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“Giustappunto!” di Vittorio Lussana, Facebook: fine dei giochi

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di Vittorio Lussana #Giustappunto twitter@vittoriolussana #Facebook

 

 

Come volevasi dimostrare: non eravamo noi a essere ‘buonisti’, bensì era Facebook che risultava gestito allegramente. Noi fummo tra i primi a denunciare che qualcosa non ‘tornava’, nel social network inventato da Mark Zuckerberg: un logo messo in circolazione, qualche anno fa, proprio dagli amici di Gaiaitalia.com, composto da alcuni frammenti incastrati tra loro come nei ‘puzzles’, venne respinto poiché una delle ‘tesserine’ del mosaico appariva, agli occhi ‘puritani’ di Fb, un po’ troppo ‘sviluppato’, quasi a rappresentare un simbolo ‘fallico’. Possiamo assicurare che per riuscire a vedere un membro maschile nella ‘tesserina’ di un ‘puzzle’ ci vuole proprio una fantasia perversa, di quelle che arrivano a masturbarsi sulle pagine di biancheria intima del vecchio ‘Postal Market’, o su un banale incontro di ‘cathc femminile’. Eppure, il sito venne ammonito per le proprie composizioni ‘ambigue’. Per non parlare delle foto, censurate per mesi in base a motivazioni risibili.

Sulle piccole cose, “l’idiota amerikano”, come definimmo allora Mark Zuckerberg, trasaliva come un monaco in clausura. Invece, nel consentire la nascita di un mercato di dati personali e di profili privati, il ragazzo si è dimostrato un ‘libertario sfrenato’. Dispiace per la piattaforma, che per un intero decennio si è dimostrata uno spazio ingegnoso, consentendo la circolazione di notizie e contenuti altrimenti destinati ai margini della comunicazione mass-mediatica. Tuttavia, il ‘terremoto’ in corso in questi giorni è ancora poca cosa rispetto alle distorsioni che questo ‘medium’ si è permesso di generare.

Analizziamo i fatti: a un certo punto, visto il successo clamoroso dell’algoritmo, Zuckerberg si pose la questione di cominciare a trovare il modo per lucrare sul social network da lui stesso ideato. L’idea che circolava allora era quella di stabilire un prezzo per l’accesso alla piattaforma, con tutta una serie di funzioni e applicazioni disponibili solo per chi avesse accettato di versare una quota. Essendo nato come uno strumento di comunicazione interpersonale gratuita, gli utenti stessi minacciarono la rivolta e l’abbandono in massa della piattaforma. Ecco, allora, che il nostro giovane virgulto del capitalismo globalizzato si affrettò subito a rassicurare tutti quanti che Facebook sarebbe rimasto gratuito. E che lo sarebbe stato per sempre. Ma nel frattempo, il ragazzo continuava a macerarsi nella propria doppiezza, totalmente imperniata sull’avidità. Finché, un bel giorno, gli balenò in testa l’idea di proporre alla ‘Cambridge Analytica’, una società inglese di ricerca e consulenza, di trasformarsi in un’azienda a scopo di lucro, al fine di misurare per Facebook comportamenti, gusti, tendenze e intenzioni di voto degli utenti da rivendere a quei soggetti ‘terzi’ intenzionati a pianificare alcune strategie di comunicazione mirata. Ecco come si giunse ben presto al marketing politico, sino al punto da riuscire a determinare l’elezione di un presidente americano e di convincere i cittadini del Regno Unito che la vera tirannìa in atto nel mondo non era quella del capitalismo globale, di cui Facebook era ormai parte integrante, bensì dell’Unione europea e degli establishment tradizionali. Nelle indagini attivate in questi giorni è finito nel mirino anche un Partito politico italiano: prepariamoci, dunque, a leggere ‘bei casini’ pure qui da noi.

Insomma, dati e profili personali sono stati utilizzati per influenzare le intenzioni di voto degli utenti tramite informazioni parziali o sostanzialmente infondate, come nei più classici regimi autoritari. Da quanto apprendiamo dalle inchieste del New York Times e dell’Observer, due antichissime ‘testate’ americane che hanno saputo andarsi a ‘scovare’ una ‘gola profonda’ come si è soliti fare nel giornalismo investigativo più autentico, si costruivano profili dettagliati e poi si testavano i vari slogan alla base della campagna elettorale di Donald Trump. Gli altri Partiti, gli ‘asinelli’ democratici e gli ‘elefantini’ repubblicani, si ritrovarono improvvisamente scavalcati da formule propagandistiche ‘orwelliane’, che scaricavano sull’establishment tutte le colpe per le inefficienze del sistema democratico-rappresentativo. Bastava mettere un ‘like’ o postare una foto sulla bacheca di un amico e si cadeva nella rete di contatti della ‘Cambridge Analytica’. Tutto ciò, non solo ha generato il crollo dei titoli di borsa di Facebook, che già oggi, come società, vale quasi un terzo di meno, ma costringerà Zuckerberg a testimoniare innanzi a una commissione d’inchiesta della Camera dei Comuni britannica. E, molto probabilmente, il ragazzo si ritroverà citato in giudizio in molte altre sedi, dato che anche l’Unione Europea pretende, ora, dei chiarimenti.

Una trama oscura di potere digitale, finalizzata a condizionare l’opinione pubblica a uso e consumo di chi poteva permettersi di acquistare i dati sensibili di centinaia di migliaia di utenti e dei loro amici (i primi numeri parlano di circa 50 milioni di persone, ma siamo ancora soltanto all’inizio dell’inchiesta, ndr): ecco in cosa si è trasformata la simpatica idea di un giovane universitario che voleva rimorchiare qualche studentessa. Forse, era meglio che qualcuna gliela ‘tirasse dietro’ a questo Zuckerberg: avremmo evitato di vedere l’intero pianeta trascinato in un ‘bordello’ di portata universale. Perché ‘fottere’, qualche volta, è molto meglio che comandare.





(22 marzo 2018)

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