di Marco Maria Freddi
L’intervento pubblico di Franco Gabrielli, figura di primo piano dell’apparato istituzionale italiano, ex capo della Polizia, con una carriera che comprende la guida dei servizi di sicurezza e ruoli chiave nella protezione civile e nella pubblica amministrazione, riporta al centro una verità che la politica italiana continua a rimuovere per convenienza o pigrizia culturale.
La sicurezza non è un tema tecnico né un patrimonio naturale della destra, ma una questione profondamente politica, sociale e democratica. Il punto non è chi la rivendica più rumorosamente, ma chi è in grado di darle un senso che non tradisca i principi di uguaglianza, coesione e responsabilità collettiva.
Quando Gabrielli afferma che la sinistra ha lasciato questo terreno alla destra, non sta formulando una provocazione mediatica ma una constatazione storica. Per anni, nel timore di essere associata a pulsioni repressive, una parte rilevante del campo progressista ha evitato di affrontare il tema della sicurezza come elemento strutturale della vita delle persone, rinunciando a costruire una propria visione. Questo vuoto è stato riempito da chi ha ridotto l’insicurezza a paura, la paura a consenso, il consenso a slogan, trasformando la complessità sociale in una sequenza di risposte penali sempre più semplicistiche e inefficaci.
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Leggi l'articolo →La sicurezza, però, non nasce dal moltiplicarsi delle norme o dall’ossessione per l’ordine pubblico inteso come controllo. Nasce dalle condizioni materiali di esistenza. Dove c’è lavoro stabile, accesso ai servizi, scuola, sanità , politiche abitative e reti sociali, l’insicurezza arretra. Dove queste condizioni vengono smantellate, la repressione diventa un surrogato, utile a mascherare l’assenza di progetto.
Questa carenza di visione emerge con drammatica chiarezza nella gestione delle marginalità urbane. Si risponde con la logica dello sgombero a problemi che meriterebbero il coraggio di soluzioni realmente innovative. Invece di costruire percorsi amministrativi, sociali e sanitari di lungo respiro, ci si accontenta di interventi di facciata o di un assistenzialismo minimale, quasi un insulto alla dignità , fatto di biscotti per diabetici e turni di lavatrici per poveri che spesso non hanno nemmeno la forza residua per chiedere aiuto. Pensare che il carcere, l’inasprimento delle pene o la mera rimozione fisica degli “invisibili” dalle strade possano sostituire la giustizia sociale non è solo un errore politico, è una rinuncia morale.
Il richiamo di Gabrielli colpisce anche un altro nodo rimosso, quello dell’immigrazione. Trattarla esclusivamente come un problema di ordine pubblico ha prodotto un doppio fallimento, poiché non ha aumentato la sicurezza ma ha alimentato marginalità strutturale. Governare i flussi, distinguere tra legalità e illegalità , investire seriamente nell’integrazione non è buonismo, è l’unico modo razionale per ridurre conflitti, sfruttamento e insicurezza diffusa.
La mancanza di una strategia organica su questo fronte è una responsabilità politica precisa, non una fatalità .
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Leggi l'articolo →Per una sinistra che voglia tornare credibile, il tema della sicurezza non può essere affrontato in difensiva, né delegato a figure tecniche come se fosse estraneo alla propria identità . Al contrario, è proprio una visione socialista e progressista che dovrebbe rivendicare la sicurezza come bene comune, inseparabile dalla giustizia sociale. Difendere i più fragili significa anche garantire loro spazi di vita sicuri, relazioni sociali non violente, istituzioni presenti e affidabili. Non esiste contraddizione tra diritti e sicurezza, esiste solo una politica che rinuncia a tenerli insieme.
Continuare a inseguire la destra sul suo terreno significa perdere due volte: sul piano dei valori e su quello dell’efficacia. Ricostruire una politica della sicurezza coerente con i principi progressisti richiede coraggio, visione e capacità di dire la verità .
La sicurezza non si compra con la paura e non si difende con la propaganda.
Si costruisce, giorno dopo giorno, con politiche pubbliche che riducono le disuguaglianze e restituiscono allo Stato il suo ruolo di garante dell’interesse collettivo.
(22 febbraio 2026)
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