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Parlare è gratis!, grida un murale (è certo che se fosse a pagamento si direbbero meno scemenze)

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ParlareEgratisdi Il Capo

Il murale del muro che non ha colpa, ma ha pianti, grida “Parlare è gratis!” in questo esercizio di reclamare quello che si ritiene un diritto confondendolo con qualcosa che ci viene negato, frutto più delle nostre paranoie interne che di un fatto effettivo, oggettivo, di una proibizione, di un “No” imposto dall’alto.

Ricordo che moltissimi anni fa, durante il mio primo viaggio in Tunisia – poi ci passai così tanto tempo che le guardie di frontiera mi chiamavano per nome –  entrando nel terzo negozio che ospitava in bella mostra una foto del presidente dittatore Ben Alì, feci una battuta sul fatto che quel faccione antipatico fosse dappertutto. Vidi il mio amico impallidire ed il negoziante anche. Il mio amico mi spiegò quindi che per la mia battuta loro sarebbero potuti finir e in galera. E io anche. Capii e mi scusai per la mia ignoranza e poco rispetto. Capii anche che parlare gratis non sempre è un diritto, spesso è un danno.

“Parlare è gratis!” cosa significa? Che posso dire qualunque cosa mi passi per la testa incurante dei danni che posso procurare? Che mi sento castrato perché vedo gente in televisione che dice la sua e vorrei essere lì, ma non posso? Credere di avere tante cose interessanti da dire, ma incolpare il mondo di non ascoltare? Significa sputare sulla libertà di cui si gode pensando di vivere in una dittatura che ci tarpa le ali? Il tipo che imbrattava un treno con un pennarello qualche sera fa gridando minacce ai presenti (l’ho fotografato e lo denuncerò) era portatore della convinzione “Parlare è gratis!”? Ma risistemare i treni no, non è gratis. E nemmeno ridipingere i muri è gratis. E pago anche io che me ne sto zitto. E non scrivo sui muri.

Insomma, sì. Parlare è gratis. Disgraziatamente. Se fosse a pagamento si direbbero un sacco di idiozie in meno.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

(2 ottobre 2014)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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