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Intervista al presidente di Arcigay, Flavio Romani: “Bisogna smetterla di giocare a chi ce l’ha più lungo”

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Flavio Romani 04di Maximiliano Calvo

Dopo le splendide marce dell’orgoglio lgtb, tenutasi in mezza Italia, dieci (pensavamo quindici, siam di manica larga a volte), abbiamo chiesto a Flavio Romani di rispondere ad alcune nostre domande, cattive e polemiche come sempre, ma non per il piacere di esserlo, che solo superficialmente sembrano parlare di numeri, come Flavio Romani sembra far finta di non capire.

Ne è scaturita una gradevole chiacchierata che fa respirare “l’aria nuova” che anche dentro Arcigay sembra soffiare leggera e più produttiva che pria.

 

L’intervista:

 

 

Belli i Pride, bella anche l’Onda Pride, si son fatte più di 750mila persone in tutto ‘sto casino?

I Pride sono stati davvero molto belli, hai ragione. Ho avuto modo di partecipare personalmente ai Pride di Barletta, Palermo e Bologna e ti assicuro che l’aria che si respirava era di festa e di impegno, come giustamente dovrebbe essere ogni Pride. E lo stesso, mi dicono, è successo nelle altre città. Quest’anno i Pride sono stati dieci, oltre al Pride nazionale di Palermo altre nove città hanno sentito la necessità di portare nel proprio territorio tutto la visibilità, l’azione politica, le rivendicazioni, le discussioni, la cultura e tutto quanto caratterizza un evento come questo, che, ricordiamolo, non è solamente la manifestazione finale, ma è anche tutto quello che la precede. In ognuna delle varie location (sic, ndr)si sono organizzati incontri, dibattiti, feste, proiezioni; in molte città si sono messi in piedi veri e propri “Pride Village”, proprio per fare in modo che ci fosse attenzione, discussione e presenza non solo nel giorno della manifestazione finale. E questi spazi hanno avuto un successo incredibile, da quello di Palermo, immenso e spettacolare nei bellissimi Cantieri Culturali della Zisa, alla agorà di Barletta, ai giardini di Catania. Decine di migliaia di persone hanno percorso e frequentato questi spazi, e per la grandissima maggioranza non si trattava di persone appartenenti alla comunità LGBT, e questo è un gran bene ovviamente.  L’idea dell’Onda Pride che mettesse in connessione tutti i Pride che si svolgevano nella stessa giornata di sabato 29 è stata la soluzione perfetta per legare manifestazioni che altrimenti si sarebbero fatte concorrenza, soprattutto nella comunicazione. E grande è stata la mia personale soddisfazione per essere riusciti a coinvolgere anche Cagliari e la Sardegna in questa ondata che ha percorso tutto il paese. Credo che questa soluzione, ovvero una data col Pride Nazionale in una città, seguita (o preceduta) da una giornata con tutti assieme gli altri Pride locali, e tutto quanto collegato da un documento politico unico, sia la soluzione migliore per il prossimo futuro, che sfrutta al meglio tutte le esigenze e potenzialità di questa manifestazione. Sui 750.000 non ne ho un’idea, se parli solo dei cortei finali probabilmente siamo su quei numeri, se metti in conto tutte le manifestazioni direi che a occhio il numero aumenta considerevolmente. Ma al di là dei numeri, che valgono fino a un certo punto e che comunque sono impossibili da calcolare, il valore di queste manifestazioni si misura nel cambiamento culturale e sociale che riescono a portare nei luoghi dove si svolgono. E anche cambiamento politico, ovviamente a livello locale, perché come abbiamo visto a livello nazionale tutti i Pride in tutte le salse che abbiamo fatto in questi anni non sono serviti a granché, e non certo per colpa di chi ha partecipato.

Sembra che la politica finalmente si sia svegliata e che le intenzioni dei politici siano serie. Ci sono mancati i comunicati trionfali cui Arcigay ci aveva abituato negli anni passati. E’ merito Suo, presidente?

Sembra davvero che la politica si sia svegliata. Restando in ambito Pride, in sette delle dieci città i sindaci hanno capito l’importanza e la necessità di essere presenti e dare un segno tangibile di vicinanza alle rivendicazioni delle persone LGBT. Achille Variati a Vicenza, Leoluca Orlando a Palermo, Giuliano Pisapia a Milano, Virginio Merola a Bologna, Luigi de Magistris a Napoli, Enzo Bianco a Catania e Massimo Zedda a Cagliari hanno sfilato nei cortei e parlato dai palchi, e preso posizioni anche coraggiose, come ad esempio Merola che a Bologna ha sostenuto il suo appoggio per matrimonio e adozioni, scatenando le ire del sempre bilioso Cardinale Caffarra (“mi viene da piangere”) e provocando un certo sconquasso all’interno del suo partito, il PD.

