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Gli attentati a Mosca ed il consolidamento del KGB di Putin

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di Vanni Sgaravatti

I burocrati statali russi, migliaia di uomini della sicurezza erano stati messi in secondo piano dopo che questi ultimi avevano pianificato la transizione, ma erano sempre nelle istituzioni. Mancava un uomo che collegasse le reti che collegavano quegli uomini. Erano molto più spietati degli uomini istituzionali che facevano riferimento a Primakov. Erano quelli di San Pietroburgo, dello scandalo della banca di New York, della Mabetex.

Putin, ancora scialbo, doveva diventare un eroe che combatteva contro i ceceni. Nel Dagestan, in una residenza di Bujnaksk, un’autobomba uccise famigliari di soldati russi 4/9/1999. Un tragico incidente da quando Eltsin aveva dichiarata guerra ai ceceni. Pochi giorni dopo un’altra esplosione distrusse la parte centrale di un condominio nella parte della periferia operaia a sud-est di Mosca, uccidendo 94 persone che dormivano nei loro letti. L’intervento militare della Russia nel Caucaso sembrò aver raggiunto un nuovo livello in via Gurjanova 19, dove 199 persone morirono in un condominio su Kasirskoe Sosse a sud di Mosca All’arrivo dei soccorritori, di quelle esplosioni rimasero solo i giocattoli dei bambini nel fango.

Vladimir Putin saliva alla ribalta all’improvviso, come comandante in capo, alla testa di una rumorosa campagna di attacchi aerei contro la Cecenia che dovevano vendicare gli attentati. Ciò che avvenne quell’autunno portò a 300 morti in più, l’enigma più micidiale, decisivo per l’ascesa di Putin. (Dal report Gli uomini di Putin di Catherine Belton – La nave di Teseo).

Difficile sapere se questo fosse stato il risultato di una manovra dell’ex Kgb, tutti coloro che erano seriamente coinvolti nell’indagine sono morti o furono arrestati. Certo è che, senza quegli attentati, Putin non avrebbe ottenuto il consenso di Primakov e Luzhkov.

Putin era diventato improvvisamente l’eroe in azione: quello che il 23 settembre aveva ordinato l’attacco aereo contro la capitale cecena, mentre Eltsin era completamente sparito dalla scena. Putin parlava al popolo russo il linguaggio della strada promettendo di far fuori i terroristi “stronzi”, inveendo contro la Repubblica separatista, uno stato criminale, in cui le bande di terroristi internazionali si muovevano liberamente violentando e uccidendo i russi innocenti. Putin diceva: “non abbiamo il diritto di mostrare nemmeno un istante di debolezza, perché se lo facessimo tutti coloro che sono morti sarebbero morti invano”.

Un uomo nuovo, un leader autorevole per i Russi, rispetto al vecchio ammalato Eltsin.

La campagna cecena era un asso nella manica per il frustrato sentimento nazionale russo durato dieci anni, sollecitato anche dall’incursione della Nato nella sfera di influenza russa, bombardando il Kossovo. L’indice di popolarità di Putin dal 31% di agosto arrivò al 75% a fine novembre (reportage Belton, op. cit.). Ma i dubbi su quello che era accaduto, lì dove questo riscatto era cominciato, nelle pozzanghere piene di sangue di Mosca, arrivarono presto. Il deputato comunista Victor Il’lukin (op. cit. p.197) dichiarò che dietro agli attentati poteva esserci il Cremlino. Sorprendente fu l’informazione data ai deputati dal presidente della Duma, Selzer, sul fatto che un altro attentato dinamitardo avrebbe avuto luogo nella città meridionale di Volgodonsk tre giorni prima che si verificasse effettivamente. Ma il segnale più grave che alimentò i dubbi sull’origine degli attentati si ebbe il 22 settembre a Rjazan, una città vicina a Mosca, quando un residente denunciò alla polizia locale persone sospette che portavano dei sacchi nelle cantine del suo condominio. Quando i poliziotti arrivarono perquisirono le cantine e trovarono tre sacchi collegati a un generatore e un timer. L’intero edificio venne rapidamente evacuato, gli abitanti terrorizzati poterono rientrare nelle loro case ed inizialmente la polizia disse che i test avevano rivelato tracce di esogeno, un potente esplosivo usato negli altri attentati.

Il direttore dell’FSB locale disse che il timer era programmato per le 05:30 della mattina e si congratulò con i residenti per essersela cavata per poche ore. L’FSB mise in piedi un’enorme operazione per rintracciare i presunti terroristi, il giorno dopo, il ministro dell’interni russo dichiarò ai capi delle forze dell’ordine di Mosca che era stato sventato un altro attentato a un condominio, ma mezz’ora più tardi Patrushev, il deciso e sboccato capo dell’FSB nazionale, che aveva lavorato a stretto contatto con Putin e con il KGB di San Pietroburgo raccontò a un giornalista della tv che quei sacchi contenevano solo zucchero e che l’intera faccenda era stato anche un’esercitazione per testare la vigilanza pubblica (Catherine Belton, op. cit. p.198).

