Roma
cielo sereno
17.2 ° C
17.9 °
15.8 °
61%
1.8m/s
0%
Mar
21 °
Mer
22 °
Gio
23 °
Ven
23 °
Sab
15 °

POLITICA

Google News
Aggiungi Gaiaitalia.com Notizie tra le tue Fonti Preferite su Google
Per vederci sempre in prima pagina, clicca il bottone e spunta la casella di Gaiaitalia.
G
Pubblicità

ALTRA POLITICA

Pubblicità

ESTERI

Pubblicità
HomeL'EditorialeL'11 settembre, ci sono anche parole scomode

L’11 settembre, ci sono anche parole scomode

Pubblicità
SEGUI GAIAITALIA.COM SU
Testo:


di Marco Maria Freddi
Marco Maria Freddi

Oggi è l’11 settembre. Ricordo l’attacco alle Torri Gemelle del 2001 e guardo il presente con una rabbia lucida, perché la storia sembra non averci insegnato abbastanza.

Una inchiesta pubblicata da Haaretz l’8 settembre, anticipando il libro Kidnapped di Shlomi Eldar e Ruth Yuval, sostiene che circa dieci giorni prima del 7 ottobre 2023 il presidente degli Emirati Arabi Uniti Mohammed bin Zayed avrebbe telefonato per circa 45 minuti a Benjamin Netanyahu per avvertirlo che Yahya Sinwar stava preparando una grande operazione capace di destabilizzare la regione. Secondo la ricostruzione, Netanyahu avrebbe minimizzato l’allarme e non lo avrebbe trasmesso ai vertici della sicurezza. Netanyahu nega categoricamente che quella telefonata abbia avuto quel contenuto e il suo ufficio definisce il racconto una menzogna. Gli Emirati non hanno confermato pubblicamente la ricostruzione. Non siamo davanti a un fatto definitivamente accertato, ma a un’accusa così grave e documentata da un’inchiesta giornalistica dovrà seguire un’indagine indipendente. Ed è esattamente per questo che non può essere liquidata con una smentita politica.

LEGGI ANCHE

7 Ottobre

di Marco Maria Freddi Il 7 ottobre è stato un massacro di civili e la risposta del governo... →

Il 7 ottobre Hamas ha compiuto una strage nella quale furono uccisi circa 1.200 israeliani e furono presi 251 ostaggi. Quell’attacco ha aperto una nuova fase di guerra e di destabilizzazione regionale. Ma la risposta israeliana non si è limitata a colpire Hamas. La guerra a Gaza ha prodotto una devastazione immensa della popolazione e delle infrastrutture civili. Nel settembre 2025 la Commissione internazionale indipendente d’inchiesta delle Nazioni Unite ha concluso che le autorità e le forze israeliane hanno commesso quattro dei cinque atti previsti dalla Convenzione sul genocidio e ha ritenuto che Israele sia responsabile di genocidio a Gaza. È una conclusione gravissima di un organismo investigativo dell’ONU. Conclusione che non va confusa con una eventuale sentenza definitiva della Corte internazionale di giustizia, che sul merito della causa per genocidio non si è ancora pronunciata.

Da allora il conflitto si è allargato. Gaza, Libano, Siria e infine Iran sono diventati fronti di una crisi regionale nella quale sono entrati direttamente anche gli Stati Uniti. Il 28 febbraio 2026 è iniziata la guerra tra Stati Uniti e Israele da una parte e Iran dall’altra. La guerra ha sconvolto anche i mercati energetici mondiali. L’Agenzia internazionale dell’energia ha definito quella provocata dal quasi blocco dei traffici nello Stretto di Hormuz la più grande interruzione dell’offerta nella storia del mercato mondiale del petrolio. Prima della crisi attraverso Hormuz transitavano circa 20 milioni di barili al giorno, quasi il 20 per cento dei consumi mondiali. I prezzi del greggio sono saliti oltre i 100 dollari al barile e l’impatto è arrivato direttamente sulle famiglie, sulle imprese e sull’economia mondiale.

E qui la politica torna a casa nostra.

LEGGI ANCHE

Riforma elettorale, doppia mandata alla porta della democrazia: si vogliono chiudere dentro

di Massimo Mastruzzo Da 1.500 a 6.000 firme minime per ogni collegio. Quattro volte tanto. E contemporaneamente l'obbligo... →

Chi dipende dal petrolio e dal gas dipende anche dalle guerre, dalle crisi geopolitiche e dalla competizione per il controllo delle risorse. I lavoratori che usano l’automobile per andare al lavoro, gli autotrasportatori, le imprese energivore e le famiglie che devono pagare le bollette non hanno deciso nessuna guerra. Eppure sono loro a sopportarne una parte del costo. Le organizzazioni sindacali europee denunciano da mesi proprio questo meccanismo e chiedono investimenti pubblici nelle rinnovabili, nelle reti, nell’efficienza energetica e nel trasporto pubblico.

