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Legge contro l’Omofobia, Rosario Coco (Gaynet): il problema è l’inconsistenza di un fronte progressista laico. L’intervista

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Rosario Cocodi Maximiliano Calvo

Tra le tante persone che quasi quotidianamente incontriamo per il nostro lavoro, non solo sul fronte LGTB, ci è piaciuto Rosario Coco, 28enne di origini siciliane,  portavoce del circolo Gaynet Roma e redattore di Gaynet.it, deciso e dal piglio gradevole, con idee chiare su ciò che dovrebbe essere fatto e non è stato fatto rispetto alla Legge contro l’Omofobia, che si discute da tanto e di cui tanto si discute. Dal canto nostro, cercavamo da tempo un interlocutore che ci aiutasse a fare chiarezza sulla questione e che non arretrasse di fronte alle nostre provocazioni. Rosario Coco ha accettato il nostro invito e ne è scaturita una gradevolissima conversazione, a tratti assai chiarificatrice, che pubblichiamo di seguito.

 

L’intervista:

 

Diritti LGTB legge contro l’Omofobia, vorrebbe spiegarci con parole chiare e semplici in cosa la legge è fallace?

Per prima cosa si è rinunciato, nel testo base approdato in aula, ad estendere l’aggravante speciale prevista dall’articolo 3 della legge Mancino del 1993, che andava a rendere più efficace la precedente legge Reale del 1975. In questo modo abbiamo un’estensione della Mancino “a metà” con il rischio di una legge sostanzialmente inutile e che, oltre al danno la beffa, introduce una gerarchia nella gravità delle discriminazioni, sicchè “frocio di merda” sarà sempre, e per legge, un pò meno grave di “nero di merda”. Secondo: sono stati sostituiti nel testo “orientamento sessuale” e “identità di genere” direttamente con “omofobia” e “transfobia”. Qualcuno giustamente penserà: “tutto più chiaro”. Invece è proprio l’opposto. Immaginiamo di dover scrivere una legge contro il razzismo e che le leggi del nostro Stato immaginario non contemplino in alcun modo il concetto di razzismo. Scriveremo che “la legge punisce le condotte violente e discriminatorie basate sulla razza della vittima”. Non diremo che la legge punisce le condotte basate sul razzismo, perché sarebbe come dire: perché il razzismo è reato? Perché è razzismo. Una tautologia, cioè un’affermazione che usa la stessa parola che deve spiegare. La legge Mancino, infatti, che è la norma su cui interviene il testo contro l’omofobia e la transfobia, punisce i reati di discriminazione in base alla razza, all’etnia, alla nazionalità e alla religione. Non punisce le discriminazioni in base al “razzismo” al “nazionalismo” o al “fondametalismo”. Dal punto di vista giuridico questo implica la mancanza di determinatezza della fattispecie penale, cioè, in breve, la possibilità di individuare esattamente quali fatti vanno puniti, cioè di cosa stiamo parlando. Nel nostro caso, la questione è ancora più delicata, poichè, al contrario dell’esempio immaginario, omofobia e transfobia sono termini complessi e realmente assenti dall’ordinamento italiano, per cui necessitano di una definizione articolata, che era infatti presente nella prima versione del testo. La cosa migliore sarebbe reintrodurre le definizioni iniziali, spazzate via dal fronte bipartisan di clericofascisti che ci ritroviamo in parlamento, o, come ultima spiaggia, provare a definire omofobia e transfobia nella legge, utilizzando comunque orientamento sessuale e identità di genere. Senza tutto questo, la legge, qualora passasse il calvario della Camera e del Senato, sarebbe a fortissimo rischio incostituzionalità.

Infine, nel lungo iter legislativo è stata eliminata la parte che prevedeva la rieducazione del condannato con la commutazione della pena in lavori socialmente utili presso associazioni per la difesa dei diritti LGBT. Questo può sembrare secondario, ma in realtà riguarda l’aspetto più strettamente culturale della legge, quello che va al nocciolo duro della questione: il cuore dell’omofobia è culturale e non è fatto solo di aggressioni, perchè le ferite interiori sono quelle più gravi, come ci hanno insegnato i recenti suicidi passati alla cronaca.