Non so a cosa ti riferisci quando dici “ci sono mancati i comunicati trionfali di Arcigay” (avrete un archivio stampa, no? ndr) comunque sia non credo sia tempo di comunicati trionfali, ma di piedi per terra e massima lucidità. Inutile dare dei numeri a vanvera, e quasi sempre e per tutte le manifestazioni, mica solo per i Pride, i numeri dati hanno poca attinenza con la realtà, sia quelli degli organizzatori che quelli della questura, per cui la cosa migliore è evitare di darli. Poi è successo anche questo fatto curioso, che a Palermo i bravissimi organizzatori del Pride nazionale a un certo punto se ne sono usciti stimando in 120.000 le persone presenti, e un minuto dopo la questura parlava di 135.000, per cui fate un po’ voi, di certo a Palermo c’era un fiume di gente al corteo e ai lati della strada e l’atmosfera era davvero magica, e questo è ciò che conta.

Flavio Romani 09

E quando comincerete a fare sul serio abbandonando gli orticelli privati delle varie associazioni locali e pensando globalmente?

Faccio fatica a seguirvi (e ce ne dispiace, ndr), gli orticelli privati vanno smantellati, che siano locali o nazionali, qui si parla di associazioni, ovvero di persone che si mettono assieme con un obiettivo. Però è fondamentale capire una cosa, perlomeno per quel che riguarda Arcigay ma penso anche per altre associazioni che abbiano sedi sparse nel paese, ovvero che è ogni singola parte di Arcigay in ogni singola città che forma Arcigay nazionale, l’unione e la rete delle singole associazioni territoriali compongono il corpo centrale, e non l’inverso. Arcigay Pavia o Reggio Calabria, per dire, non sono una estensione di Arcigay Nazionale, bensì Arcigay Nazionale è composta da Arcigay Pavia, Reggio Calabria e le altre 50 circa realtà. Chiaro che oltre a pensare al proprio specifico territoriale, cosa importantissima e per niente di secondo piano, è necessario sviluppare una strategia che coinvolga tutti, quindi nazionale. Si sbaglia chi pensa che il lavoro fatto sul territorio, nelle singole città grandi e piccole e piccolissime sia di poco conto, perché è proprio questo lavoro che porta visibilità, conoscenza e se tutto va bene un miglioramento generale della visione che la società ha delle persone gay, lesbiche e trans. Detto questo, ovviamente fare il più possibile gruppo, rete, coalizione o come la vogliamo chiamare è fondamentale, è però un metodo che richiede tanta pazienza, la rinuncia a ogni personalismo o localismo, e tanto tempo, però dà dei risultati, come ha detto la mia amica Ilaria di Famiglie Arcobaleno dal palco di Bologna “se vuoi andare veloce vai da solo, ma se ti unisci agli altri vai molto più lontano”.

Flavio Romani 07Viste l’egopatica piattaforma unitaria delle cinque città dell’Onda Pride che sono evidentemente un parlamentino privato nel già fin troppo privato parlamentino arcigaio, possiamo sperare in un Pride unitario che si svolga in tutte le città dove si puota, noti l’arcaismo La prego, nello stesso giorno, magari nel 2014, così oltre a nutrire l’ego si farà anche magari una cosa utile, come dimostrare che il movimento LGTB è forte ed ha una testa pensante?

Allora, ci sono un po’ di imprecisioni. Il documento unitario era di tutti 10 i Pride, un documento molto snello se confrontato con i documenti partoriti in passate edizioni, e condiviso da tutte le città, che singolarmente hanno aggiunto un documento più rivolto alle specifiche locali. Ora, certo che si può sempre fare meglio, ma trovo che questo sia un grande risultato che andrà riproposto anche negli anni futuri. Proporre lo stesso identico testo, con la stessa impostazione concettuale e le stesse richieste è senz’altro segno di una maturazione del movimento, cosa che non può che farci bene. E davvero spero che l’anno prossimo, oltre al giorno del Pride Nazionale, ci sia un giorno in cui l’Italia vedrà in piazza tantissime persone in tanti Pride, anche uno per regione se si riesce, perché quella è la strada giusta. Ultima precisazione, i Pride non sono organizzati da Arcigay. Arcigay alle volte ha un ruolo di primo piano, altre volte è una delle associazioni che si prendono l’onere di organizzare un Pride in un determinato territorio e che compongono i vari Comitati Pride. A volte, come è successo per lo splendido Pride di Cagliari, Arcigay non era proprio presente, dato che in Sardegna purtroppo siamo piuttosto debolucci, ma un Pride è stato organizzato lo stesso e va benissimo così.

Cosa vieta di stabilire come città eletta per il Gay Pride Nazionale annuale, Roma, che è anche la capitale? Sta sui coglioni il Mario Mieli?

