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Il Decreto Dignità pentaleghista nasce con l’onore dell’endorsement di Stefano Fassina

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di Giovanna Di Rosa #Lavoro twitter@gaiaitaliacomlo #pentaleghismo

 

 

Nel giorno in cui il cosiddetto Decreto Dignità, così chiamato perché certi governo sanno cos’è la dignità, prende forma e il ministro del Lavoro dice la sua provocando ilarità sommesse, per rispetto al ruolo, ma decise, anche Stefano Fassina dice la sua. Come se servisse: l’uomo che disprezza il ceto politico come se non ne avesse mai fatto parte, ha infatti offerto il suo preziosissimo endorsement al decreto del governo pentaleghista con una dichiarazione che lascia stupefatti per la sua delirante lucidità.

“Sul lavoro questo governo guarda a sinistra, e dobbiamo sostenerlo” è stato il verbo di Stefano Fassina. E finalmente l’uomo ha chiarito come mai la pura sinistra, la sua, e la pura destra, la sua, sono più o meno la stessa cosa. L’endorsement arrivava mentre il ministro del Lavoro stupiva gli astanti, perché ci sono sempre astanti da stupire, con un’altra dichiarazione, se possibile ancora più lucida di quella fassiniana che recitava in soldoni: “Se saremo bravi possiamo creare circa 13 milioni di posti di lavoro” che diventava dopo pochi secondi “ovviamente non sto qui a dire che creeremo 13 milioni di posti di lavoro, non sono venuto qui a dire questo”. Rock’n’roll.

Si celebra così, con le irreprensibili [sic] dichiarazioni di due statisti di straordinaria levatura, il giorno del Decreto Dignità che infiniti lutti creò tra gli industriali. Non una delle numerose associazioni di categoria che compongono il variegato mondo dell’industria italiana si è infatti dichiarata d’accordo con le scelte di Luigi Di Maio, tra loro gli esperti del Sole24Ore, non esattamente incontrollabili comunisti.

Per le Imprese le norme contenute nel Decreto sono un pericoloso boomerang.

 

 

Di Maio insiste sul recupero della dignità dei lavoratori. Come dargli torto. E parla di colpi mortali a tutto dicendo stop al gioco d’azzardo e alle multinazionali che “vengono qui, prendono i soldi e scappano”.

Sembra che parli di mafia, ma vi state confondendo.

Per Confartigianato, Confcommercio-Imprese e Confindustria le cose non si fanno in questo modo.

Confartigianato rileva che le misure sui contratti a termine contenute nel decreto vanno nel senso opposto a quello di favorire l’occupazione e si sofferma sull’incremento del costo del lavoro per effetto dell’aumento dei contributi a carico delle imprese (+0,5% per ogni rinnovo) – e rischiano di aumentare il contenzioso derivante dalla reintroduzione delle causali. Per il presidente di Confindustria, Vincenzo Boccia, è un errore rivedere le norme sui contratti a termine irrigidendoli e rendendoli più costosi: “Sono interventi formali che non porteranno nessuna positività, l’occupazione non si genera irrigidendo le regole”. Boccia chiede al governo un “un confronto serrato quanto prima su contenuti e strategie”. Anche per Confcommercio-Imprese per l’Italia la proposta sui contratti a termine segna «il ritorno ad un periodo di incertezza, ad un incremento del contenzioso e ad una potenziale ricaduta negativa sull’occupazione». La reintroduzione delle causali dal primo rinnovo, l’aumento dello 0,5% del contributo per le imprese dal 2° rinnovo e l’applicazione ai contratti in essere «rappresentano una fortissima penalizzazione per le aziende del terziario e del turismo che da sempre utilizzano questo contratto per far fronte alle variabili esigenze di mercato». Confcommercio conclude chiedendo di “coinvolgere le parti sociali invece di ricorrere alla decretazione d’urgenza”. Insomma tutte e tre chiedono il contraddittorio a un 5Stelle. Vaneggiano.

Il Decreto Dignità viene quindi varato mentre a Roma si premia con denaro chi non si assenterà dal lavoro, non chi fa bene il suo mestiere (perché sennò Virginia Raggi sarebbe fregata). La sensazione, vedremo gli effetti, è che il livore anti-renziano ed anti-gentiloniano; che l’odio sviscerato contro tutto ciò che hanno fatto i predecessori di questo governo sia da distruggere in nome di una serie di misure di facciata dal nome che si presti ai social network, ma che in realtà di cose sensate non ce ne siano granché. Il Decreto Dignità è il primo atto, e non si presenta bene, di questo governo degli slogan che ha imbonito attraverso razzismo, xenofobia, omofobia e odio verso l’altro e che da un lato parla di popolo e dall’altro distruggerà ciò che di popolare, nel senso di per il popolo, è stato fatto.

M5S e Lega se ne strafregano degli Italiani e della viabilità dei decreti e delle leggi: loro sono preda della competizione interna sul filo delle percentuali nelle intenzioni di voto e giocano sulla pelle del paese il loro primato in coalizione. Non sappiamo se Roberto Fico sia d’accordo col Decreto Dignità del suo capo politico o no. Speriamo ci faccia sapere.

 





 

(3 luglio 2018)

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