Ferma la possibilità di incostituzionalità della Legge, non crede che il movimento LGTB, le testate che fanno informazione vicina a o diretta alla comunità LGTB dovrebbero gridare meno e spiegare di più?
Allora, per come stanno le cose forse le associazioni hanno gridato anche troppo poco, poichè dopo le bocciature del 2009 e del 2011, questa volta rischiamo seriamente di bruciare ogni possibilità, almeno sull’omofobia. Sicuramente hanno anche il dovere di spiegare di più, anche se le dinamiche legislative a volte sono maledettamente complicate. Bisogna poi capire che vuol dire gridare: un conto è assumere un atteggiamento radicale di rifiuto della politica, un conto è individuare le responsabilità dirette di un determinato fallimento. Credo che il movimento non incorra assolutamente nel primo rischio, ma credo anche sia molto lontano da una riflessione matura circa le strategie, i metodi e le persone che hanno portato a questa situazione. In questo senso, gridare è giusto.
Perché manca questa chiarezza nello spiegare come vanno, o come dovrebbero andare, le cose?
Credo che sia una questione di unità. Il movimento LGBT è come una foto colorata, piena di luci, venuta tuttavia mossa,  E’ il ritratto di 30 anni di mutamenti sociali enormemente rapidi e radicali, dell’emergere di temi e problemi numerosi e complicatissimi, di fenomeni che hanno reso molto faticosa la creazione di strutture nazionali unitarie stabili e con un’impostazione culturale forte. Quelle esistenti, a cui va dato merito, hanno fatto finora un buon lavoro, specie nelle grandi mobilitazioni degli ultimi anni e nel dare visibilità alla causa LGBT. Per il resto è mancata la politica, bloccata dal ventennio berlusconiano e non solo.  Sul fronte del movimento, comunque, lo “spiegare” presuppone un’uniformità difficile da raggiungere vista l’attuale frammentazione, che fino ad ora non va oltre le pur fondamentali piattaforme rivendicative dei Pride nazionali.
 
