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Facebook, o di Zuckerberg che “Ho sbagliato” come se non lo avesse mai saputo

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di E.T. #internet twitter@gaiaitaliacom #web

 

 

Il rischio è che esploda, per l’ennesima volta, il nostro fastidioso e bieco moralismo; una finta etica piegata ai bisogni del nostro ego ed alla nostra necessità di puntare il dito incolpando questo o quell’altro; un’indignazione post-flatulenza che francamente non ci fa onore e della quale nemmeno siamo capaci di vestirci. Il buon Mark Zuckerberg che ha creato Facebook, con le modalità che sono note, con le accuse che sono note, creando lo strumento che è noto, con dichiarazioni che sono più che note, si è cosparso il capo di cenere ed ha detto a tutto il mondo “E’ colpa mia”: una ottima ragione per non credergli.

 

 

Facebook è quello che è perché lo hanno voluto così. I loro creatori. E quindi Mark Zuckerberg in primis. Ora il problema è diventato quello di vedere il proprio giocattolo dissolversi tra le mani dopo uno scandalo facilmente prevedibile, dopo che gli ultimi cambiamenti di policy del social sono andati nella direzione di censurare chi dava fastidio a pochi e non preoccuparsi di dove finivano i dati di molti; dopo che un numero elevato di inserzionisti, chiamateli clienti pubblicitari, soprattutto inglesi – guarda un po’ – hanno minacciato di togliere la pubblicità dal social blu. Nel post che Zuckerberg ha pubblicato sulla sua pagina, sul suo social, insomma in casa sua, il capo supremo racconta una storiella interessante: ci dice quanto gli importiamo (e come potrebbe essere altrimenti essendo noi il prodotto da vendere?), quanto i nostri dati sono importanti – non tanto per noi, ma per loro, e quanto i nostri dati saranno protetti. Secondo le policy di Facebook, evidentemente, e non secondo ciò che noi vorremmo.

E’ interessante ciò che Jason Calacanis, imprenditore e investitore, uno dei volti più noti della scena tecnologica americana, nonché voce tra le più autorevoli (fu fondatore di Engadget.com e Netscape.com, poi vendute ad Aol, oltre ad essere stato manager di uno dei fondi di venture capital più potenti del mondo, Sequoia), ha pubblicato il 20 marzo scorso – in pieno caos Facebook – definendolo come: “Zuckerberg con le sue stesse parole”.

 

 

 

La conversazione, scrive l’agenzia AGI, è del 2010 ed è pubblicata da Business Insider; ai tempi, quando Zuckerberg, studente ad Harvard, scrive ad un collega: “Se hai bisogno di informazioni su qualcuno ad Harvard basta che me lo chiedi. Ho oltre 4mila indirizzi email, foto, indirizzi. Le persone li hanno inseriti, non so perché. Loro si fidano di me. Che stupidi”.

Ora però la faccenda cambia e il tono è quello di “Se non proteggiamo i vostri dati, non vi meritiamo”, proprio così. Ma Facebook non è più credibile: nulla si sa delle policy del social blu, le indicazioni sulla protezione dei dati sono vaghe e confuse e poco comprensibili; i contenuti vengono censurati a seconda delle segnalazioni degli utenti senza verifica e senza che a nessuna richiesta di spiegazioni venga data risposta (questa è la nostra esperienza) e poche settimane dopo avere reso noto che il suo social privilegierà i rapporti famigliari e le amicizie strette (chissà come mai), Mark Zuckerberg dice di voler correre ai ripari a seguito di uno scandalo che coinvolge oltre 50milioni di dati personali, elezioni pilotate, due giorni di inferno in borsa, mentre i clienti pubblicitari minacciano marce indietro e gli investitori di devastargli il giochino.
E’ patetico. Non solo orribile. E non diciamo che è falso, peraltro questo articolo racconta assai approfonditamente la storia, semplicemente che non ci fidiamo più.

 




(22 marzo 2018)

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