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Il Manganello de La Karl du Pigné: “Merdeficient & la Tribù degli Opossum” (prima parte)

La Karl Du Pigné 00di La Karl du Pigné

Nell’agosto del 2013, durante gli scavi della linea C della Metropolitana di Roma, assieme a centinaia di migliaia di cocci risalenti ad epoche che vanno da quella romana a quella barocca, nella zona limitrofa a San Giovanni è venuto alla luce – protetto da una pignatta colorata di rosso, giallo, arancione, verde, blu e viola – un incunabolo risalente all’anno 1550 circa (la datazione non è certa ma ne parla genericamente un tal Eustachios de Borbonis in un suo trattato sui rimedi naturali agli avvelenamenti del 1598).

Quella che segue è la trascrizione in lingua italiana corrente, un riassunto per quanto possibile più vicino all’originale, che getta nuova luce su come in ogni epoca la teoria degli stronzi sia perfettamente assimilabile a quella dei corsi e ricorsi storici. In maniera ciclica essi compaiono e, per fortuna, dopo un po’ muoiono, lasciando purtroppo alle loro spalle smarrimenti, ferite e guai. Qualcosa che la natura umana non ha ancora imparato ad evitare. Ma occorre essere ottimisti e pensare che la loro conoscenza, prima o poi, ne ridurrà drasticamente il numero e ne decreterà infine la scomparsa totale. Se ci siamo riusciti con la peste, forse riusciremo a relegare anche gli stronzi ad una percentuale infima e non rilevabile.

MERDEFICIENT,LA TRIBU’ DEGLI OPOSSUM E LA TRISTE STORIA DELLA SUA ASCESA E DELLA SUA INEVITABILE CADUTA

(prima parte)

Nel Regno di Zabaglione la tribù degli Opossum regnava incontrastata da tempo immemore. Un antico maleficio, maturato nelle stanze segrete del palazzo di Merdeficient, da anni il capo supremo della tribù, coadiuvato dal suo gran camerlengo Guardemorin, aveva reso la popolazione succube involontaria di un disegno di occupazione e costruito parallelamente una solidissima rete amministrativa in tutto il Regno, anch’essa frutto di delazioni, complicità e favori. Come la tela di un ragno velenoso, il maleficio si estendeva su tutto il Regno e lo costringeva nella sua fetida morsa.

Merdeficient e Guardemorin erano i due capi supremi, coloro che costruivano e disfacevano la tela a loro piacimento e secondo i loro turpi interessi. Il sodalizio dei due loschi figuri risaliva a molto tempo prima, quando ancora giovani, essi vivevano di espedienti più o meno legali nel Regno di Siviglia e Borbonia, paese confinante ad Est con il Regno di Zabaglione, dal quale erano stati allontanati e sul quale tentavano di stendere con scarsi risultati la loro malefica influenza attraverso un loro emissario segreto, tale Ondino il Sannita, che si stava facendo strada nella carriera diplomatica e ambiva al ruolo di ambasciatore di Siviglia e Borbonia. Merdeficient aveva iniziato la sua arrampicata sociale ancora giovanissima, quando intratteneva a turni alterni briganti e guardie spagnole nelle luride bettole ai confini del regno, famosa col nome d’arte di “Ballerina di Siviglia”, nomignolo che ancora si sussurrava nelle stanze del palazzo del potere, quando, vorace di carne fresca, Merdeficient si accompagnava incautamente con i giovani paggi della sua corte. D’altronde era proprio questo il segreto che gli aveva permesso di salire in breve tempo fino al comando supremo della tribù degli opossum.

Il regno di Zabaglione era circondato da popoli che vivevano in pace da secoli. A sud la tribù dei Raccoglitori del Miele che nel corso degli anni aveva cercato invano di instaurare rapporti commerciali e scambi culturali con il Regno di Zabaglione. Troppe erano le differenze e nonostante i due popoli non si odiassero, erano malviste le coppie miste, i rapporti troppo stretti fra gli appartenenti ai due popoli e il Regno di Zabaglione presidiava con molta attenzione i confini, forte anche dell’accurata propaganda, magistralmente diretta da Guardemorin, la vera eminenza grigia del regno, che dipingeva i popoli del Regno Meridionale come gente inaffidabile, incapace e cattiva.

Il vero fiore all’occhiello della diplomazia del Regno di Zabaglione era invece lo stretto legame che Gardemorin, al quale era affidata anche la carica di gran Ministro dei Rapporti con i Paesi confinanti, era riuscito a tessere con il Granducato dei Gitani del Nord. I due Stati confinanti avevano stretto solidi legami commerciali e si potevano incontrare intere processioni di zabaglioni verso nord e di gitani verso sud che si salutavano festosamente quando si incontravano.

