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L’informazione ufficiale di questo paese contro ogni parvenza di riforma

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Isteria 300x450di Daniele Santi

 

 

 

E’ tornata Lilli Gruber, per la quale ho un debole, e come sempre faccio mettendomi a tavola proprio a quell’ora per la cena, seguo il programma Otto e Mezzo.  L’estate ha un unico merito per uno che come me detesta il caldo, che con le sue programmazioni tivù inesistenti, con la politica quasi ferma che non offre ai giornali nulla di cui vantarsi di conoscere le evoluzioni future, consente di staccare e di dimenticare almeno in parte, in che indecenza di paese si vive. Poi arriva settembre e tutto, proprio tutto!, ricomincia. Anche Travaglio e Salvini in televisione. Onnipresenti.

 

Una delle perversioni che più mi colpisce è la determinazione degli Italiani a perseguire pervicacemente il fallimento e l’idea che niente possa cambiare, e siccome niente può cambiare coloro che parlano di cambiamento sono dei bugiardi, quindi inaffidabili, quindi io non ci credo. E siccome io non ci credo faccio tutto quanto è in mio potere per fare in modo che nessuno ci creda. Ciò che ne deriva è che, proprio per la paura che non si attuino le riforme promesse, ad esempio, ci si schiera contro prima ancora di vedere come le cose vanno a finire. E’ vero che veniamo da vent’anni in cui si è promesso di tutto e non s’è fatto nulla, ma si trattava di vedere come erano le cose realmente mentre si credeva al Grande Imbonitore marca Mediaset che palesemente stava raccontando un sacco di panzane. E’ la sfiga di chi vota con la pancia e cerca l’Uomo (l’Ometto in questo caso) forte.

 

Uno degli esempi di questo disfattismo culturale è il buon Travaglio che troviamo abilissimo in televisione: tempi perfetti, la parolaccia al punto giusto, mai una di troppo mai una fuori luogo, davvero abilissimo, ma così concentrato sull’aver ragione nel suo pessimismo anti-tutto da essere disposto a vedere concretizzarsi i fallimenti di cui vaneggia (spesso a torto), pur di dimostrare all’italico mondo di essere nel giusto.  Travaglio ha però il merito di essere capace di mangiarsi vivo chiunque argomentando con feroce determinazione e senza sbagliare un colpo.

 

8 settembre, Otto e Mezzo. Lilli Gruber ospita Maria Elena Boschi, a fare da contraltare alla Ministra il giornalista Antonio Polito che mentre Boschi spiega “se la riforma del Senato andrà in porto verrà sottoposta a referendum” come annunciato da Renzi più di un anno fa, insisteva che il referendum è una strada obbligata considerando che la riforma verrà approvata senza i 2/3 dei voti necessari, quando la votazione non si è ancora tenuta ed il referendum è stato annunciato all’indomani della presentazione della riforma istituzionale. A Polito non interessavano gli argomenti della Ministra, interessava avere ragione. La conservazione a tutti i costi basta che il mio ego ne esca vincitore.

 

 

Unioni Civili: mentre l’associazionismo LGBT o quel poco che ne resta è schierato contro o a favore a seconda del vestito che la Sen. Cirinnà ha indossato il giorno prima, c’è tutto un attivismo demenziale attorno alle dichiarazioni che sfrecciano sui social per lo più schierato sul “non si faranno mai” e sul “se non posso avere il matrimonio meglio non avere nulla”. Ora posto che al di là di una legge, per avere un matrimionio egualitario “agito” e “praticato” è necessario che qualcuno ci sposi, mettendo da parte le battute, l’omosessualico (omosessuale-italico, pessimo neologismo, ma non potevo resistere) è disposto a non avere nulla piuttosto che lottare per avere quel poco che lo stato antropologicamente subculturale del paese in cui vive ha la possibilità di dare, e da quel poco ripartire per avere di più.

 

Gli organi di informazione dei grandi gruppi, mica il nostro che siam dei poveracci, si allineano a questo pensiero disfattista del popolino e predicano il fallimento e la non riuscita di ogni iniziativa venga messa in porto. Non sappiamo se più per la necessità di inseguire il pensiero devastato dei pochi (e sempre meno saranno) che acquistano i quotidiani cartacei o un pensiero comune dell’elite culturale dei grandi [sic] direttori di giornali e loro vassalli, dediti all’impoverimento delle risorse di fiducia dei cittadini.

 

Ci pare si tratti di esercizi di cui questa Italia, e quella che verrà, non hanno affatto bisogno. Ma finché l’ego dei singoli sarà più importante del benessere, anche intellettuale, anche culturale, della collettività, saremo sempre in tempi di vacche magre.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

(9 settembre 2015)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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