Il Movimento non ha sbagliato radicalizzandosi su richieste come quella del Matrimonio Ugualitario, quando non si era stati in grado di ottenere nessun minimo avanzamento dei diritti delle persone lesbiche e gay in questo paese?
Si dice “non farti pecora che il lupo ti mangia”. Il problema non è stato l’estremismo del movimento, ma l’inconsistenza di un fronte progressista laico in grado di interpretare il cambiamento. Posizioni più remissive avrebbero solo peggiorato la situazione, ed è stato giusto invece cercare di agganciare l’ondata di riforme che da Zapatero a Obama, da Hollande a Cameron hanno caratterizzato l’occidente nell’ultimo decennio. Quello che invece rischia di essere controproducente non è il radicalismo, ma l’ambiguità di chi in parlamento dovrebbe rappresentare la comunità LGBT. Abbiamo trattato con gli stessi cattolici di PDL, LEGA e FI che prima ci hanno fatto togliere le definizioni di orientamento sessuale e identità di genere, poi ci hanno scagliato contro le pregiudiziali di costituzionalità per lo stesso motivo. Quando vennero presentati per la prima volta i PACS in parlamento nel 2004,  non esisteva la maggioranza laica che invece si trova potenzialmente in questo parlamento. Adesso è chiaro che bisogna chiedere di più, ma bisogna anche avere la lungimiranza di capire che certe leggi non si possono fare insieme ai cattolici, per cui ad un certo punto bisognava sbattere i pugni sul tavolo e dire che la legge poteva essere fatta solo con i firmatari originari, PD, SEL, M5S. Se il governo non cade per Berlusconi dovrebbe cadere per l’omofobia? Scalfarotto dice: tra i due cade l’omofobia. Bene, se la legge prosegue per questa strada, forse è meglio non farla proprio.
Non crede che uno dei veri problemi delle persone LGTB di questo paese sia l’eccessivo protagonismo di coloro che dovrebbero rappresentarle e le continue risse?
Un problema di protagonismo c’è, anche se stiamo parlando di uno dei mali radicali della politica e dell’attivismo. Tuttavia bisogna saper distinguere le divergenze personali dagli scontri tra vere e proprie lobby politiche. In altre parole, il movimento deve certamente creare una classe politica in grado di entrare in parlamento e lottare per i diritti, ma deve, in egual misura, rimanere libero di poter criticare ed eventualmente demolire quella stessa classe politica che ha formato qualora commetta degli errori. Questo attualmente non succede abbastanza ed è un problema da risolvere.
Come vorrebbe che si uscisse da tutto questo, ammesso che Lei pensi si tratti di un problema?
Si tratta di un problema eccome. I cattolici integralisti si stanno organizzando come in Francia o anche peggio. Niente si può dare per scontato e, paradossalmente, nel momento in cui conquista la visibilità e ci si avvicina ai risultati, lo scontro si fa sempre più duro e non si può abbassare la guardia, come insegna la Russia. La battaglia delle forze integraliste è ormai globale è dobbiamo cominciare ad attrezzarci. Io credo sia indispensabile una grande riflessione culturale sui fondamenti del movimento LGBT, che ricomprenda sotto nuovi fondamenti filosofici e scientifici la causa del pluralismo di orientamento sessuale e di identità di genere come caratteri universali dell’uomo.  Io spero nella nascita di una grande federazione di associazioni, in cui ciascuna delle attuali reti nazionali e territoriali mantenga la propria specificità. Solo per citarne alcune, il rapporto con le istituzioni, Arcigay e Arcilesbica, le famiglie, Agedo, l’omogenitorialità, Famiglie Arcobaleno, il MIT, l’Identità di genere, l’informazione e la comunicazione, di cui mi occupo direttamente con Gaynet. Gli argomenti e le fattispece sono davvero tante, diciamo che di cose da fare ce n’è per tutti!
Abbiamo letto un po’ dappertutto dell’emendamento chiamato salva-vescovi, crediamo impropriamente, e non per amore verso la Chiesa di Roma, che ha fatto imbestialire un po’ tutti; se si vuole poter dire ciò che si vuole contro le istituzioni ecclesiastiche non si dovrà concedere lo stesso diritto, restando nel campo della buona educazione e della non istigazione all’odio (cosa che la legge che forse verrà votata punisce)?
