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Guerra e ancora guerra, c’è giustificazione all’odio?

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Israele Flagdi Iosonodio

Siamo sempre lì, da quando sono nato vivo con le periodiche guerre tra arabi ed israeliani in una terra dove due popoli rivendicano il diritto a vivere. Una terra dove qualcuno ritiene che un popolo abbia più diritti dell’altro, succede spesso in questo mondo che abbiamo costruito a nostra immagine e somiglianza dando la colpa ad un dio.

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Qualche giorno fa di nuovo guerra: dopo l’uccisione di tre giovani israeliani, uccisi e i cui corpi sono stati bruciati, e la dichiarazione di vendetta del premier israeliano che proprio uomo di pace non è mai stato. Dall’altra parte i proclami di Hamas che giungono fino alla follia di intimare alla propria gente di non lasciare le loro case dopo che Israele ha lanciato un ultimatum che chiarissimamente indica che invece è meglio alsciarle. Perché colpiranno pesante.

E poi i razzi su Israele, gli allarmi antimissile che prontamente vengono ritwittati, anche da noi. Anche da noi che nulla invece sappiamo di ciò che avviene dall’altra parte, agli altri, ai palestinesi che ce ne sono diecimila in fuga e non sanno dove andare perché anche loro, come moltissimi altri, hanno perso tutto. E dovranno cercare rifugio da qualche parte. Perché da qualche parte bisogna pur vivere. E morire.

Le cronache sterili fatte di numeri parlano di circa 1500 feriti e 175 morti, ma i numeri contano davvero qualcosa in un panorama di bombe e razzi e carri armati, dove l’unico obbiettivo sembra mantenere la pressione sul territorio palestinese, quella sul governo israeliano e via di questo passo.

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Viene da chiedersi per quanto tempo ancora la gente comune che vuole vivere in pace sarà ancora costretta a da chi la governa a convivere con guerre, odio e morte, in nome della pace e della fratellanza. Viene da chiedersi per quanto ancora intendiamo nasconderci dietro un dio che professiamo giusto o vendicativo a seconda dei nostri bisogni, per giustificare l’orrore che abbiamo dentro.

Viene da chiedersi perché dopo anni e anni di guerre e distruzioni, di morti ammazzati, di lager, di bombe atomiche, di guerre scoppiate per la pace che il problema della pace e della guerra non l’hanno risolto, invece di continuare a fare ciò che sempre abbiamo fatto, non si provi a pensare, a riflettere – dato che come esseri umani queste facoltà dovremmo averle – sul fatto che forse è necessario cambiare via. Cercare una specie di autoriforma interiore, mettiamola così, e cominciare a dialogare sul serio, profondamente, capendo che lo spazio per tutti, in quelle poche decine d’anni che ci sono dati di vivere, si dovrebbe proprio trovarlo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

(14 luglio 2014)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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