Patrushev era spietato ed implacabile nelle sue manovre dietro le quinte. La FSB locale che sembrava stesse per catturare gli uomini che avevano portato i sacchi dissero, in seguito, che la sostanza che avevano visto nei sacchi era gialla con un aspetto più simile a quella dell’esplosivo. Ma, poi, le autorità locali si chiusero a riccio, rifiutando di far dichiarazioni alla stampa, se non per confermare la linea ufficiale: era stata tutta una simulazione. L’esperto di esplosivi della Fsb che aveva fatto i test venne trasferito in una speciale unità che aveva il divieto di parlare alla stampa ed i documenti furono immediatamente secretati. Qualche anno dopo nel 2003 un coraggioso ex colonnello dell’FSB, Trepasckin (op. cit., p. 198) che aveva indagato sulle esplosioni di Mosca fu processato e condannato a quattro anni di carcere militare perché aveva detto che un sospettato assomigliava a un appartenente a Fsb. Se questo era davvero il segreto mortale dietro l’ascesa di Putin allora rappresenta la prova di ciò che gli uomini del KGB erano disposti a fare. Tanti reporter hanno provato a svelare cos’era successo, scontrandosi con i dinieghi del Cremlino, ma un’altra crepa si aprì quando un funzionario disse di aver sentito Patrushev infuriato, perché il ministro dell’interni con stretti legami con Berezovsky aveva quasi svelato il coinvolgimento del Fsb e lo avevano costretto ad inventare la storia dello zucchero

Sembra che il vero motivo per questa macchinazione non fu quello di far vincere Putin, che già era abbastanza potente ma per legare Putin a Patrushev e ai suoi uomini, coprendolo di sangue (Catherine Belton, op. cit.).

Era una verità difficile da credere per gli uomini di Eltsin, perché, se così fosse stato, avrebbe significato che gli uomini dell’ex Kgb avevano superato un’altra linea rossa: avrebbero rivolto contro gli stessi cittadini russi gli stessi metodi usati fin dagli anni ‘60, quando sostenevano i gruppi terroristici in Medio Oriente in Germania per diffondere il caos e dividere l’occidente, con agenti coordinati da Vladimir Putin.

Nei mesi precedenti le elezioni parlamentari, Putin si era già sostanzialmente impadronito dell’esercito e dell’intero sistema di forze dell’ordine, compresi i servizi di sicurezza, ma non avrebbe potuto farlo se non avesse già ricevuto assicurazioni sul suo futuro. Quando si rivolse negli ultimi giorni del 1999 per la festa annuale dei cechisti, come erano chiamati quelli della polizia segreta, con le sue parole e le sue strizzate d’occhio, disse agli uomini della sicurezza che il paese finalmente era loro.

Tre giorni prima della fine dell’anno Putin aveva pubblicato sul nuovo portale del governo un articolo che suonava come un manifesto per le forze di sicurezza, intitolato: “La Russia alla svolta del nuovo millennio”, in cui, per la prima volta, esponeva la sua visione del paese futuro.

La narrazione utilizzata da Putin era sempre quella: attenuazione degli aspetti di divisione interna alle ex repubbliche sovietiche, attribuiti all’ingerenza straniera, ricordando che l’uso delle autonomie nazionali è sempre una scusa per seminare discordia. Qualsiasi tentativo della cosiddetta “Piccola Russia” di allontanarsi dal paradigma unitario, venissero stigmatizzati come negativi: da Mazepa ed i patrioti “ucraini” dell’Ottocento, con toni tipici del lessico russo-sovietico, frutto di un separatismo dell’Ucraina postsovietica ritenuto inaccettabile e tipico di quell’atteggiamento antirusso dell’Ucraina contemporanea detestato da Putin.

E, infatti, Putin spiegò, in chiave negativa, l’evoluzione dell’Ucraina nel XX-XXI secolo, all’insegna di un distacco, voluto dalle élites ucraine e sostenuto da avversari dell’unità slava dei tre grandi popoli orientali.

Gli accostamenti semantici di quel discorso sono inquietanti con l’allusione alle armi di distruzione di massa ed allarmante per le sue implicazioni, ma aveva fondamenti pragmatici: l’Ucraina è sempre stata la maggiore delle Repubbliche dopo la Russia e soprattutto una repubblica “slava”, che rappresentava la conditio sine qua perché la Russia potesse essere un Impero e un elemento per ogni progetto di integrazione economica. Anche se, a proposito della decrescita demografica russa, si dimenticava come nell’impero zarista, nei censimenti, ucraini e bielorussi, venivano rubricati come russi per aumentare la consistenza numerica all’interno di un impero multietnico.

