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martedì, Settembre 28, 2021

“Giustappunto!” di Vittorio Lussana: “Senza ipocrisie”

Vittorio Lussana 02di Vittorio Lussana   twitter@vittoriolussana

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Con sincera simpatia umana e assoluto rispetto democratico salutiamo la scomparsa di Gianroberto Casaleggio, autentico Thomas More dei primi anni duemila, per la sua idea d’introdurre le nuove tecnologie e metterle al servizio della comunicazione e dell’informazione collettiva. Tuttavia, lo ‘spirito’ di questa sua ‘utopia’ è la sola e unica ‘intuizione’ che resta veramente sul terreno concreto della politica italiana. Una ‘visione’ che, in merito a tutto il resto, ha sempre palesato il limite di teorizzare Partiti ‘unici’ e dittature delle maggioranze; che illude e s’illude di poter rimettere il potere interamente nelle mani dei cittadini; che professa la democrazia diretta e la ‘retorica della rete’ in quanto semplici ‘leve’ protestatarie destinate a sostituire le vetuste formule della dittatura del proletariato e dell’anarchismo ‘bakuniano’. Gianroberto Casaleggio ha avuto un’unica grande illuminazione: l’utilizzo della rete internet per finalità di analisi sociale. Una funzione che persino una parte della borghesia laica, ancora oggi, non riesce proprio a ‘digerire’. Ma nel caso di Casaleggio si trattava comunque di finalità estremizzate, buone solamente a ispirare uno spettacolo di satira teatrale, nonché tradizionalmente allergiche alle procedure della democrazia rappresentativa e parlamentare. Un utopismo destinato a infrangersi sugli ‘scogli’ della sempre valida equazione ‘orwelliana’ de ‘La fattoria degli animali’: quella di un ‘nuovo ordine’ costretto a fare le stesse, identiche cose di quello vecchio; la sostituzione di un sistema con un altro ‘sistema’ assai peggiore del precedente; il fastidio verso ogni ‘faticosa’ metodologia di correzione in senso gradualista e riformista del sistema medesimo; l’abbassamento verticale di ogni aspetto ‘qualitativo’ della vita collettiva, letteralmente ‘appiattita’ e condannata alla mediocrità di massa. L’idea della democrazia diretta, per esempio, oltre a materializzare concretamente la sciagura di un assemblearismo ‘giacobino’ di derivazione ‘rousseauiana’ che decide ancora meno di ogni altro tipo di procedura politica, è realizzabile soprattutto in piccole comunità come i cantoni svizzeri o altre realtà locali dalle dimensioni circoscritte. Si tratta di un pragmatismo ‘pesante’ ed eccessivo, che non delinea affatto un avvicinamento tra politica e popolo, bensì il semplice ‘schiacciamento’ intorno a quei processi di omologazione e inculturazione provinciale i quali, in questi ultimi decenni, hanno prodotto solamente superficialità, inettitudine, totale impreparazione. Un po’ come pretendere di ottenere la patente di guida evitando l’esame di teoria, perché le segnaletiche stradali e lo stesso codice della strada sono elementi da considerare ormai inutili e persino fastidiosi. Non si possono far le cose per “piacere a Dio”: occorre scegliere cosa si vuol fare veramente, nella vita. E tradotto politicamente, ciò significa come sia necessario dar modo ai cittadini di operare una miglior selezione della propria classe politica, cercando di far loro apprezzare non soltanto le singole persone, ma anche i diversi disegni e progetti programmatici che le distinte forze sono tenute a realizzare. E’ a questo che servono i Partiti, dunque bisogna farli funzionare. Tanto per fare un esempio esplicativo, in anni di emergenza climatica, domeniche senz’auto e inquinamento da polveri sottili, i parlamenti di tutti i Paesi ‘normali’ sono costituiti da una folta rappresentanza delle culture ecologiste e ambientallste. E’ una cosa che ha un senso, sia culturalmente, sia politicamente: gli esatti motivi per cui, qui da noi, una cosa del genere non potrà mai funzionare. Attenzione, però: noi italiani non ci fermiamo mica qui. Siamo ‘moooooolto’ più bravi ad andare ‘oltre’ i nostri paradossi più assurdi. Non solo qui da noi i Partiti ‘verdi’ non meritano attenzione, ma il primo demagogo che passa, anche solo per caso, per piazza Venezia ottiene regolarmente una ‘valanga’ di voti e consensi: dai tempi della ‘marcia su Roma’ sino a oggi, manca solamente la ‘discesa in campo’ di Paolino Paperino e la ‘fotografia’ della politica italiana può ritenersi definitivamente completata. Perché ormai possiamo dircelo apertamente e ‘fuori dai denti’: l’Italia è un Paese così stupidamente cattolico da non conoscere nemmeno la sua stessa credenza di fondo. E cioè che sono le ‘pietre scartate’ a diventare ‘testate d’angolo’. Ecco dunque all’orizzonte, il vero e più radicato problema italiano: il cattolicesimo ‘amorale’. Un ‘cancro’ impossibile da estirpare, per cui tutti sono tenuti a preoccuparsi esclusivamente del proprio portafoglio. L’attuale deriva verso il ‘lobbismo’ e una politica utilizzata a rappresentare principalmente gli interessi di gruppi di potere o ristrette ‘conventicole’ è già lì a dimostrare quella ‘china’ degenerativa, quel maledetto ‘piano inclinato’ di cui lo stesso Movimento 5 Stelle rappresenta una delle principali conseguenze dirette: lo sradicamento della politica da ogni significato di principio o valoriale, da ogni genere e tipo di tradizione culturale. Un processo che indubbiamente ha investito anche quei Partiti che un’identità dicono di averla e professarla: su quest’ultimo punto non ci ‘piove’. Qui non s’intende demonizzare un Movimento sorto a causa degli errori devastanti della politica cosiddetta ‘tradizionale’. Quel che, invece, veniamo affermando, con piena fondatezza morale, culturale e persino scientifica, è che della ‘patologia’ italiana si continuano a scambiare i ‘sintomi’ con la causa. Noi non proponiamo teorie meccaniche basate sull’aria, come invece ha fatto, durante il proprio percorso politico, Gianroberto Casaleggio. Ed è esattamente per questo motivo che viviamo la politica attuale come un’autentica persecuzione delle varie, troppe ‘chiese metropolitane’. Le quali, in questo disgraziato Paese, esistono e si rigenerano sempre sotto mentite ‘spoglie’. “Ma ognuno ha una coscienza segreta, con cui fa il pranzo di Natale”, scrisse un tempo il grande Ivano Fossati, “è una questione di ‘ventilazione’, o di sapere che cos’è normale…”.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

(14 aprile 2016)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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