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Meloni e gli attacchi da aula liceale alla fazione opposta, altro che “vi sfido sulla politica”

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di Marco Maria Freddi
Marco Maria Freddi

Ieri, 9 aprile, Giorgia Meloni è salita in Parlamento per la prima volta dopo la sconfitta al referendum sulla giustizia, in un momento in cui il paese affronta una crisi internazionale di portata seria, una crisi energetica aperta, un governo che ha perso pezzi per strada tra dimissioni forzate e scandali. Quello che ci si poteva ragionevolmente aspettare era un discorso all’altezza della situazione. Un bilancio onesto, una strategia riconoscibile, una qualche forma di autocritica. Quello che è arrivato è stato qualcosa di molto diverso.

Meloni ha aperto dichiarando che il governo va avanti, nessun rimpasto, nessuna elezione anticipata, nessuna “fase due”. La legislatura si chiude nel 2027 e lei sarà lì fino in fondo. È una scelta legittima, ma prendersi le responsabilità, come lei stessa ha rivendicato di voler fare, richiederebbe anche prendere atto di una realtà che il suo discorso ha sistematicamente ignorato: la crescita italiana nel 2025 si è fermata allo 0,5 per cento, nettamente sotto la media della zona euro, e questo nonostante il sostegno degli investimenti del PNRR ereditato dai governi precedenti.

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Meloni rivendica la crescita dei salari, ma i dati sull’occupazione che ha citato si inseriscono in una tendenza già in atto prima del suo insediamento, e il tasso di occupazione femminile, per quanto in miglioramento, resta l’ultimo in Europa. Non è propaganda nel senso grossolano del termine: è una selezione accurata dei fatti che conferma la narrazione e taglia via tutto il resto.

Sul fronte migratorio il meccanismo è identico. Meloni ha parlato di meno morti in mare e di lotta ai trafficanti. Nei primi quattro mesi del 2026 le vittime del Mediterraneo sono aumentate del 152 per cento rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, e i rimpatri effettivi si aggirano intorno alle 4.700 persone l’anno, lontani sia dagli annunci politici sia dai livelli pre-pandemia. Il governo che ha rimandato a casa Almasri con un volo di Stato ora rivendica la sua fermezza contro chi lucra sulla pelle dei migranti.

Ma è sulla politica estera che il discorso tocca il suo punto più basso. Meloni ha citato Sigonella come prova che l’Italia sa fare la voce grossa con gli Stati Uniti. Secondo le ricostruzioni disponibili, quello di Sigonella è stato un episodio procedurale più che politico. Il diniego è scattato perché gli aerei americani erano già in volo verso la Sicilia senza che nessuno avesse richiesto autorizzazione né consultato i vertici militari italiani, in violazione degli accordi bilaterali in vigore dal 1954. Lo stesso Crosetto ha chiarito che il governo ha fatto esattamente quello che tutti i governi italiani hanno sempre fatto, in aderenza agli accordi esistenti: “Un ministro deve solo farli rispettare”.
Non è sovranità rivendicata, è amministrazione ordinaria. Trattarla come un atto di coraggio politico dice tutto sul livello di ambizione di questo esecutivo in materia di politica estera.

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Nessuno chiede a Meloni di abbandonare il campo atlantico, né di chiedere agli italiani di farlo. L’ancoraggio occidentale dell’Italia non è in discussione e non deve esserlo. Ma restare nell’Occidente non significa tacere su cosa sta diventando quell’Occidente sotto la guida di Trump. Un presidente che sta smantellando metodicamente lo stato di diritto, che ha normalizzato l’intreccio tra affari di Stato e interessi familiari, che ha fatto a pezzi la cooperazione multilaterale come strumento di governo del mondo, merita una valutazione morale e politica esplicita da parte di chi lo chiama alleato. Meloni non l’ha fornita. Ha risposto con la formula “siamo testardamente occidentali”, che a questo punto suona meno come un principio e più come un modo per non rispondere. E poi c’è il Board of Peace, quella costruzione che non è né un board né, c’è da temere, porterà mai alla pace. Un’iniziativa a cui il governo italiano ha prestato la sua legittimità con inchini che, per fortuna, sono rimasti piccoli, ma che non avrebbero dovuto esserci affatto.

Sul resto Meloni è stata ancora più vaga. Ha detto di aver chiesto a Netanyahu di fermare l’escalation militare. Un governo che porta avanti operazioni di pulizia etnica e occupazioni illegali, su cui pende un mandato d’arresto della Corte penale internazionale, ha ricevuto da Palazzo Chigi una richiesta gentile. Sul viaggio nel Golfo non ha prodotto dichiarazioni congiunte né accordi verificabili. Sulla crisi energetica ha evocato la possibilità di chiedere a Bruxelles una sospensione temporanea del Patto di Stabilità, senza spiegare come, quando e con quale credibilità politica.

Il discorso ha avuto momenti che meritano di essere chiamati per quello che sono, attacchi da aula liceale alle opposizioni, risatine, frecciatine a Schlein che sembravano più preoccupate di identificare la rivale da battere che di rispondere alla crisi. Un capo di governo che governa da quasi quattro anni e continua a misurare la propria credibilità sul confronto con chi sta all’opposizione ha già smesso di confrontarsi con la realtà. La realtà è un paese che cresce meno degli altri, un’Europa che non riesce a trovare una voce unitaria, una guerra in Iran che sta riscrivendo gli equilibri energetici globali e in cui l’Italia è stata usata come retrovia senza nemmeno essere consultata. Su tutto questo, Meloni ha offerto un inventario di successi selezionati, qualche promessa vaga e la certezza di restare al suo posto.

Tutto questo però impone una domanda che riguarda chi si oppone a questo governo, non solo chi lo guida. Le ragazze e i ragazzi che hanno partecipato in massa al referendum hanno dimostrato che esiste un’Italia che vuole altro, che si mobilita, che non si rassegna. Quella partecipazione è un patrimonio che può essere disperso rapidamente se il centrosinistra continua a presentarsi come un’aggregazione di sigle tenute insieme da accordi di vertice anziché da una visione comune. Per questo rivolgo un invito diretto a Elly Schlein e a tutti i leader che intendono far parte della coalizione progressista alle prossime elezioni: costruire insieme un percorso che tenga uniti l’emergenza economica, sociale e del lavoro con una posizione chiara e coerente in politica estera. Non sono due piani separabili. Chi subisce la precarietà e chi paga il costo delle crisi internazionali sono spesso le stesse persone. Una coalizione che sappia tenere insieme questi piani ha una chance reale. Una che li divida per non litigare non merita di vincere.

Se questo non avverrà, ne avremo una responsabilità politica ed etica che non potremo scaricare su altri. Soprattutto nei confronti di quelle generazioni che si possono perdere non per mancanza di idee o di energia, ma per la nostra incapacità di dargli una guida credibile. Il punto di partenza è uno solo: Elly Schlein deve convocare subito primarie aperte a tutti coloro che condividono un percorso progressista.

Non per ratificare equilibri già decisi, ma per costruire una leadership che nasca dal basso e che abbia il mandato reale per guidare una coalizione all’altezza di quello che questo momento richiede.

 

 

(10 aprile 2026)

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