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No, non sono cattivo! E’ l’algoritmo che mi disegna così

Algoritmodi Il Capo

 

 

 

 

 

 

 

 

Nel paese in cui tutto è un’opinione e tutto è legittimo – soprattutto l’offesa personale nell’agone politico e lo spioncino aperto sulla camera da letto altrui – le ragioni per cui si cambia idea possono rappresentare la soglia tra la popolarità e l’impopolarità e scatenare veri e propri processi sui social, dei quali i diretti interessati allegramente si fottono, con accuse di vario genere, non ultima quella di essersi “venduti” al nemico. “Venduto!”, epiteto un tempo riservato agli arbitri, ha lasciato il posto a insulti diretti prevalentemente verso le madri altrui, tra i quali “Bastardo” è una delle varianti colte. Insulti che vengono postati sui social con la stessa tranquillità con la quale ci si infila in bocca un tozzo di pane quando si è affamati o con la quale si pesta a sangue la propria donna, perché l’insulto e la violenza sui social non sono una cosa innocente che stanno lì in quanto frutto di un momento di furore, sono proprio i testimoni dell’imbarbarimento agghiacciante che la nostra società ha subito e dell’intolleranza che sfocia nell’odio per l’altro quando lo vediamo come nemico. Sabrina Ferilli dichiara di votare per il M5S? Eccola eletta a principessa delle meretrici.  Claudio Santamaria fa lo stesso? Diventa anche lui il cialtrone della porta accanto e giù insulti – credeteci (da addetti ai lavori) sarebbe di gran lunga più utile criticarli ferocemente per ciò che perpetrano di fronte alla macchina da presa o su un palcoscenico teatrale. Roberto Benigni prima dice che voterà “No” al referendum poi legittimamente cambia idea e decide per il “Sì”? Si scatena un putiferio e se ne dicono e scrivono di tutti i colori. Insomma siamo un popolo di invidiosi furiosi per la posizione altrui, che invece di cercare di farsene una con i proprio mezzi, riconoscendoseli prima di tutto, passa il proprio tempo a criticare ciò che fanno e pensano gli altri. Poi si hanno sett’antanni e si smette di parlare ai propri figli perché devastati dai fallimenti. L’algoritmo, nostro signore e padrone, ci ha fottuto e si è impadronito anche dei nostri giudizi. Ci ha abituati, grazie ai nostri profili sui social dove postiamo anche il numero delle nostre erezioni, ad essere circondati soltanto da persone che la pensano più o meno come noi con le quali “condividiamo” gusti, opinioni, obbiettivi e che chiamiamo “amici”. Li contiamo, ne facciamo uso per celebrare (ahinoi) la nostra “popolarità”, li vendiamo come se fossero testimoni del nostro “valore sociale”. Facciamo con i nostri “amici” ciò che il social fa con noi: per questo ci viene chiesto di scrivere il più possibile sui nostri gusti, amori, opinioni, erezioni. In questo modo l’algoritmo ci troverà persone (amici, sic!) compatibili con i quali entrare in contatto e ci trasformerà in un perfetto target pubblicitario. Perché va ricordato che quando tutto è gratis è perché stanno vendendo le nostre chiappe. Detto ciò è evidente che ogni voce di dissenso venga vissuta come un attentato, soprattutto dal popolino più incolto e più facile all’emozione incontrollata, data l’abitudine indotta dai social ad essere circondato da esseri virtuali che ti danno sempre ragione o quasi. Ne deriva quindi l’indignatissimo “Ma come? Ha cambiata idea? Ma fino a ieri…”, che saetta nell’aria come un sinistro presagio e che non lascia il tempo di pensare che a volte la gente ragiona anche, riflette sulle cose, ci pensa e poi cambia idea. E se deve, lo ritiene necessario o la sua posizione lo richiede, lo comunica urbi et orbi. Ecco quindi piombare le varie accuse di incoerenza – perché per l’italico cialtrone bisogna essere coerenti prima di tutto, tant’è vero che hanno votato per vent’anni Berlusconi ed ora danno il 25% a Grillo, entrambi maestri di coerenza – quelle di essersi “venduto a Renzi quel figlio di txxxa, chissà quanto lo ha pagato!” e via di questo passo. Insomma l’emotività controllata dall’algoritmo porta anche a questo. Stare sui social, gridare il proprio inutile parere ai quattro venti, indignarsi per l’ennesima donna ammazzata da un barbaro maschio virile che soltanto attraverso il femminicidio riesce ad affermare se stesso, postare quattro parole di circostanza a corredo di una notizia che ci turba e poi dimenticarcene, tanto il nostro contributo sta lì ed è visibile a tutti, è ciò che abbiamo imparato a fare. E giudicare “di pancia” un personaggio o l’altro “schierandoci” a seconda di ciò che pensa (o dice di pensare), ci offre due vantaggi: a) pensare di essere infinitamente migliori di lui perché “guarda cosa pensa questo idiota!”; b) pensare di essere sempre nel giusto. Lo schiavo dell’algoritmo e della sua pancia si prepara così ad un finale di vita glorioso. Tanti auguri.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

(3 giugno 2016)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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