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Teodoro Wolf Ferrari a Conegliano fino al 24 giugno, l’Arte vista da Emilio Campanella

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di Emilio Campanella #Arte twitter@gaiaitaliacom #Cultura

 

 

Teodoro Wolf Ferrari a Conegliano, a Palazzo Sarcinelli, sino al 24 giugno, la mostra dedicata ad un interessante esponente della pittura veneziana, intitolata: Teodoro Wolf Ferrari, La modernità del paesaggio, curata da Giandomenico Romanelli, con Franca Lugato.

Si può ben dire che questa sia come un’ideale continuazione della mostra allestita a Palazzo Roverella a Rovigo: I Nabis, Gauguin e la pittura italiana d’avanguardia ( 17 settembre 2016 – 14 gennaio 2017 ), e sempre curata da Giandomenico Romanelli. Più precisamente si potrebbe affermare come questa sia quasi un ingrandimento in cui l’obbiettivo si concentra su un pittore, poco valutato, che con quella stagione ha un indubbio, profondo legame. Merito quindi di curatori ed organizzazioni culturali, fra cui Marsilio editore che pubblica l’accurato, agile catalogo, quello di aver acceso i riflettori su un artista di indubbi qualità ed interesse e che ebbe una carriera costellata d’influenze profonde, di periodi d’approfondimento stilistico, riconosciuti con importanti esposizioni in Italia ed all’estero.

Figlio del pittore August e della signora Emilia Ferrari, Teodoro, come il fratello musicista Ermanno, assunse entrambi i cognomi per ribadire le proprie radici tedesche e veneziane al contempo. Sul loro esempio anche gli altri fratelli compirono la medesima scelta. Ha fatto notare il curatore, come al cimitero di S. Michele a Venezia ci siano due sepolture di pittori, l’una vicina all’altre: quella di August Wolf e l’altra, di Teodoro Wolf Ferrari. Su suggerimento del padre, Teodoro rimase a lungo a Monaco per studi di pittura e si formò alla lezioni di Bokling, che molto influenzò la sua pittura, come quella di molti altri, in una stagione in cui varie correnti s’intrecciavano, s’intersecavano con esiti di grande stimolante interesse, ben riconoscibili nella carriera di ogni pittore di quel periodo. Successivamente, a Venezia fu in contatto con i giovani di Ca’ Pesaro, vitalissima grazie alla direzione illuminata di Nino Barbantini. In mostra ci sono due esempi importanti per ognuno, di due determinanti esponenti di quel momento artistico di grande, indubbio, profondo interesse: Ugo Valeri e Gino Rossi, due degli elementi e di punta di quel gruppo, e qui ben rappresentati. La prima esposizione di Teodoro Wolf Ferrari, in quella sede, fu, nel 1910, con cinquantadue quadri, dunque, un inizio di grande importanza. E’ comunque chiaro che fu pittore di paesaggio, ma essenzialmente di paesaggi dell’anima dove è evidente come l’ ambiente rappresentato sia ben altro e ben di più da quello che vediamo, più profondo, più denso e sofferto nel senso di una ricerca che è continuata per tutta la vita, anche nell’ultimo periodo, apparentemente più pacificato e, mi si permetta, quasi neo impressionista, per quanto sempre di alto livello qualitativo. Forse questo allontanarsi, ripiegarsi su se stesso nella tranquillità del Carso e della Valle del Piave, ha fatto si che fosse, come dire, messo da parte.

Peraltro anche altri periodi sono caratterizzati da “innamoramenti” per luoghi specifici, quindi il bockliniano avvicinarsi all’Ade ( si veda lo straordinario : Notte del 1908, Collezione Coin), ma anche le riflessioni sulla Brughiera a Luneburgo. Riflessi d’acqua è il titolo di una delle sei agili sezioni in cui si suddivide la mostra ( le sale sono nove), e qui s’incontra l’indimenticabile: Lago con cipressi e case del 1923 (Courtesy Galleria d’Arte Cesaro, Padova). Una rielaborazione di temi klimtiani legati ai salici ed alle betulle di ascendenza klimtiana, lo portò molto lontano da certo decorativismo di artisti coevi. Il legame con la città ed i suoi paesaggi circostanti, motiva la scelta espositiva ampia e documentatissima grazie ai molti prestiti di collezioni private.

E’ da notare che il paesaggio sonoro della mostra, è costituito da brani di Ermanno Wolf Ferrari.

 





(9 febbraio 2018)

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