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Pena di morte: un fine luglio di sangue

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La seconda metà di luglio è stata piena di eventi negativi in tema di pena di morte. Terminato il Ramadan, sono riprese le esecuzioni in Pakistan e Arabia Saudita (il totale dall’inizio dell’anno è salito, rispettivamente, a 180 e 105).

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Contrariamente al solito, il mese sacro non ha minimamente fermato il boia in Iran. A metà luglio le esecuzioni dal 1° gennaio erano state quasi 700, numero ampiamente superato nella seconda parte del mese. Il 1° agosto è stata messa in atto l’esecuzione di un minorenne al momento del reato. In Iraq, dopo la ratifica da parte del presidente, si temono decine di esecuzioni.

 

Il 30 luglio, in India, è stato impiccato Yakub Abdul Razak Memon, ritenuto il finanziatore degli attentati di Mumbai del 1993 in cui morirono 257 persone. Memon era stato condannato a morte nel 2007 sulla base di una legge antiterrorismo che contiene diverse disposizioni contrarie al diritto internazionale. Le organizzazioni per i diritti umani hanno sollevato perplessità sullo svolgimento del processo.

 

Infine, il 27 luglio nove imputati (tra i quali Saif al-Islam Gheddafi, figlio dell’ex leader libico, e Abdallah al-Senussi, ex capo dell’intelligence) sono stati condannati a morte per crimini di guerra e altri reati commessi durante la rivolta del 2011 in Libia.

 

Amnesty International aveva per lungo tempo chiesto che Saif al-Islam Gheddafi venisse consegnato al Tribunale penale internazionale (che aveva emesso un mandato di cattura nei suoi confronti), dove ci sarebbero state le condizioni necessarie a un processo equo, condizioni che il sistema giudiziario libico non era né è attualmente in grado di offrire.  Le autorità libiche, dopo aver rifiutato di consegnarlo al Tribunale penale internazionale, hanno processato e condannato l’imputato praticamente in contumacia, detenuto in isolamento da una milizia di Zintan senza accesso a un avvocato. Saif al-Islam Gheddafi ha preso inizialmente parte al processo tramite un collegamento video di scarsa qualità, poi quando le milizie di Zintan sono state cacciate da Tripoli il collegamento non è stato più ripristinato.

 

Il ministro della Giustizia del governo legittimato dalla comunità internazionale e che ha sede nella Libia orientale, ha dichiarato di non riconoscere l’esito del processo.

 

Lo afferma in un comunicato Amnesty International Italia.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

(5 agosto 2015)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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