di Marco Maria Freddi
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Viviamo in un’epoca che continua a raccontarsi come il punto di arrivo della storia, come se il conflitto fosse stato archiviato e la direzione ormai definitiva. L’Occidente avrebbe vinto, i valori sarebbero stati fissati una volta per tutte, la democrazia liberale sarebbe il formato conclusivo dell’organizzazione umana e chi non vi rientra verrebbe semplicemente classificato come arretrato. Questa narrazione è diventata così pervasiva da essere interiorizzata anche da ampi settori del campo progressista europeo, che troppo spesso si sono mossi al suo interno senza metterne davvero in discussione i presupposti. Non è un dettaglio teorico, è un limite politico. Perché se non si interroga il modello, si finisce inevitabilmente per amministrarlo. Qui sta il punto, riaprire una discussione rimasta sospesa troppo a lungo su quale società vogliamo costruire, non in astratto ma nelle scelte concrete di oggi, mentre gli equilibri si muovono e altri si stanno già organizzando per occupare lo spazio che si apre.
Il colonialismo almeno non si nascondeva. Rivendicava apertamente una gerarchia tra popoli e culture e la trasformava in dominio. Oggi quella gerarchia non è scomparsa, si è solo raffinata nel linguaggio. Non si parla più di inferiorità ma di immaturità, di ritardo nello sviluppo istituzionale, di mancato allineamento a standard che vengono presentati come universali ma restano profondamente situati. La differenza è formale, non sostanziale. Il giudizio resta, così come resta il disprezzo verso intere aree del mondo che non rientrano nei parametri occidentali. Cambia la retorica, non cambia il rapporto di potere.
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Leggi l'articolo →Questo meccanismo diventa ancora più evidente quando i valori vengono utilizzati in modo selettivo. Diritti umani, libertà, democrazia vengono evocati come principi assoluti ma applicati in modo condizionato, esibiti contro gli avversari geopolitici e sospesi quando riguardano gli alleati. Non serve cercare lontano per vedere questa contraddizione. La questione palestinese è sotto gli occhi da decenni e la gestione occidentale di quel conflitto, fatta di ambiguità sistematiche, protezioni diplomatiche e doppi standard, mostra una distanza evidente tra ciò che viene proclamato e ciò che viene praticato. Non è una questione di opinioni ma di atti politici ripetuti nel tempo che hanno reso evidente una gerarchia nei diritti, incompatibile con qualsiasi pretesa di universalismo.
Il nodo però non riguarda soltanto la politica estera. Riguarda la credibilità interna del modello che si propone come riferimento globale. Quel modello da tempo non mantiene le promesse neppure per chi ci vive dentro. Le disuguaglianze nei paesi occidentali hanno raggiunto livelli che ricordano quelli precedenti alle grandi conquiste sociali del Novecento. I salari reali stagnano da decenni in larga parte d’Europa e negli Stati Uniti mentre la ricchezza si concentra in modo sempre più marcato. Il ceto medio, che doveva rappresentare la prova concreta dell’efficacia del sistema, si sta restringendo e precarizzando. Non è una percezione, è una dinamica strutturale documentata da anni di dati economici convergenti.
Parallelamente, il potere politico è stato progressivamente permeato dal potere economico privato. Nelle democrazie occidentali questo processo viene normalizzato attraverso categorie come lobbismo, finanziamento elettorale, mobilità tra incarichi pubblici e interessi privati. Se osservato senza indulgenze terminologiche, il risultato è una saldatura tra capitale e decisione politica che in altri contesti verrebbe definita senza esitazioni corruzione. Non è una lettura ideologica ma un dato ricorrente. Gli scandali degli ultimi decenni mostrano schemi simili, reti di influenza costruite sull’impunità, ricchezze sottratte alla tassazione attraverso architetture globali, opinione pubblica orientata con strumenti sempre più sofisticati, apparati statali che estendono forme di sorveglianza mentre rivendicano la tutela delle libertà individuali. Il punto non è l’esistenza di singoli casi ma la ripetizione sistematica degli stessi meccanismi.
