di Marco Biondi
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Tra le strofe di vecchie canzoni che precedono ogni capitolo del mio ultimo libro “La vita può essere anche semplice – finché non la complichiamo” quella che dà il titolo a questo pezzo non c’è. Era tra quelle canzoni che si cantavano ai tempi del movimento studentesco del sessantotto e che auspicava l’avvento del regime comunista sovietico. Continuava così, per chi non lo ricordasse “scarpe rotte eppur bisogna andar a conquistare la rossa primavera dove sorge il sol dell’avvenir”.
La nostra primavera – proprio in questi giorni – è diventata inaspettatamente rossa, per diversi motivi, il primo dei quali, ovviamente, non può essere che l’esito del referendum costituzionale sulla giustizia. Ma qui il rosso non è quello delle bandiere, ma è il colore assegnato al voto “NO”.
Prendo spunto dal commento della nostra Premier (la chiamo all’inglese così mi tolgo dall’imbarazzo se usare il femminile o il maschile definendola Presidente) che sostanzialmente è stato “abbiamo perso un’occasione”. Vero, signora Meloni, ma l’occasione, mi perdoni la sincerità, l’ha persa lei.
Perché, come avevo scritto nel mio articolo sul quesito referendario, la costituzione dovrebbe cambiarla il Parlamento, non il Governo di turno. Quello che avevano previsto i padri costituenti era infatti un lavoro fatto a livello parlamentare che, prescindendo da maggioranza e opposizione, promulgasse delle modifiche alla seconda parte della Costituzione con il più ampio accordo possibile.
Con questo presupposto, il fatto di aver approvato le modifiche, poi sottoposte e giudizio referendario, senza ammettere nessun emendamento, nemmeno quelli che provenivano dalla sua stessa maggioranza, non poteva far altro che compattare il fronte delle opposizioni facendole schierare per il NO, a prescindere dal giudizio di merito sulla legge.
Se tu vuoi imporre la “tua” Legge, la “nostra” Costituzione non la modifichi. E così è stato. In fondo, se ci pensiamo, non è la prima volta, ma sembra che in politica imparare dagli errori precedenti non sia prassi consolidata.
Anche perché sul tema della separazione delle carriere, si sarebbe potuto raggiungere un consenso molto ampio, visto che aveva fatto parte dei programmi di governo di quasi tutti i partiti di centro sinistra.
Ora però, sull’onda dell’entusiasmo per la severa sconfitta dell’attuale maggioranza, stiamo attenti a non fare l’errore di pensare che le urne abbiano certificato che la coalizione di centro sinistra sia ora maggioranza nel Paese.
E non dobbiamo pensarlo, prima di tutto perché non esiste una coalizione di centro sinistra, ma esistono solo alcune dichiarazioni di principio che sorvolano sul fatto che sussistano delle divergenze enormi nelle idee dei singoli partiti. E poi, perché abbiamo assistito col referendum ad una aggregazione contro qualcuno, ma non c’è (ancora) una compattezza a favore di un seppur minimo programma comune.
Se deve persistere la speranza di una sconfitta elettorale del centro destra, non si può prescindere da un programma che racconti “che cosa” si vuole fare. Votate “noi” per mandare a casa la Meloni è il principio più sbagliato in assoluto che si possa ipotizzare. Prendiamoci, se ci piace, questa “vittoria” verso un’imposizione a maggioranza certamente sgradita, ma cerchiamo di restare prudenti ed evitare di dare significati diversi da quelli reali.
Prendiamoci però anche un’altra ottima notizia: l’affluenza tornata a livelli “decorosi”, anche grazie ad un rinnovato interesse dei giovani, che sembravano disinteressati alle competizioni elettorali. Se la politica vuole “guardare avanti” e costruire programmi per il futuro, mi sembra pleonastico dire che bisogna che torni a parlare anche ai giovani. Il mio invito è che si torni a cercare di “costruire” qualcosa, invece di insistere nel voler distruggere e cercare voti per essere “contro” qualcosa o qualcuno.
Se il popolo italiano rinuncia a votare fa un favore a chi della democrazia si è stancato
Leggi l'articolo →Se ci pensiamo bene, il programma elettorale che ha ricevuto il maggiore consenso alle ultime elezioni politiche, era tutto basato su vendette e ritorsioni: emigrati, giudici, sindacati, “comunisti”. Se ci si vuole proporre come alternativa, è necessario parlare di come costruire o proteggere il potere di acquisto, la sanità, l’istruzione. Cercare di invertire la tendenza nell’emigrazione intellettuale, impegnarsi per costruire in Europa una casa comune che protegga dell’aggressione sovranista e dall’espansionismo sovietico e nello stesso tempo ci faccia essere parte integrante di una potenza economica che possa dialogare alla pari con Stati Uniti e Cina, al riparo dai soprusi di chi si sente autorizzato a fare i propri comodi avendo di fronte solo degli Stati divisi e deboli.
Continuando a parlare del vento che, forse, sta tornando a soffiare da sinistra, commento volentieri due notizie importanti.
Nelle elezioni amministrative di Parigi, torna a vincere un sindaco di sinistra.
Come racconta Repubblica “Emmanuel Grégoire è stato eletto sindaco nella capitale con un vantaggio netto su Rachida Dati, sostenuta da un blocco di centrodestra che andava dai Républicains a Horizons, dal MoDem a Renaissance. Il candidato socialista, 48 anni, era arrivato al secondo turno con una rivale a sinistra, la mélenchonista Sophia Chikirou. Alla fine, la scelta di non stringere alleanze con la France Insoumise si è rivelata decisiva per attrarre una parte dell’elettorato moderato”.
Questa vittoria, che si somma a quelle, tra gli altri, a Lione e a Marsiglia, parrebbe mettere un freno all’avanzata delle destre sovraniste. Chissà che le recenti gesta del Presidente con i capelli carota non abbiano in qualche modo risvegliato le coscienze e fatto capire a quali rischi si va incontro se si abbandona la strada di programmi politici concreti e attenti alle persone.
Ancora più significativa, da un certo punto di vista, la “quasi vittoria” dell’attuale Premier danese Mette Frederiksen che alle elezioni del 24/3/2026 è riuscita a creare i presupposti per continuare a gestire la Danimarca da Primo ministro.
Come ci racconta Repubblica.it la signora Frederiksen, 48 anni, premier dal 2019, ha guidato il Paese attraverso il Covid, la guerra in Ucraina – dove è stata in prima linea nel sostegno a Kiev – e la crisi sulla Groenlandia. Strada facendo si è trasformata in una strenua europeista, sia nel campo della Difesa sia in quello finanziario, dove ha tolto la Danimarca dal campo dei “frugali”. Ora dovrà scegliere se coalizzarsi con i partiti di estrema sinistra o se, cosa assai probabile, sceglierà il partito di centro destra guidato dal pragmatico moderato Rasmussen.
I socialdemocratici di Frederiksen si sono presentati alle urne con un programma che prevede rigidità per gli immigrati clandestini, ma, soprattutto, quella che è stata definita “la tassa dell’invidia”, ossia una tassa sui miliardari per finanziare le scuole elementari del Paese.
Questo mi porta a concludere che una sinistra moderata con un programma preciso e concreto può ancora vincere. Il populismo di qualsiasi colore, soprattutto se trasformista, resta un pericolo enorme se si vuole contrastare l’avanzata delle destre sovraniste.
(28 marzo 2026)
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