di Marco Maria Freddi
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Claudio Mancini è un parlamentare che stimo. Ha una storia politica radicata nella sinistra italiana, iniziata nel Partito Comunista Italiano, proseguita attraverso le successive trasformazioni fino all’approdo nel Partito Democratico, e nel corso degli anni ha dimostrato capacità politica, intelligenza analitica e una presenza parlamentare seria. Proprio per questo, i suoi due interventi alla Camera dei Deputati sulla riforma della separazione delle carriere meritano una lettura critica che non sarebbe necessaria con parlamentari di secondo piano.
Nel primo intervento, pronunciato nella notte del 17 settembre 2025 durante il dibattito sulla riforma costituzionale, Mancini costruisce una previsione politica che si è poi rivelata sostanzialmente corretta nei fatti. Il No ha vinto il referendum del 22 e 23 marzo 2026 con il 53,74% dei voti, su un’affluenza che ha sfiorato il 59%, la seconda più alta nella storia dei referendum costituzionali italiani.
Ma ciò che colpisce in quel discorso non è la lucidità dell’analisi elettorale, bensì la totale assenza di qualsiasi considerazione sul merito della riforma. Mancini non dedica un solo passaggio al contenuto della separazione delle carriere come questione di diritto costituzionale e di garanzie processuali. Tutto è trasfigurato in un unico calcolo politico, e quel calcolo ha un obiettivo dichiarato con una chiarezza che sarebbe ammirevole se non fosse inquietante: usare il referendum per far cadere il governo Meloni.
Il problema non è negare le critiche mosse al governo, fondate e condivisibili. È vero che i salari reali sono rimasti fermi mentre l’inflazione erodeva il potere d’acquisto delle famiglie. È vero che la distanza tra il discorso pubblico della maggioranza e le condizioni concrete dei cittadini è cresciuta. È vero che il governo ha governato con una logica di bandierine simboliche, misure confuse e tagli lineari che colpiscono i servizi essenziali, a partire dal trasporto pubblico locale e dalle politiche sociali. Ma queste sono ragioni per costruire un’alternativa politica solida, non per sacrificare sull’altare della tattica elettorale un principio di civiltà giuridica.
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Votare No a questa riforma può avere ragioni legittime, legate alla specifica architettura proposta, all’introduzione del sorteggio per il CSM, all’istituzione di una Corte disciplinare autonoma, cioè a criticità tecniche reali che meritavano di essere portate nel dibattito pubblico con serietà. Ma nel discorso di Mancini di tutto questo non c’è traccia. C’è invece la promessa esplicita che la vittoria del No avrebbe fatto cadere il governo, che il Partito Democratico era pronto a raccogliere i frutti di quell’iniziativa che definisce “scellerata”, e che il referendum andava fatto arrivare il prima possibile proprio perché avrebbe messo fine all’agonia della legislatura.
Nel secondo intervento, pronunciato dopo il voto referendario, il tono cambia ma la sostanza no. Mancini attacca le dimissioni del sottosegretario Delmastro e della ministra Santanchè, casi reali di opacità e scandalo che meritano risposta politica. Il caso Delmastro, che avrebbe costituito una società con soggetti ritenuti prestanome di un clan camorristico, è una questione di gravità oggettiva che qualsiasi forza progressista ha il dovere di denunciare con forza. E Mancini lo fa. Ma anche in questo secondo intervento, l’intera costruzione retorica è orientata non a costruire un’idea alternativa del paese, ma a amplificare il collasso della maggioranza, a descrivere un sistema di potere clientelare, a evocare le piazze dei giovani come forza di rottura contro quel sistema.
Il punto, allora, è che la vittoria del No non ha fatto cadere il governo Meloni. La premier ha dichiarato di rispettare la sovranità popolare e di non dimettersi, esattamente come Mancini avrebbe dovuto aspettarsi da chi governa senza senso del limite democratico. Secondo i dati di YouTrend, al momento del voto il 54% degli italiani riteneva che Meloni dovesse continuare a guidare il governo, e solo il 26% ne chiedeva le dimissioni. La profezia di Mancini sulla caduta del governo si è rivelata sbagliata nella sua parte decisiva. Ciò che non si è sbagliato è che quella riforma è stata usata come campo di battaglia politico da entrambe le parti, e il Partito Democratico ha giocato questa partita rinunciando a fare ciò che la sinistra dovrebbe fare per vocazione, cioè difendere i princìpi di garanzia individuale nell’ordinamento non perché convengano tatticamente ma perché sono irrinunciabili.
Non esiste una giustificazione accettabile per aver trasformato un referendum costituzionale in uno strumento di destabilizzazione governativa. Non perché il governo Meloni non meriti di essere battuto, e lo merita pienamente, ma perché quella classe dirigente progressista che evoca l’eredità del socialismo e della sinistra dovrebbe sapere meglio di chiunque altro che i princìpi del giusto processo, dell’indipendenza della magistratura e dell’equilibrio tra i poteri non si negoziano in cambio di un vantaggio di sondaggio.
Quella sinistra che ha costruito la sua identità sulla permeabilità alla sofferenza altrui, un principio che ho ricevuto in eredità da mio nonno e da mio padre, entrambi socialisti, e che considero il fondamento più autentico di ogni impegno politico progressista, non può ridursi a calcolare quando è utile votare No a una riforma e quando no a seconda del colore di chi la propone.
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(27 marzo 2026)
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