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Leggi l'articolo →In questo contesto, il confronto con altri modelli viene spesso liquidato in modo sbrigativo, come se bastasse evocare la superiorità democratica per chiudere qualsiasi discussione. È una scorciatoia che non regge se si guarda ai fatti. Sistemi diversi presentano criticità evidenti, soprattutto sul piano delle libertà civili e del pluralismo, ma mostrano anche una capacità più netta di contenere la conversione diretta del potere economico in potere politico. Questo non li rende modelli da imitare, ma rende evidente una fragilità occidentale che non può essere rimossa con un atto retorico. Una democrazia che non riesce a separare davvero interessi privati e decisione pubblica indebolisce la propria pretesa di rappresentare in modo autentico i cittadini.
Il neoliberismo, che per decenni ha costituito l’architettura dominante, sta cedendo sotto il peso delle sue contraddizioni. La crisi finanziaria del 2008 ha mostrato gli effetti della deregolamentazione. La pandemia ha reso evidente il costo sociale dello smantellamento dei sistemi pubblici, in particolare della sanità. Le tensioni geopolitiche recenti hanno messo in luce i limiti di una globalizzazione costruita senza regole condivise, capace di generare dipendenze asimmetriche più che convergenza. Anche governi tradizionalmente legati a posizioni liberiste stanno ricorrendo a interventi pubblici massicci. Il paradigma si è incrinato. Questo apre uno spazio politico reale.
Ma uno spazio che si apre non resta vuoto. Viene occupato. Le destre radicali in Europa e negli Stati Uniti lo stanno già facendo, costruendo una risposta che combina intervento statale selettivo e nazionalismo economico. Difendono le imprese nazionali nella competizione globale senza intervenire sulle disuguaglianze interne, rafforzano lo Stato nei confronti dei più deboli mentre mantengono margini ampi per i più forti. È una proposta che intercetta una domanda reale di protezione, lasciata scoperta dal neoliberismo, e proprio per questo può ottenere consenso nel breve periodo. Ma non modifica i rapporti di potere, li stabilizza sotto una forma diversa.
Se il campo progressista vuole avere un ruolo, deve uscire dall’ambiguità e costruire una risposta che sia diversa nella sostanza. Non basta correggere il linguaggio o rivendicare una superiorità morale astratta. La questione è concreta e riguarda la direzione dell’intervento pubblico. Intervenire a favore di chi. La transizione ecologica può diventare una nuova rendita per grandi gruppi o una trasformazione che redistribuisce opportunità e riduce le disuguaglianze. La sovranità digitale può tradursi in concentrazione di potere o in infrastrutture comuni accessibili. La sicurezza può essere ridotta a spesa militare e controllo oppure essere costruita attraverso condizioni materiali che garantiscano stabilità sociale. In ogni caso non esistono soluzioni tecniche neutrali. Sono scelte politiche e come tali vanno assunte.
La fase che si è aperta è rara. Non perché offra garanzie ma perché rende di nuovo possibile discutere alternative strutturali senza essere automaticamente marginalizzati. Dopo ciò che è accaduto dal 2008 in poi, tra crisi economiche, conflitti internazionali e trasformazioni politiche profonde, sostenere che il modello esistente funzioni e richieda solo aggiustamenti marginali significa ignorare la realtà. Il tempo però non è indefinito. Le finestre storiche si chiudono, e si chiudono a favore di chi ha già una proposta, anche quando quella proposta consolida le stesse dinamiche che hanno prodotto la crisi.
Arrivare preparati non è uno slogan, è una responsabilità politica. Significa riconoscere i limiti del modello in cui si è operato, rifiutare le giustificazioni di comodo e costruire una visione capace di tradursi in scelte. Senza questa chiarezza, lo spazio aperto dalla crisi verrà occupato da altri, e difficilmente lo restituiranno.
(3 aprile 2026)
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