L’articolo delineava lui come erede di Andropov, fautore di una nuova era di capitalismo di stato, che rifiutava il comunismo, strada senza sbocco, ma anche il liberalismo di Eltsin e basata sulla tradizione dello stato forte, che, per i russi non è qualcosa di cui liberarsi, ma la principale forza dietro ad ogni cambiamento. Nel Natale del 1999 ben pochi russi, intenti ai regali, si accorsero di quel discorso di Putin, mentre tre giorni dopo apparve, come un fulmine a ciel sereno, quello di Eltsin: “Voglio chiedervi perdono per i sogni che non si sono avverati e per le cose che sembravano facili e che si sono rivelati invece dolorosamente difficili vi chiedo perdono anche perché non sono riuscito a realizzare le speranze di chi ha creduto in me quando dicevo che saremmo passati dal grigio stagnante passato totalitario a un luminoso Prospero e civile futuro io credevo in quel sogno credevo che avremmo compiuto quel passaggio in un balzo non è stato così”.

Eltsin stava passando il potere al Komitetcik, formato dai quadri dell’intelligence internazionale, che, per primi, avevano dato inizio al passaggio dell’unione sovietica al mercato, riconoscendo la necessità di cambiare per sopravvivere. Passava lo scettro a un gruppo molto più spietato del suo che non si sarebbe fermato di fronte a nulla pur di assicurarsi l’ascesa al potere. Primakov non aveva partecipato alla fusione tra kgb e criminalità organizzata, che si era spietatamente impadronita del porto della città e dell’élite dei combustibili, dividendo le spoglie della privatizzazione delle proprietà cittadine con l’organizzazione mafiosa Tambov e poi riciclando il denaro. Ora Putin aveva dietro di sé l’intera forza dell’amministrazione e poteva disporre come voleva di praticamente tutto il budget nazionale. Non aveva neanche bisogno di fare campagne, trattava l’intero processo elettorale con disprezzo: “non ho mai pensato nemmeno nei miei incubi peggiori di partecipare a una competizione elettorale – disse ai giornalisti la sera delle elezioni – mi sembra una faccenda assolutamente vergognosa. Devi sempre promettere più del tuo avversario per sembrare vincente non ho mai immaginato di dover far promesse sapendo in anticipo di non poterle mantenere” (Catherine Belton, op. cit.)

Ma, nella fretta di mandare Putin al potere un segno preoccupante era stato poco notato Putin. Anatoly Sobcak, che lo aveva definito come progressista e democratico agli occhi della famiglia di Eltsin morì proprio quando la campagna stava ufficialmente per partire. Ma prima aveva avvertito che si stava commettendo un errore, avanzando la candidatura di Putin, e nel novembre 1999 aveva fatto una rara dichiarazione contro FSB e le altre forze dell’ordine di San Pietroburgo per essersi impadronite con prepotenza della flotta del Mar Baltico. Fu l’unica e unica volta che criticò gli uomini di Putin. Il 20 febbraio 2000 era insieme a una figura della malavita russa, Kalmanovich, un operativo del KGB, che aveva stabilito stretti legami con i capi del gruppo più potente della criminalità organizzata russa, la Solncevskaja, si occupava di importazione di frutto dall’America Latina, attraverso il porto di San Pietroburgo e gestiva il contrabbando sudamericano. Quel giorno nella sua stanza d’albergo a Kaliningrad, Sobcak stava tenendo una serie di lezioni all’università, ma mezz’ora più tardi venne trovato privo di sensi dalla persona che stava nella camera accanto alla sua: Kalmanovich. Per la vedova di Sobchak, Kalmanovic era un amico di famiglia, ma per l’Fbi era un potente socio dell’organizzazione e quando Sobcak stava a Parigi aveva, come vicino, Traber il capo del gruppo criminale Tambov che controllava il porto.

La moglie aveva fatto condurre un’autopsia indipendente che aveva concluso che la morte era dovuta ad arresto cardiaco, ma senza dire perché. Gli esami avevano verificato che non c’era stato nessun infarto e il motivo per cui il suo cuore si sia fermato è un’altra storia. Disse anche di conoscere la risposta ma di non poter rivelare perché temeva per la vita di sua figlia, dopo la sua nomina di Putin a presidente ad interim. Putin aveva cominciato così, lentamente a cancellare il suo passato pietroburghese adeguandosi alla nuova vita.

Un socio di Chodorowsky, Leonid Nevzlin, disse che era stupito di come la famiglia Eltsin avesse potuto chiamare un uomo come Putin, legato alla mafia di San Pietroburgo come loro successore, siglando un patto con gente come Putin.

 

 

(12 maggio 2024)

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