghanistan, il Turkmenistan, la zona del Fiume Oxus, nell’Iran del Nord, che dà nome ad una cultura chiamata anche Bactriana.

Ritornano in Sardegna e Turchia figure femminili materne, veneri neolitiche, più che dee madri, visioni della donna nelle culture agricole, ancora in Sardegna, a Cipro, nelle Cicladi. Alla fine del IV millennio, l’inizio della scrittura, rappresentazioni schematiche, geometriche, dai grandi occhi stilizzati, anche in Anatolia. Poi si iniziano i primi esempi di strutture sociali, delle città-stato e si hanno esempi di una sorta di naturalismo astratto e di figure legate al potere, anche in Siria. Nell’interesse per queste immagini anche molto stilizzate e simboliche, c’è la domanda che ci poniamo intorno a quale significato queste culture “primitive” dessero a questi idoli, al di là delle interpretazioni che possiamo tentarne noi. Certo è che il divino ancora non aveva una sua forma definita, poteva essere maschile, femminile, ma avere anche entrambe le caratteristiche riunite, fuse. Certo sul termine primitivo bisogna essere ben prudenti siccome gli oggetti che abbiamo davanti agli occhi sono di una eleganza e di una perizia esecutiva sorprendenti. Lo dimostra l’uso di pietre anche difficilissime da lavorare, l’assemblaggio di differenti materiali nella stessa figura, come nella Dama dell’Oxus, detta Venere Ligabue. Iran Orientale. O dall’Asia Centrale, Civiltà dell’Oxus (2200-1800 a.C.) in clorite e calcare della collezione Ligabue. Un’elegante figura seduta, dignitosissima nel suo ampio abito, e dall’elaborata acconciatura.

Di grandissima bellezza il Suonatore di arpa cicladico, da Thera (Santorini), Antico Cicladico (2700-2300 a.C.), Badiches Landesmuseum Karlsruhe.

Concludo con l’Egitto, mio grande amore, di cui sono esposti quattro reperti tra Naqada I, Naqada II, Prima Dinastia, Antico Regno, fra il 3500 ed il 2500 a.C. da Bruxelles, Saint Germain en Laye, Oxford e Parigi. Si tratta di esempi sorprendenti di libertà espressiva in una cultura che più tardi andrà famosa per la ieraticità delle proprie rappresentazioni. Due di queste figure, in terracotta, sembrano danzare, le braccia levate, la morbida sinuosità dei corpi; la terza è in lapislazzuli, una figuretta femminile stante, le braccia conserte, i grandi occhi dall’espressione che sembra volerci parlare. L’ultimo è un omino in legno, frammentario, ma dalla silhouette elegantissima. L’Egitto era stato sempre una cultura a sé stante, separata, molto differente da quelle anche vicine. Già in antico sviluppava modelli fortemente distaccati da altri. La figura in lapislazzuli non è stata scelta a caso, essendo questa pietra molto usata anche in epoca storica, con molteplici implicazioni sacre e magiche. Non escluderei che la sua preziosità dovuta alla regione lontanissima della sua estrazione, abbia giocato un ruolo determinante in queste valenze così importanti.

La mostra, il cui titolo richiama l’originale greco che significa immagine, prevede, naturalmente, laboratori didattici. Silvana ha pubblicato un catalogo di rara bellezza.

 




 

(26 settembre 2018)

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