di Daniele Santi
Matteo Renzi a Otto e Mezzo: “Urso e l’intelligenza, non solo artificiale, hanno litigato da piccoli”
Nell'immediato post-sondaggio SWG per il TG La7 di Enrico Mentana, sondaggio che vede i tre maggiori partiti tutti... →
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Il primo ministro britannico Keir Starmer, dopo la vittoria del suo rivale laburista Andy Burnham in un'elezione suppletiva,... →
Così che abbiamo visto per l’ennesima volta che in Italia, in politica, conta chi la spara più grossa, conta l’incompetente che te la racconta bene, l’opportunista che individua le debolezze altrui e su quelle lavora l’avversario ai fianchi, le promesse che non possono essere mantenute. Era già successo nel 1996 quando Berlusconi in un anno conquistà l’Italia con un partito di plastica legato alle sue aziende e l’italica necessità dell’uomo forte che sbugiarda il mondo ergendosi a messia e portatore di via, verità e vita, torna ad essere protagonista della vita politica italiana portando gli inconsistenti candidati a 5 Stelle (unica eccezione Appendino a Torino, donna preparatissima) al ballottaggio a Roma e Torino.
La scenata disgustosa in diretta televisiva di Alessandro Di Battista del 5 giugno scorso dovrebbe dire chiaramente all’elettore in cerca del Messia chi sono gli adepti della setta a 5Stelle, ma invece non funziona così. L’esperienza con il partito azienda di Silvio Berlusconi del ventennio ultimo scorso dovrebbe avere insegnato a diffidare dei partiti o dei movimenti i cui fili e sorti vengono retti da aziende private con regole che fanno capo all’uomo solo al comando. Invece no. L’elettore coscienzioso dovrebbe avere imparato, negli ultimi vent’anni, a riconoscere ciò che è propaganda da ciò che è fattibile. Invece no.
A chi va a votare in questo paese bisogna raccontare di funivie, di milioni di posti di lavoro impossibili da creare, di redditi di cittadinanza impossibili da ottenere, indicare la corruzione altrui nascondendo la propria, fare leva sulla presunta disonestà degli altri soprattutto se si hanno avuto problemi con la giustizia; bisogna parlare di pannolini lavabili, di monete complementari, di baratti parziali e di assessori a contratto; quindi essere contro le unioni civili, fare fuori le questioni legate all’uguaglianza delle persone LGBT dl programma. Oltre a ciò se hai un bell’aspetto, un po’ di savoir faire, una bella voce e la sai raccontare, ed hai anche il culo di avere dalla tua parte un momento storico difficoltoso, il tuo populismo, che è il nulla cosmico per intenderci, avrà vittoria facile.
Virginia Raggi, che come tutti i 5Stelle la racconta bene (esistono training appositi per questo), nel corso della sua campagna elettorale non ha detto nulla: ha fatto proposte che facessero parlare di lei, proposte talmente campate in aria da non poter essere ignorate, riuscendo a far passare praticamente sotto silenzio la vera questione dei 5Stelle, che è la nota storia legata alla Casaleggio Associati col famoso contratto e la fidejussione di 150mila euro della quale ai cittadini votanti non è fregata una beata minchia, fatta passare abilmente sotto silenzio insieme alla questione che basterà una parola di Grillo per farla saltare. Come se non fosse bastato Marino.
Virginia Raggi ha fatto il pieno di voti grazie all’incompetenza ed ha avuto la sfrontatezza di affermare, immediatamente dopo il primo turno, che la “storiella degli incompetenti è finita”. Invece, proprio grazie a lei, la storiella degli incompetenti al governo che speravamo finita per sempre, ricomincia da una Capitale devastata che Raggi, ammesso che la storiella degli incompetenti non venga risolta dal ballottaggio, sarà assolutamente incapace di rimettere in piedi. Con tante sentite condoglianze a chi ci vive.
(6 giugno 2016)
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