di Marco Maria Freddi

La parabola politica che va dall’esperienza dell’Ulivo fino ai recenti post di Luigi Marattin rappresenta il fallimento di una visione che ha preteso di coniugare il progressismo con i dogmi del neoliberismo, e che oggi si ripresenta con la stessa sicumera di sempre, come se il disastro prodotto da quelle politiche non fosse già scritto nei dati e nelle vite di milioni di persone. Quando Marattin rivendica con orgoglio il programma del 1996, parlando di riduzione della spesa pubblica e Stato minimo, compie un’operazione di revisionismo storico che ignora le macerie sociali lasciate da quelle scelte. Quell’impostazione, che oggi viene spacciata per identità liberaldemocratica, tanto da rappresentarla in un partito, non è altro che la rinuncia della sinistra alla sua missione storica di protezione del lavoro e di redistribuzione della ricchezza. Non è un’identità: è una resa.
Marattin non è stato un semplice spettatore di quella stagione ma un ingranaggio centrale, avendo ricoperto il ruolo di consigliere economico a Palazzo Chigi dal settembre 2014, prima con Renzi e poi con Gentiloni. Sebbene i firmatari formali siano altri, la sua corresponsabilità politica nel Jobs Act è totale e innegabile. Quella riforma ha rappresentato il punto di rottura definitivo tra il mondo del lavoro e la rappresentanza politica di centrosinistra.
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Il Jobs Act non ha inventato la precarietà, che esisteva da tempo, prima con il Pacchetto Treu del governo Prodi che introduceva il lavoro interinale, poi con la legge Biagi del governo Berlusconi che ampliava i contratti atipici. Il problema strutturale nasce molto prima. Il Jobs Act ha fatto qualcosa di più grave: l’ha normalizzata e istituzionalizzata, trasformando il diritto alla stabilità in una merce scambiabile con un indennizzo monetario. Attraverso il superamento dell’Articolo 18 per i nuovi assunti e l’introduzione delle cosiddette tutele crescenti, si è smantellata la sicurezza del lavoratore nella vana speranza che la flessibilità avrebbe generato investimenti.
I dati dell’ISTAT confermano che i lavoratori precari in Italia restano ancora circa 2,7 milioni nel 2025, e il mercato del lavoro italiano segna a marzo 2026 una perdita complessiva di 30.000 occupati rispetto all’anno precedente, con il tasso di disoccupazione giovanile fermo all’18,1%. La fiammata iniziale drogata da incentivi fiscali a pioggia non ha modificato la struttura profonda del mercato del lavoro ha spostato numeri, non condizioni.
Togliere diritti non crea sviluppo, crea incertezza esistenziale, e quell’incertezza è ancora la realtà quotidiana di chi entra oggi nel mercato del lavoro in Italia.
L’arroganza del pensiero con cui Marattin definisce massimalista o radicale chiunque chieda oggi un ritorno all’intervento pubblico o alla difesa del fisco progressivo è il segno di un distacco totale dalla realtà. Egli finge di ignorare che le ricette degli ultimi trent’anni, basate su privatizzazioni e liberalizzazioni, hanno prodotto salari stagnanti e disuguaglianze record.
Al contrario, l’esperienza di Pedro Sánchez in Spagna offre la prova empirica che un’alternativa socialista è non solo possibile ma necessaria. Il salario minimo interprofessionale spagnolo è aumentato da 735 euro mensili nel 2018 a 1.184 euro nel 2025, pari a 16.576 euro annui, con un incremento che ha beneficiato principalmente i lavoratori più vulnerabili, il 60% dei quali sono donne. La riforma del lavoro varata dal governo Sánchez ha prodotto una drastica riduzione della quota di occupati a tempo determinato sul totale dei dipendenti, passando dal 26% al 18% in un solo anno secondo i dati Eurostat.
I risultati di queste due visioni opposte sono scritti nelle serie storiche di Eurostat e nei rapporti delle organizzazioni internazionali. Secondo CaixaBank Research, il tasso di contratti a tempo determinato in Spagna è sceso dal 29,7% medio del periodo 2014-2019 al 12,7% nel 2024, avvicinandosi alla media europea, mentre il Fondo monetario internazionale ha confermato che la riduzione della temporaneità e il rafforzamento dei diritti non hanno frenato la creazione di posti di lavoro. In Italia, invece, la difesa ostinata di un impianto liberaldemocratico ormai superato dalla storia ha prodotto crescita anemica e fuga di massa dei giovani verso l’estero.
Continuare a proporre lo Stato minimo e la concorrenza come soluzioni al declino italiano significa non aver compreso che proprio quelle politiche sono state la causa della crisi. Una visione socialista autentica non può accettare la narrazione di Marattin e del Partito Liberaldemocratico, che riduce la politica a una gestione tecnica del mercato. Bisogna avere il coraggio di affermare che senza un intervento dello Stato nell’economia e senza una protezione ferma dei salari la democrazia stessa si svuota di senso.
Il modello dell’Ulivo e le sue evoluzioni renziane appartengono a una stagione che ha fallito i suoi obiettivi, e riproporli oggi significa condannare il paese a una marginalità sociale ed economica senza fine.
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Ed è per questo che chiedo alla sinistra di smettere di ascoltare i pifferai dell’economia liberista. Sono sempre lì, puntuali, a spiegare come si fa, con la stessa voce sicura di chi non ha mai pagato il prezzo delle proprie ricette. Sono stati al governo, hanno avuto i loro anni, hanno avuto le loro riforme. E i risultati sono sotto gli occhi di tutti: precarietà strutturale, salari fermi, diseguaglianze crescenti, una generazione che ha imparato a non aspettarsi nulla di stabile dal proprio paese. Il coraggio che chiedo non è il coraggio delle dichiarazioni di principio. È il coraggio di rompere un’abitudine, quella di credere che la sinistra debba guadagnarsi la credibilità cedendo sul lavoro, sul fisco, sulla spesa pubblica, sulla sicurezza, ambiente e immigrazione come se il consenso si conquistasse rinunciando a ciò che si è.
La Spagna non ha aspettato il permesso degli economisti ortodossi per aumentare il salario minimo del cinquantaquattro percento. Ha scelto da che parte stare. È ora che anche noi, senza esitazioni e senza mediazioni al ribasso, facciamo lo stesso.
(1 maggio 2026)
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