Un terremoto è “altro che 24 secondi”: Maggi, non la solita zuppa

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terremoto-10-amatrice-foto-monica-maggidi Monica Maggi   twitter@libraiapertutti

 

 

Il terremoto della notte tra il 23 e il 24 agosto 2016, con epicentro Amatrice nel Lazio, è durato ufficialmente ventiquattro secondi. Quasi trecento morti, migliaia ormai più senza una casa, famiglie devastate, vite e edifici da ricostruire. Un copione del dramma, insomma. Memore dell’esperienza tragica e paradossale de L’Aquila nel 2009, il nostro Governo ha messo subito mano ai soccorsi. A quattro ore dal terremoto (avvenuto alle 3,36) sul posto erano arrivati Protezione Civile, e dopo appena due ore i Vigili del Fuoco. Una macchina da guerra (buona), quindi. Ad oggi sono state costruite cinque tendopoli e sta per essere installata una sesta.

 

Certo, i tempi tecnici saranno lunghi nonostante tutto: serve una scuola, e soprattutto serve una vita normale. I servizi per far sentire la gente, nonostante tutto, a casa ci sono o almeno provano a crearli: parrucchiere, barbiere, intrattenimento per bambini, libri per grandi.

 

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Ma c’è qualcosa che sta lentamente portando “disturbo” in questo lavoro da amanuense delle Istituzioni. È la voglia di restare lì, soprattutto da parte della gente anziana, semplice, nata sul posto e sempre sul posto vissuta. È il desiderio di casa propria, è la ribellione alle regole ferree e necessarie dei campi, è il freddo in arrivo che fa venir voglia ancora di più di affetti e vicinanze. Su tutti è significativo l’esempio di quattro famiglie di Flaviano che hanno detto no alla tendopoli. Hanno costruito tende arrangiate con plastica e buste nel bosco e si sono rifugiati lì. Piuttosto il freddo, la pioggia e l’assenza di cucina e bagno, ma meglio la libertà. E così anche i pochi residenti sopravvissuti di Saletta vicino Amatrice, 12 abitanti e 22 morti perché Saletta era meta di vacanze e villeggianti. Loro, come racconta Costantino Poggi che da Lisbona è corso il 24 agosto ad estrarre il padre dalle macerie, non vogliono lasciare il borgo dove sono nati. Vivono e dormono nella tendopoli costruita di fronte, ma non lasceranno mai quel pezzettino di terra, piuttosto la morte.

 

A queste persone da qualche giorno alcune associazioni stanno fornendo un aiuto “family to family”, che tradotto è il volontariato diretto. Tramite un tam tam in rete arrivano le necessità di famiglie ancora nelle loro case o che dormono in giardino nelle roulotte, o che sono nelle tendopoli ma hanno bisogno di scarpe, saponi, mollette, detergenti.

 

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Queste associazioni però, nonostante il fine benefico e le intenzioni migliori di questo mondo, stanno un po’ rompendo le uova nel paniere alle istituzioni. E perché? È presto detto. È come se incentivassero le persone, aiutandole, a restare attaccate alla loro terra, a ribellarsi alla tendopoli, a rimanere piuttosto in una roulotte sgangherata (da soli) che in una tenda bella asciutta (con otto estranei). E invece il nostro Governo vuol rapidamente risolvere la questione, magari utilizzando i fondi che magnanimamente la Germania assegnerà ricostruendo certo Amatrice, ma chissà se Villanova (6 abitanti), Saletta (12 abitanti), San Lorenzo e Flaviano (?) torneranno a vivere. Sono un costo, non rendono come una vera città ben popolata con centri commerciali e negozi, con un corso per lo struscio e bar per giochi a carte e a biliardo.

 

Ed ecco che quindi si torna ad un balletto dove il fine ultimo (il bene comune) diventa in realtà un pezzettino di puzzle che ognuno si tiene ben stretto, impedendo al disegno finale di realizzarsi. Intanto si va, si aiuta, si spiega alla Polizia che ci ferma che non siamo sciacalli o reporter in cerca di scoop. E cerchiamo di nascondere il gonnellino verde da Robin Hood sotto i pantaloni pesanti el’arco sotto la felpetta colorata.

 

 

 

 

 

(8 settembre 2016)

 

 

 

 

 

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