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martedì, Novembre 30, 2021

Ciò che mi rende furiosa, di Gisella Calabrese: l’incapacità di accettare un mondo libero

Gisella Calabrese 03di Gisella Calabrese twitter@giscal77

Ho sempre sostenuto che l’ironia sia uno degli strumenti più potenti ed espressivi per fronteggiare le difficoltà della vita di tutti i giorni. La vita è già fin troppo complicata per prendersi sempre troppo sul serio. Questa rubrica per prima è un chiaro esempio di ironia. Un po’ di sano humor, anche dissacrante, mantiene la mente allenata a recepire pillole di intelligenza in un mondo troppo spesso affollato di idioti. Idioti che una mattina si alzano, si incappucciano e si recano nella redazione di un giornale satirico sparando a raffica, ammazzando 12 persone e ferendone altre 8, in nome di un dio che -senza dubbio- non potrebbe mai approvare un simile, stupido gesto.

Cattolici, musulmani, ebrei, ortodossi, induisti o semplicemente atei, nessuno con il cervello sano potrebbe mai volere un massacro, men che meno per la mancanza di senso dell’ ironia. Dalla notte dei tempi la satira è sempre stata un elemento fondante della civiltà, fin dall’antica Grecia, quando uomini dotti filosofeggiavano ponendo le basi della civiltà moderna. Dove può mai essere il male in una sana risata? Deridere un profeta, o un “capo” di Al Quaeda non può mai essere motivo di morte, ancor meno nel 2015. Che un simile atto terroristico capiti nella città che nella sua storia tormentata ha versato fin troppo sangue in nome di “Egalitè, Libertè e Fraternitè” suona ancora più un paradosso. Una mattina come tante, in un giorno come tanti, ci si reca al lavoro e non si torna più, ammazzati da una raffica di proiettili. Solo perché si sa fare bene il proprio lavoro, solo perché si regala una risata con un disegno.

Il disegno è senza dubbio l’espressione più diretta ed immediata di un pensiero, molto più della stessa parola, che spesso viene fraintesa o non è capita. Che piaccia o meno, è un’arte, così come il saper far ridere, la capacità di prendere in giro tutto, anche ciò che da alcuni può essere considerato un tabù. I vignettisti di Charlie Hebdo erano semplicemente questo: bravi disegnatori con un forte senso dell’ironia, sarcasmo, un pizzico di spregiudicatezza e voglia di esprimersi. Mentre ora sangue, fogli sparsi e paura sono tutto ciò che resta dopo un gesto inimmaginabile. E la rabbia. Quella prende il sopravvento, dopo il muto sgomento iniziale e la domanda che rimbomba ancora più forte di quei colpi di kalashnikov in tutto il mondo: “Perché?”. Ed è questa la fase più importante, difficile e delicata. Razionalizzare, riflettere a mente fresca e non lasciarsi travolgere dall’ondata emotiva che comprensibilmente affanna i nostri pensieri. Non dimenticare mai la nostra umanità, il nostro razionicinio, la nostra coscienza. Tre cose che ci rendono diversi da qualsiasi terrorista del mondo, a qualsiasi “fede” egli dica di appartenere.

Ecco perché le migliaia di persone scese in piazza con candele e matite al cielo è stata per me un’immagine meravigliosa, seppur struggente, di speranza e di forza. Rispondere allo sparo con la presenza, con la convinzione, con il dolore nel cuore e negli occhi, ma non nei gesti violenti. Da una matita spezzata ne nascono due, da 12 matite spezzate ne scaturiscono milioni, in tutto il mondo.

La caccia ai killer, fratelli sbandati quasi più francesi dello stesso Hollande, è durata ore molto lunghe ed estenuanti, di ansia e panico, ma la loro fuga è finita. Nell’aria si respirava in maniera palpabile la parola fine, lo desideravamo tutti. Molto ancora si dovrà capire. Addestrati in Siria, ma impacciati in così tante cose da sembrare al contempo fin troppo sprovveduti. La carta di identità lasciata nell’auto, il rifornimento alla polpa di benzina, il giro in tondo alla capitale. Volevano uscirne da martiri, ci hanno rimesso la vita, ma forse individui come loro non hanno mai capito fino in fondo un simile valore, il più prezioso di tutti.

Una mezza sconfitta, dovevano prenderli vivi, fargli un regolare processo, condannarli per le loro colpe, ma probabilmente il loro destino era già scritto da tanto tempo.

Le risposte che cercavamo non le avremo mai, ma a conti fatti, sarebbero servite a poco. Non si può tornare indietro, questa strage è già avvenuta.

Accecati dalla “sete di giustizia” verso il loro dio, hanno tentato di insinuare in tutti noi la paura che una cosa del genere possa accadere ovunque, in qualsiasi momento ed in qualsiasi posto. Piccole cellule sciolte e impazzite sono incontrollabili, anche nella città più organizzata e Parigi è stata di fatto sotto assedio in diverse zone, alle prese con quattro pazzi senza scrupoli che prendono in ostaggio persone comuni, in preda ad una profonda angoscia.

E l’angoscia è il sentimento più diffuso in queste ore, anche in chi è lontanissimo dalla Francia, anche in chi a Parigi non c’è mai stato.

Perché dal 7 gennaio siamo tutti Charlie Hebdo. Tutti, nessuno escluso, compreis i musulmani moderati che #notinmyname non si riconoscono in simili, incomprensibili, assurdi atti terroristici.

Ora che tutto è finito dobbiamo metabolizzare quanto accaduto con lucidità, senza correre ad allarmismi, senza tornare ai tempi bui spazzando via quanto di buono è stato fatto finora per una civiltà multiculturale. Ora è il momento di capire chi siamo e soprattutto chi vogliamo essere. Dopo la preghiera per chi non c’è più, dovremo stare ancora più attenti a non perderci dentro strumentalizzazioni politiche, faide etniche, paure immotivata. Ora più che mai dobbiamo essere uniti, senza nessuna retorica.

Perché l’incapacità di accettare un mondo libero di ridere, ma soprattutto libero di esprimersi, non può e non deve essere un problema di chi esercita tale sacrosanta libertà, ma solo di chi è troppo ottuso per comprenderla.

Cordialmente vostra.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

(9 gennaio 2015)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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