di Marco Maria Freddi
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La parabola politica di Giorgia Meloni è una delle contraddizioni più emblematiche della destra italiana contemporanea. Non tanto per le sue origini, che affondano nel partito Fascista, nel Movimento Sociale Italiano, poi evolute in Alleanza Nazionale fino all’attuale Fratelli d’Italia, quanto per la distanza crescente tra l’identità politica rivendicata per anni e la pratica concreta del governo.
Per lungo tempo Meloni ha costruito il proprio consenso su una postura chiaramente sovranista, criticando l’Unione Europea, diffidenza verso l’euro, ambiguità nei confronti delle dinamiche atlantiche. Una linea che intercettava un disagio reale nel Paese, alimentato da stagnazione economica e perdita di potere d’acquisto. Tuttavia, una volta arrivata al governo, quella narrazione si è rapidamente trasformata in una gestione molto più allineata agli equilibri internazionali, sostegno convinto alla NATO, collaborazione con Bruxelles, pieno inserimento nel campo occidentale.
Questa trasformazione può essere letta come pragmatismo istituzionale. Ma è proprio qui che si apre la frattura quando il cambiamento non viene esplicitato né elaborato politicamente, rischia di apparire come un adattamento opportunistico più che come una scelta consapevole. Il risultato è una leadership che oscilla tra due identità senza mai risolvere la tensione tra esse.
Sul piano interno, il governo ha mostrato una forte attenzione ai temi identitari, famiglia, immigrazione, sicurezza, mentre è apparso strutturalmente debole sul terreno economico. Il nodo dei salari, in un Paese fermo da decenni sotto questo profilo, resta irrisolto. La distanza tra inflazione e redditi continua a comprimere il potere d’acquisto, e le risposte messe in campo non hanno prodotto alcuna inversione strutturale. Su alcune questioni legate ai diritti civili, l’azione dell’esecutivo si è collocata su una linea conservatrice e devoto-clericale, spesso più orientata a segnali simbolici che a riforme di sistema, il che contrasta con l’immagine di modernità e affidabilità internazionale che la stessa Meloni ha cercato di costruire.
Il 25 aprile 2023 ricorda che senza le “donne di resistenza” non ci sarebbero oggi donne al potere
Leggi l'articolo →Sul piano esterno, il tentativo di ritagliarsi un ruolo da protagonista ha avuto momenti di visibilità, ma non si è tradotto in un reale cambio di peso dell’Italia negli equilibri globali. Il rischio, in questi casi, è quello tipicamente italiano quello di cercare di stare contemporaneamente su più tavoli senza consolidare una posizione autonoma. Una strategia che nel medio periodo tende a indebolire più che a rafforzare come la questione Trump-Mega ha dimostrato.
Ma il punto più interessante non riguarda solo Meloni. Riguarda il sistema politico nel suo complesso, e in particolare una frattura interna al centrodestra che sta diventando sempre più visibile e politicamente decisiva. Marina Berlusconi ha capito con anticipo quello che i sondaggi ora confermano, cioè che l’essere trascinati nell’orbita di due forze di estrema destra come Fratelli d’Italia e Lega non paga. L’Italia non è un paese di destra estrema. È un paese conservatore nel senso più largo del termine, moderato nei costumi politici profondi, diffidente verso gli estremismi, storicamente incline a premiare chi sa stare al centro senza perdere identità. Forza Italia, con Marina Berlusconi come riferimento culturale e politico sempre più esplicito, sta recuperando quella funzione di ago della bilancia nel centrodestra che fu il vero segreto della longevità berlusconiana. Non è un caso che, mentre Fratelli d’Italia scende ai minimi dalle europee del 2024 e Forza Italia erode consensi, sia proprio l’area moderata del centrodestra a mostrare i segnali di tenuta più solidi. Chi occupa il centro in una coalizione radicalizzata ha sempre un vantaggio strutturale, può trattare con tutti e non deve rispondere a nessun estremismo.
Questa mossa la sinistra non può permettersi di perdere. Se Marina Berlusconi riesce a incarnare il liberalismo sui diritti civili e la moderazione economica meglio di quanto lo faccia il centrosinistra, il campo progressista non perde solo voti. Perde la propria ragione di esistere come forza di trasformazione. Ed è qui che entra in gioco il nodo del programma. Non la comunicazione, non il leader, non l’immagine. Il programma. Cosa propone concretamente la sinistra agli italiani che nel 2027 andranno a votare? Su eutanasia e suicidio assistito, sul matrimonio egualitario, sulla fecondazione assistita, sulla gestazione per altri, su salari e precarietà strutturale, su tassazione progressiva e redistribuzione della ricchezza, il green deal e l’implementazione delle energie rinnovabili la risposta non può essere un’altra formula ambigua costruita per non scontentare nessuno. Deve essere una proposta chiara, verificabile, coraggiosa. Perché è il programma il punto dirimente tra vittoria e sconfitta alle prossime elezioni politiche, non la trovata di comunicazione né il volto nuovo di turno.
Una parte dell’elettorato che oggi sostiene il governo lo fa per adesione identitaria, un’altra per mancanza di alternative credibili. Quello spazio esiste ed è reale. Ma si conquista solo con un’offerta politica che non abbia paura di essere se stessa, una realtà politica che difenda l’autodeterminazione della persona senza tentennamenti, che combatta le disuguaglianze senza nostalgie corporative, che sappia parlare alla maggioranza silenziosa di lavoratori, giovani precari e persone che la politica e i sindacati hanno smesso di rappresentare da anni.
Il rischio per le forze progressiste non è solo perdere consenso. È perdere identità. Perché quando si rinuncia a rappresentare i bisogni reali delle persone, libertà individuali, autodeterminazione, dignità, salari giusti, protezione sociale, qualcun altro prima o poi occupa quello spazio. E a quel punto non sarà più una questione di leadership, ma di direzione storica.
(17 aprile 2026)
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