Ma il Mieli non sta sui coglioni a nessuno dài, e sarebbe comunque un’idiozia comunque evitare di fare un Pride nazionale a Roma solo per questo.
Ripetere il Pride nazionale nella stessa città annualmente rischia di farlo diventare un rito stanco e poco significativo, oltre che poco attraente, e questo vale per tutte le città (sic, ndr). In questi anni abbiamo visto che la soluzione ottimale è stata di far “girare” il Pride nei principali capoluoghi della penisola, è servito molto ed è quasi sempre andata splendidamente, e se pensiamo a Padova, o Bari, o anche Torino, hanno innescato un circolo virtuoso che ha portato a un cambiamento tangibile.
Poi nulla è eterno, e non è detto che in futuro non si trovino altre soluzioni, basta non partire con dei preconcetti o con la difesa di interessi di parte.

Palermo Pride 2013 03

Numeri: quante persone hanno partecipato globalmente alle marce?

Non lo so. Ma la verità è che non lo sa nessuno. E soprattutto è un dato che rischia di essere fuorviante se estrapolato dal singolo contesto.
A Barletta saremo stati 2000, ma sono più importanti 2000 a Barletta che due milioni a San Francisco. Certo che più una manifestazione è partecipata e meglio è, però è superficiale aggrapparsi al mero dato numerico, non è quello, o solo quello, che fa il successo di una manifestazione. E comunque sia, tutti i Pride sono andati ben oltre le migliori previsioni.

Come mai in Spagna, dove hanno TUTTI i diritti, si aspettano per il 6 luglio circa 1milione e 800mila persone e qui dove diritti non ce n’è dei grandi bla bla bla, ma presenza poca?

Beh non lo so, lo dovresti chiedere agli spagnoli (se vuole glielo chiediamo dato che in Spagna ha sede la nostra proprietà, ndr). Però ancora stiamo sui numeri, Madrid è una città immensa, molto più grande di Roma (sic, ndr) che è la più grande città italiana, e per fare numeri del genere c’è bisogno di una massa enorme di popolazione che abita in città o nelle immediate vicinanze. Detto questo, il Pride di Madrid è un evento gigantesco che negli anni è cresciuto, però non credo sia facilmente replicabile. A Parigi, per fare un esempio, hanno ottenuto tutto come dici tu nella domanda, e la città con il circondario immediato fa molti più abitanti di Madrid, per non parlare di Roma. Eppure l’attesa era di mezzo milione di persone, e non so neanche se ci sono arrivati. La stessa Madrid paragonata al Pride di San Paolo impallidisce. In definitiva, piantiamola di fare a chi ce l’ha più lungo, non serve a molto. Ultima cosa, sul bla bla bla hai in parte ragione, anche quest’anno si è risentito il solito disco rotto del “non vengo al pride perché la trans non mi rappresenta” oppure “è una carnevalata, ho cose più serie da fare” o le solite, sempre quelle, acidità e critiche facili e puzzone di chi non muove un dito, o meglio lo muove solo per usare la tastiera per denigrare il lavoro degli altri. Non esistono gli attivisti da tastiera. I Pride e tutte le manifestazioni hanno bisogno di corpi, di presenze, di occupazione di spazi. E per fortuna che è così.

Flavio Romani 10Si parla con la politica? E se sì quando le portiamo a casa ‘ste leggi?

Cero, con la politica si parla, e spesso si litiga ovviamente. Però c’è una strana congiunzione in corso, che ci fa ben sperare. Certamente saprete che la legge antiomofobia sta procedendo in Commissione Giustizia alla Camera, la settimana prossima dovrebbe uscire il testo definitivo che andà in votazione in aula, alla Camera, il 22 luglio se tutto va liscio. Poi passerà al Senato. Noi ovviamente vogliamo l’estensione della legge Mancino ai reati compiuti per omofobia e transfobia, stiamo vigilando per denunciare qualsiasi svuotamento o giochino al ribasso. Al Senato è stata incardinata la discussione sul matrimonio, e una, separata, sulle unioni civili. Qui i tempi saranno più lunghi, ma anche qui siamo in stretto contatto con tutti i gruppi e i singoli parlamentari che hanno capito la necessità e l’urgenza delle nostre richieste. Conoscendo questo paese, e i personaggi che ci sono in parlamento, non è certo il caso di stappare champagne, tantomeno in anticipo. Però se uniamo tutti i segnali, dalla Presidente della Camera ai Sindaci alla celerità con cui si sono messi a discutere delle nostre questioni in parlamento, possiamo dire che sono molto buoni, stiamo tutti molto attenti perché tutto non vada, per l’ennesima volta, a finire nel nulla. Cerchiamo che per una volta non sia così, sarebbe finalmente ora che anche questo paese diventasse un po’ più normale.

 

 

 

 

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