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Il giorno in cui Camusso scoprì che Italia non si investe e non si chiese il perché

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Susanna Camusso 01di Giovanna Di Rosa

Susanna Camusso, è vero che non mi ispira una grande simpatia, se ne è uscita ieri con una grande intuizione trasformata in verbo pro-CGIL, quella cioè che informa che “In Italia non si investe” e che in buona sostanza il Jobs Act senza investimenti non serve.

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Geniale, la Signora. Non ci dice però come mai in Italia non si investe più e nessuno vuole investire. Non ci dice quali e se ci siano state responsabilità in molte delle francamente ottuse ed anacronistiche politiche del sindacato di cui è segretaria generale (certo uso della lingua italiana è sessista, signora Camusso, mi perdonerà la coniugazione del suo titolo al femminile), non ci dice se il ruolo della CGIL e tutti i no pronunciati negli ultimi anni siano stato utili o no alla difesa o alla creazione di quei posti di lavoro che ora si chiedono ad un governo in carica da un anno, dopo un ventennio di devastazione (che il Jobs Act sia più che discutibile è un fatto, non un assioma camussiano).

Poi se la prende naturalmente con la scuola, dice che la riforma privilegia i ricchi, giustifica lo sciopero generale della scuola di martedi 5 maggio nonostante le 100mila assunzioni di precari previste, perché la riforma lede il diritti costituzionale della libertà di insegnamento (ah, sì?) e su Repubblica parla della riforma di una scuola che nella sua nuova veste “non punta più a formare cittadini con spirito critico”.

Mi dica Camusso, lei che può dato che io non può, dove vede lei i “cittadini con spirito critico” che formerebbe la scuola nella sua forma attuale. Magari venire a saperlo mi migliorerà moltissimo.

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(4 maggio 2015)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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