Non dimentichiamo che la Mancino tutela i cittadini dalle discriminazioni religiose. A me la questione sembra molto chiara e netta: insultare le istituzioni religiose è un conto, o persino un essere trascendente nel caso della bestemmia. Il problema è discriminare le persone per qualcosa che rappresenta una loro libertà fondamentale. In questo caso la mancino stessa tutela i credenti dalle discriminazioni (razza, etnia, nazionalità, religione). Dire “la Chiesa mi fa schifo” non discrimina direttamente le persone. Dire “i cristiani sono esseri inferiori” invece, farebbe scattare, già ora, lo stesso impianto della Mancino. La SalvaVescovi, emendamento venuto fuori da un lavoro congiunto delle segreterie di PD e Scelta Civica (Binetti in testa), non è fatta per chi vuole dire “Arcigay fa schifo”, ma per chi vuole dire “i gay sono inferiori, non li picchiamo ma curiamoli”. Dulcis in fundo, l’emendamento colpirebbe tutta la legge, per cui la stessa cosa succederebbe con gli altri diritti tutelati dalla legge. Provate a sostituire nella  frase di prima la parola “gay” con “nero”, “immigrato” oppure “ebreo”. Con questo emendamento, io preferisco non si faccia alcuna legge.  Bisogna ricordarsi che la Mancino-Reale non istituisce categorie protette ma individua dei diritti umani universali intoccabili basati su dei caratteri ritenuti fondamentali per la libera espressione dell’individuo. E’ questo che produce la levata di scudi dell’integralismo: l’idea che si riconosca per legge l’orientamento sessuale e l’identità di genere come elementi fondamentali di libertà dell’individuo. Se facciamo passare una legge che legittima la cultura omofoba anzichè contrastarla, produrremo un danno infinitamente maggiore rispetto ai benefici. Qualcosa di simile a quello che è successo con la legge 40, che invece di regolamentare ha legittimato un’ideologia.
Questo sparare sul PD è come sparare sulla Croce Rossa, ma nessuno si ricorda che Grillo ha dichiarato che sì, ok al matrimonio per tutti, ma non è certo una priorità: come mai due pesi e due misure? 
Per quanto non prioritaria e legata ad una dichiarazione, la posizione di Grillo risulta più chiara e più avanzata di quella del PD. Inoltre, il lavoro di opposizione dei deputati M5S, Giulia Di Vita in testa, svolto durante l’iter di legge, è stato davvero impeccabile, poichè ha ripreso e tradotto in atti parlamentari, interrogazioni ed emendamenti le posizioni più genuine del movimento LGBT. Il PD ha commesso l’errore di fondo di far firmare un testo alle forze politiche che volevano fare la legge, SEL ed M5S, e di continuare a discuterlo dopo con chi invece la legge non la voleva, il PDL in primis.
Tutte queste grida e queste contrapposizioni: non servirebbe di più un sano dialogo franco e diretto?
Come ho già detto prima bisogna capire prima con chi si può dialogare e con chi invece si ostina a difendere un’idea vecchia e repressiva della sessualità. Eugenia Roccella, parlamentare del PDL, ha dichiarato che l’italia “è all’avanguardia sul piano dei diritti”. Possiamo dialogare con queste persone? Il nocciolo dell’omofobia è proprio questo, l’idea che si debba continuare a parlare liberamente delle persone LGBT come persone da curare. Su questo punto, Gaynet sta promuovendo la pubblicazione di una versione italiana dello Stylebook americano sulla terminologia LGBT, un modo per introdurre un vocabolario corretto e scientifico sul tema e una base di partenza per promuovere una convenzione sull’informazione sul modello della carta di Trieste sul trattamento dei minori.
La commistione tra cariche politiche e nelle associazioni LGTB non fa male alle associazioni stesse?
Come dicevo prima, la formazione della classe politica non deve impedire la libertà del movimento da quella stessa classe politica che viene formata. Le doppie cariche non sono un problema in sé, il problema è rinnovare la collegialità del movimento per garantirgli più autonomia.
Il futuro? 
Vedo anni duri davanti a noi, abbiamo bisogno di novità, da tutti i punti di vista. Bisogna metterci in testa che le conquiste sul piano normativo sono solo, per quanto indispensabili, punti di partenza, e che non si possono mai dare per scontate. La vera sfida sarà respingere il reazonismo omofobo che ribolle in tutta Europa e anche negli altri continenti, purtroppo alimentato dai venti di crisi.
Rosario Coco, attivista per la conoscenza e i diritti civili, è portavoce del circolo Gaynet Roma e redattore di Gaynet.it. Nato a Catania il 15-08-1985, si è laureato in Filosofia a Pisa nel 2010 e ha conseguito il Master in Bioetica presso l’Università Sapienza di Roma. Cresciuto politicamente a partire dal movimento studentesco dell’onda, nel 2008, è stato responsabile Università nell’Italia dei Valori e candidato nel 2013 al consiglio regionale del Lazio nelle liste di Rivoluzione Civile, prima di interrompere l’attività partitica nel giugno 2013. Studia attualmente Diritto e Managemant dello Sport alla Link Campus University, si occupa di Social Media Management e segue gli iter parlamentari sui temi LGBT e della Conoscenza. E’ membro del Coordinamento LGBT M5S. 

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