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Le “tenebre dei Lep” e la politica che finge di non vedere e non sapere

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di Roberto D’Alessandro*

Si sta per consumare “nelle tenebre” l’imbroglio sui nuovi LEP. Il documento preparato dal Comitato guidato da Sabino Cassese contiene criteri del tutto sbagliati e pericolosissimi per la definizione dei LEP (Livelli Essenziali delle Prestazioni).

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Il Professor Gianfranco Viesti, Docente di Economia Applicata presso l’Università di Bari, evidenzia la “segretezza” con cui queste vicende vengono condotte, pur essendo l’Autonomia Differenziata un tema caldo, caldissimo. Possibile che la politica non riesca a pretendere trasparenza su un tema così delicato che rischia di spaccare l’Italia?

Per i promotori dell’Autonomia Differenziata evidentemente è “opportuno” che i cittadini non siano informati (se non a cose fatte) su come i LEP saranno definiti e soprattutto finanziati. Stiamo parlando di diritti fondamentali e dei relativi finanziamenti per poterli garantire: un argomento che impatta fortemente sulla vita quotidiana di ognuno di noi. La Commissione presieduta da Cassese che ha il compito di definire i LEP (denominata appunto Clep) è formata da 12 “esperti”, praticamente tutti forti sostenitori dell’Autonomia Differenziata (o secessione dei ricchi): l’oste ed i suoi 12 apostoli molto probabilmente diranno che il vino è buono, ottimo. Ed essendo “esperti”, nessuno avrà il diritto di replica.

Fra pochi giorni (il 25 settembre) verrà approvato un documento proposto dai 12 “esperti” in cui c’è scritto che i fabbisogni standard [sic] vanno calcolati “in base alle caratteristiche dei diversi territori, clima, costo della vita, e agli aspetti sociodemografici della popolazione residente”. Quindi, per definizione degli “esperti”, i fabbisogni (e quindi i diritti) non sono uniformi, ma vanno differenziati; definizione pericolosissima.

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Vanno differenziati prima di tutti in base al supposto diverso costo della vita, una specie di “gabbie salariali” dei diritti dei cittadini, in pratica. Ed ecco che arriviamo al punto cruciale su cui le Regioni “arraffoniche” autonomiste puntano: dato che si suppone che al Sud la vita costi meno, anche i servizi (scuola, trasporti, servizi sociali, eccetera) devono costare meno. Bastano meno soldi insomma.

Quindi se in un territorio, per esempio, un chilo di pane costa meno, diamo meno soldi anche agli ospedali e scuole. E come diamo lo stesso servizio con meno soldi? Diamo stipendi più bassi ai medici? Compriamo dei banchi più scadenti? Oppure non diamo gli stessi servizi e quindi i cittadini avranno diversi diritti? Si preconfigura un paradigma pericolosissimo per il quale alle Regioni più ricche andranno ancora più risorse, e potranno anche gestirle “in autonomia”, con il rischio di incrementare il livello già elevato di corruzione.

Alle Regioni più deboli verranno ulteriormente ridotti i diritti fondamentali, peggiorando drasticamente la già tragica condizione socio-economica.

I LEP vanno anche differenziati in base alle dinamiche demografiche; una fantascientica e molto probabile applicazione potrebbe essere: dato che al Sud nascono meno bambini, non vale la pena assegnare troppe risorse, incrementando ed accelerando vertiginosamente il disastroso fenomeno dello spopolamento delle Regioni del Sud. Poi ci sono delle “opache” caratteristiche “dei diversi territori” e “clima”: sembrano dei Jolly a disposizione della Commissione da usare per definire i LEP, secondo gli interessi autonomistici dei 12 “esperti”.

In questa oscuraoscurissima faccenda, le opposizioni e l’opinione pubblica hanno il dovere di fermare questo perverso processo egoistico da parte delle Regioni Autonomiste.

*Movimento Equità Territoriale

 

 

(20 settembre 2024)

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