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Dell’Inetto tecnologico o dell’inetto 2.0. Come fossimo digitati da Svevo

di Vlad Alexandru Rotaru, twitter@AlexandruRotaru

 

 

Populista, Webete, Leone da tastiera, questa è l’etichetta che diamo ad alcuni inetti da bar. Coloro che stanno creando l’ansia da rivoluzione anticulturale nel web e non solo. Sappiamo già che a causa del web alcuni fenomeni come il populismo o  il neonazismo non stanno in realtà trovando tantissime più adesioni, ma molta più visibilità, come se prima dell’avvento dei blog o dei social, li avessimo accantonati, ignorati e sottovalutati. E’ vero che forse la disinformazione online ha superato limiti che sul cartaceo non è mai stato possibile vedere, e che quindi abbia creato nuove categorie di stolti e di idiozia, ma la domanda che mi pongo, ogni volta che mi ritrovo davanti ad un commento estremamente stupido, pieno di odio misto a rabbia e disinformazione, che sia su un social o in un bar, quella è: “Cos’è che spinge un uomo a credere a ‘sta roba”?

Essere superficiali e liquidare con un “è la stupidità” sarebbe facile. Io però faccio fatica  a credere che la stupidità sia un handicap naturale delle persone, o per lo meno penso che a volte noi scegliamo la stupidità di proposito, perché è più semplice o più conveniente, o perché vogliamo evitare di vedere qualcosa. Prima parlavo di  “inetti”, proprio perché alcuni di questi personaggi mi ricordano a tratti la struttura di quelli che ho trovato nei libri di Italo Svevo, nonostante alcuni di essi –  mi rierisco ai personaggi di Svevo – abbiamo retaggi, storie e riflessi più complessi e profondi di quelli di un semplice webete.

Prima di arrivare al punto però, alla vera riflessione su questa epidemia d’inettitudine populista o webete o complottista che sia, vorrei partire da una definizione dell’Inetto Sveviano che va oltre la semplice definizione da vocabolario.  L’Inetto Sveviano è un uomo inadatto alla vita, abulico, insoddisfatto e irrisolto, incapace di cogliere i momenti importanti dell’esistenza per approfittarne e goderne. È uno sconfitto che è vittima di se stesso, della sua psicologia tortuosa e tentennante, della sua mutevolezza, dei suoi ripensamenti, delle debolezze che producono lo scarto tra propositi e azioni reali. L’inetto cade dunque nella trappola costituita da se stesso, invischiato nella palude della sua interiorità che lo schiaccia e gli impedisce di vivere veramente. Ecco, questo è ciò che vedo quando guardo in faccia l’autore di quel commento idiota o visito il suo profilo: un uomo incapace ed insoddisfatto, allo stesso tempo incosciente della sua inettitudine e non disposto ad ammetterla, che cade dunque volutamente nella menzogna, nel racconto di una realtà a cui gli conviene credere, per non ammettere la sua debolezza.

Il punto è che dietro alle varie etichette che noi diamo a questi inetti ci sono degli uomini, delle persone disilluse, che si sono arrese a loro stesse, che preferiscono sguazzare nel mare di “cazzate” che trovano online piuttosto che alimentare la loro coscienza critica che purtroppo spesso smuove dei sentimenti  e delle ammissioni scomode per ognuno di noi. Allora è giusto etichettarle, evitarle, o deriderle? Se prima li si poteva abbandonare al bar davanti al loro bicchiere mezzo vuoto, ora con il web non possiamo più permettercelo. Perché il web è un calderone di inettitudine, dove non solo qualsiasi fantasia può essere spacciata per realtà (senza controllo), ma perché essere presenti sul web vuol dire essere in parte assenti dalla realtà. Stare davanti ad uno schermo luminoso, senza alcun tipo di riscontro emotivo immediato, è pericoloso anche per chi possiede una forte coscienza critica. Nel web siamo tutti più o meno estraniati da quella che è una vera e propria coscienza collettiva reale, siamo soli, concentrati solamente sulla nostra reazione personale di fronte a contenuti privi di emozione propria, incapaci di trasmetterci qualcosa di umano, tranne che l’interpretazione che ne traiamo noi, singoli individui, in totale solitudine.



A questo punto possiamo dire che viviamo in un momento storico in cui è presente una forte ansia causata dall’evoluzione dell’Inetto tecnologico: L’inetto 2.0.  Se stentate a crederci, sappiate che la vostra incredulità ne è la prova. Nel tempo diversi autori si sono confrontati con l’idea dell’uomo che arranca e scivola di fronte alle proprie creazioni, che crea tecnologia per cambiare il mondo intorno a sé, ma finisce per cambiare se stesso e la propria natura.  C’è una serie tv molto interessante che secondo me ha una visione molto profonda e quasi realistica dell’inettitudine umana in un futuro tecnologico non troppo lontano, questa è Black Mirror; ed è agghiacciante quanto arrivi ad evidenziare certe difficoltà che l’uomo trova dentro di sé nel momento in cui la tecnologia gli pone degli strumenti che vanno aldilà del suo possibile controllo emotivo.

Allora qual è la speranza per l’essere umano che trova nella tecnologia, nella diffusione via web di se stesso? Alte mura, piuttosto che una nuova via, sempre che ce ne sia una?  La consapevolezza dell’errore potrebbe essere un punto di riflessione, l’errore è ciò che ci rende imperfetti ed umani; saper ammettere che stiamo sbagliando nell’utilizzo di certe tecnologie potrebbe portare, forse nelle future generazioni, una specie di nausea da tecnologia, dall’estrema condivisione via web. Prima o poi questi bimbi che nascono e crescono con uno schermo di fronte al viso alzeranno la testa e si chiederanno com’è che potranno sperimentare realmente alcune emozioni bloccate dentro di loro.

Ammettere l’errore, interrompere un abuso, prendersi una pausa di riflessione. Ripartire da un’educazione che rifletta più sulla nostra coscienza critica al centro di uno sviluppo tecnologico rapido e costante, più che sulle capacità dell’individuo che diventa incapace nel momento in cui fatica a ricollegarsi con la profondità del suo essere umano.

Non saper andare aldilà di un’etichetta come quelle già citate ed estraniarsi da una parte degli individui della società del web è una forma di inettitudine che forse non ha cura, ma a cui va posto un limite. Senza una riflessione adeguata sui limiti da porre a questa inettutidine 2.0  il rischio è di perdere le fila del nostro retaggio naturale, scambiando la nostra identità per quella di un personaggio sveviano, perso tra le sfumature della rete.

 




 

(12 ottobre 2017)

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