di Daniele Santi
Si aspetta il 12 aprile 2026 per vedere se l’Ungheria, che andrà alle urne per elezioni dall’esito imprevedibile, certamente le più complicate degli ultimi tre lustri, avrà ancora come capo supremo Viktor Orbán, al potere ininterrottamente dal 2010, o se si consegnerà nella mani di Péter Magyar ed del suo partito Tisza.
A gennaio 2026 i sondaggio offrivano lo senario di un paese diviso in due: l’istituto indipendente Median, dava lo sfidante Tisza al 51% delle intenzioni di voto tra gli elettori decisi ad andare a votare, lasciando Fidesz al 39%. Dall’altra parte gli istituti di rilevazione vicini al governo, ad esempio Nézőpont, che continua a dare Orbán in vantaggio con il 46% contro il 35% di Magyar leader di Tisza. Anche osservando le medie ponderate la crescita dell’opposizione è costante. Perché l’Ungheria ristagna, nonostante i cospicui finanziamenti UE, contro la quale Viktor Orbán continua a scagliarsi dipendendo completamente dalle forniture energetiche del Cremlino.
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E a Orbán non resta che la mossa disperata: schierare i fautori delle democrazie illiberali per perpetuare il suo potere che ben pochi benefici ha portato agli Ungheresi (ma che ha zittito i giornali oppositori, messo la museruola alle Università, fatto fuori le minoranze): tra loro non può mancare Giorgia Meloni, sua buona amica. Per non dire ottima. Tra loro Marine Le Pen, nota le sue disavventure giudiziarie per questioni legate a fondi UE, Robert Fico e Matteo Salvini che guida un partito che deve restituire allo Stato ben 49 milioni di euro di rimborsi elettorali percepiti illecitamente, un debito enorme che viene ripagato con rateizzazioni estremamente dilazionate. Perché in Italia si è duri e puri coi deboli e ci si calano le braghe di fronte ai potenti. Il gioco? Presentarsi come martiti vittime di una giustizia-cagna, creando un fronte comune con Orbán che giustifica con inesistenti ragioni di Stato le proprie violazioni dello Stato di diritto a favore dei suoi elettori.
Orbán presenta poi alcune similitudine con Meloni, perché chi si somiglia si piglia, non solo perché entrambi poggiano il loro disegno illiberale su una comune visione sovranista e su una preoccupante similitudine nella gestione del potere: ma perché accusando le opposizioni di egemonia culturale (che in Italia non c’è mai stata) ne costruiscono una nuova e reale. In Ungheria Orbán ha blindato l’informazione tramite la fondazione KESMA (oltre 500 testate pro-governative), mentre in Italia tra reti Rai a guida meloniana, le reti Mediaset a guida pro-Meloni e un numero indefinito di quotidiani, periodici e network radiofonici nazionali che tirano la volata alla premier notiziari e palinsesti soffocano le voci critiche. O le riducono a notiziole irrilevanti.<
Vincerà Magyar e le cose cambieranno?
Péter Magyar viene dalla stessa casa di Fidesz, partito di Orbán, mica si è di fronte a una pericoloso rivoluzionario che metterà dei fiori nei loro cannoni, ma dimostra di sapere aggirare il blocco mediatico del suo ex-capo e promette di smantellare il sistema oligarchico, ripristinare l’indipendenza della magistratura e sbloccare i miliardi di fondi europei congelati a causa delle derive autoritarie di Orbán. Che poi lo faccia sul serio, qualora dovesse vincere, è tutto da vedere. Toccherà vedere come la mette con Putin. Che mica starà a guardare. Né prima né dopo.
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(21 gennaio 2026)
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