È qui che dobbiamo avere il coraggio di dire una cosa che la politica continua a rimuovere. L’energia rinnovabile non è soltanto una scelta ambientale. È una politica di pace. Ogni volta che produciamo energia dal sole, dal vento, dall’acqua e dalle altre fonti rinnovabili riduciamo la necessità di importare combustibili fossili concentrati in poche aree del pianeta e diminuiamo la competizione geopolitica per il loro controllo. Una Europa capace di produrre la propria energia pulita è un’Europa più autonoma, più sicura e meno ricattabile. Per questo la transizione energetica deve diventare un grande progetto pubblico europeo, fondato su investimenti, lavoro stabile, industria e welfare.

La destra che continua a definire il Green Deal una follia non sta difendendo il buon senso. Sta difendendo, consapevolmente o meno, una dipendenza strategica che rende l’Europa più vulnerabile, più costosa e meno libera. La vera follia è continuare a legare la nostra sicurezza a una materia prima che può trasformarsi in un’arma geopolitica.

Ma arriviamo alla parte più scomoda.

Nel 2023 Netanyahu era già al centro di una crisi politica profondissima, tra le proteste contro la riforma giudiziaria, i suoi processi per corruzione e una coalizione sostenuta dall’estrema destra. È legittimo chiedersi quale effetto politico abbia avuto la guerra sulla sua permanenza al potere. Non è ancora dimostrato che Netanyahu abbia deliberatamente lasciato esposta la popolazione israeliana per creare un pretesto di guerra, ciò che invece è documentato è un altro dato politico molto grave. Il governo Netanyahu ha resistito alla richiesta di una commissione statale indipendente sul fallimento del 7 ottobre. Nel 2025 ha promosso una commissione alternativa controllata politicamente e nel 2026 la Knesset ha approvato in prima lettura una proposta per una commissione i cui membri e ambito d’indagine sarebbero definiti attraverso un meccanismo politico. Quasi tre anni dopo il massacro, non esiste ancora una commissione statale indipendente. Questo non dimostra che Netanyahu abbia voluto il 7 ottobre. Dimostra però che il potere politico continua a opporsi a un’indagine capace di stabilire fino in fondo le responsabilità politiche e istituzionali.

Ed è qui che l’11 settembre e il 7 ottobre si incontrano davvero.

Il 2001 e il 2023 segnano due fratture storiche. Dopo il crollo del Muro di Berlino avevamo creduto che la democrazia liberale, il mercato globale e la superiorità militare dell’Occidente potessero garantire da soli un nuovo ordine mondiale. L’11 settembre ha dimostrato che quell’ordine non era affatto pacificato. Il 7 ottobre, e tutto ciò che è seguito, ci ha mostrato ancora una volta quanto sia fragile un sistema internazionale incapace di garantire insieme sicurezza, libertà, giustizia e diritto.

E qui sta la contraddizione più grande. Di fronte alla violenza dei regimi autoritari e delle organizzazioni terroristiche, le democrazie non possono diventare simili a ciò che combattono. È proprio questo il confine che non possiamo perdere. Una democrazia si misura anche da come reagisce alla minaccia, dalla capacità di difendere i propri cittadini senza cancellare il diritto, dalla capacità di perseguire i responsabili senza trasformare interi popoli in nemici, dalla possibilità di sottoporre il potere alle proprie responsabilità.

L’11 settembre e il 7 ottobre ci dicono quindi che un’epoca è finita. Ma ci dicono anche che non basta difendere l’ordine esistente. Soprattutto le sinistre europee e mondiali devono tornare a pensare. Devono avere il coraggio di immaginare un nuovo sistema di convivenza internazionale nel quale sicurezza e pace non siano più affidate alla corsa agli armamenti, nel quale la libertà non sia separata dalla giustizia sociale, nel quale l’energia non sia una merce da contendersi con la forza e nel quale il diritto internazionale valga per tutti.

Non possiamo continuare a chiamare sicurezza ciò che produce altra insicurezza. Non possiamo chiamare libertà la dipendenza energetica. Non possiamo chiamare democrazia un potere che teme le proprie responsabilità. E non possiamo costruire il futuro sulla rendita fossile e sulla guerra permanente.

L’alternativa non è ingenua. È politica. Europa, diritto internazionale, libertà laiche, diritti civili, democrazia partecipata, energia pulita, lavoro stabile, welfare universale e solidarietà tra i popoli.

È da qui che dobbiamo ripartire, se vogliamo davvero imparare qualcosa dalla storia.

 

 

(11 settembre 2026)

©gaiaitalia.com 2026 – diritti riservati, riproduzione vietata

 

 

 

 

 

 

 




Iscrivetevi alle Newsletter di Gaiaitalia.com Notizie

Torino
nubi sparse
12.3 ° C
13.4 °
11.5 °
81%
0.5m/s
80%
Mar
19 °
Mer
22 °
Gio
17 °
Ven
17 °
Sab
9 °
Pubblicità

LEGGI ANCHE