Non si sarebbe mai capito a fondo questo solido legame se le solite voci di palazzo non avessero raccolto qui e la, di quando in quando, che Merdeficient e Guardemorin si erano dapprima conquistata la fiducia del Granduca Gitano con viscidi salamelecchi e ingannevoli sottomissioni e che, come era loro d’uso, gli avessero offerto appena possibile i migliori prodotti che il Regno di Zabaglione potesse offrire: delazioni certe e immediate sui nemici comuni, viscidi legami con uomini corrotti al soldo dei due Regni, bajadere di terz’ordine disponibili a tutto e anche i giovani paggi di corte per il suo personale piacere. Una volta trovata la chiave di accesso alle grazie del Granduca, la viscida coppia si era ritrovata in una chiara posizione di privilegio, che nemmeno molto diplomaticamente aveva sbandierato a destra e manca.

In una regione che viveva nella tranquillità solo a patto che gli equilibrismi tra i vari Regni, Granducati e Contee fossero bilanciati in modo da far prosperare scambi commerciali e con essi arte e cultura, la potente relazione tra il Regno di Zabaglione e il Granducato dei Gitani del Nord metteva a dura prova la pace e la tranquillità di tutta la Regione. L’arroganza e la presunzione di detenere un primato grazie ad uno scempio ricatto e di voler gestire il potere in maniera esclusiva avrebbe portato di lì a poco uno sconquassamento di tutta l’area. Tutto il territorio era inoltre attraversato da piccole tribù nomadi che mal sopportavano di pagare il soldo a Merdeficient. La tribù dei Sei Colori della Vita, quella delle Amazzoni guerriere, quella delle Anime dalla voce celestiale, quella dei Tersicorei, la Tribù dei Figli di Tiresia, quella degli Adoratori del Grande Orso Bianco, i Figli dei fiumi e dei mari – solo per citarne alcune – erano solite muoversi da un Regno all’altro e, una volta l’anno, riunirsi in una grande festa all’aperto dove tutte e tutti si incontravano, ballavano, si scambiavano doni e rafforzavano i legami in un clima generale di grande solidarietà e condivisione. Questa era stata sempre la consuetudine, ma da qualche anno le resistenze del regno di Zabaglione, che voleva controllare e gestire anche questo momento di grande felicità generale a suo modo, aveva portato tutte le tribù nomadi a preferire di incontrarsi nel Regno dei Raccoglitori del Miele, da sempre più disponibile all’accoglienza.

Questa situazione non faceva altro che stizzire ogni giorno di più Merdeficient, che sentiva in questo modo sfuggire dalle sue mani la relazione con il Granduca Gitano I: quanto infatti quest’ultimo avrebbe ancora aiutato Merdeficient, quanto potenti sarebbero state ancora le trombe dei messaggeri di Guardemorin a coprire la cocente sconfitta che il regno di Zabaglione avrebbe di li a poco sofferto? Quanto ancora mancava al momento in cui il Granduca Gitano si sarebbe tirato indietro e Merdeficient, all’angolo, lo avrebbe platealmente ricattato?

Nel palazzo del potere l’arrogante Merdeficient riuniva ogni giorno il consiglio con i principali rappresentanti della casta a lui sottoposta cercando di trovare delle soluzioni a quella perdita di potere, lieve ma progressiva, che lo stava indebolendo: non veniva più chiamato agli incontri internazionali, nella grande riunione annuale delle tribù, a causa della sua spocchia e della sua arroganza, non riusciva più ad avere una posizione preminente e a niente servivano gli sforzi di Guardemorin che continuava a sguinzagliare nel regno i suoi prezzolati lacchè.

E nel palazzo del potere, alla luce delle candele, come in un gioco di ombre cinesi, la figura allungata di Merdeficient, le sue mani lunghe e scheletriche e soprattutto il movimento compulsivo delle sue spalle si stagliavano sulle pareti di arenaria delle sue stanze private, al suono ossessivamente ripetitivo di un carillon ed egli, invasato e con gli occhi fuori delle orbite ripeteva quasi in trance e all’infinito il balletto della “Ballerina di Siviglia”, pensando in questo modo di esorcizzare quello che di lì a poco sarebbe successo a lui e al suo Regno, che da solido come sembrava si sarebbe trasformato in fragile cartapesta.

 

(continua…)

 

 

 

 

 

 

(16 giugno 2014)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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