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Siccità, le differenze tra pragmatismo emiliano e lamentismo virginiaraggico

di Giovanna Di Rosa

 

 

Solo qualche giorno fa la Sindaca di Tutte le Siccità – certo che c’ha ‘na sfiga poveraccia, duemila anni di storia senza che Roma rimanga senz’acqua, poi arriva lei ed è il patatrac – si esponeva al pubblico ludibrio in un comunicato stampa nel quale strillava ordini al governo di Gentiloni, accusandolo di avere concesso lo stato di calamità naturale all’Emilia Romagna, e particolarmente alle province di Parma e Piacenza, proprio a causa della siccità, ma non a Roma.

Naturalmente il naturale gomblottismo della Sindaca delle Funivie si manifestava, per poi nascondersi, e si chiedeva nemmeno troppo tacitamente “come mai all’Emilia Romagna sì ed a Roma no?”, domanda che avrebbe una risposta semplice: forse perché la Regione Emilia Romagna lo ha chiesto per tempo e molto prima di Roma, essendo la Sindaca così occupata a dare colpe in giro da dimenticarsi l’essenziale.

Ma l’Emilia Romagna, con il suo dinamico presidente Bonaccini, aveva già fatto qualcosa che Raggi, pur invitata al Lago di Bracciano a riunioni proprio sull’emergenza siccità alle quale non si è mai presentata, si dev’essere dimenticata di fare, oberata da tutti gli impegni che ha tra i quali lanciare comunicati stampa che accusino il Governo: semplicemente Bonaccini aveva lavorato ad un accordo con la Regione Liguria per permettere alla provincia di Piacenza di attingere dalla diga del Brugneto qualcosa come quattro milioni e mezzo di metri cubi d’acqua destinati alla regione della Val Trebbia. Lei dal Campidoglio, non faceva nulla.

 



 

Decisamente operare è meglio di gomblottare, come dimostra l’accordo tra i presidenti delle Regioni Emilia-Romagna, Stefano Bonaccini, e Liguria, Giovanni Toti, e permette di fronteggiare le esigenze derivanti dall’emergenza siccità. Lo scrive un comunicato stampa della Regione Emilia Romagna che pubblichiamo qui nella sua integrità, che “insegna”, ci passerete il termine, alla Sindaca che non può muovere un dito senza che Grillo e Casaleggio lo sappiano – con una ghigliottina da 150mila euro tra capo e collo – che anziché cercare gomblotti a tutti i costi, pensare a frigoriferi che si muovono da soli, evitare gli incontri ai quali si è invitati, tentare di salvare l’emorragia dei suoi assessori e  collaboratori (mentre scriviamo Mazzillo rimette le deleghe al patrimonio, favolosi 5Stelle!), doversi difendere in tribunale con due avvisi di garanzia sulla capoccia, e le ordinanze anti alcool che escludono il suo quartiere di residenza, c’è una via di mezzo che il pragmatismo emiliano conosce assai bene. Si chiama “lavoro”. Parola che gli adepti della Sacra Setta M5S disconoscono e con la quale rifiutano di confrontarsi.

Piuttosto che lavorare è molto meglio dare la colpa agli altri.

 




(1 agosto 2017)

 

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