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HomeL'EditorialeO di quando in Venezuela si votò con entusiasmo Hugo Chávez

O di quando in Venezuela si votò con entusiasmo Hugo Chávez

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Lo chiamavano comunismo bolivariano, una delle tante porcate che si inventavano da quelle parti lì nel periodo del cosiddetto chavismo; mentre da altre parti Evo Morales si inventava battute straordinarie sulla carne di pollo che rendeva gli uomini gay; dopo un fallito colpo di stato che portò Hugo Chávez dritto in galera, il popolo che quando c’è da farsi fregare da un dittatorello da due soldi è sempre in prima fila, elegge Hugo Chávez alla presidenza del Venezuela. Che scende precipitosamente verso il baratro e apre la porta alla presa del potere del taxista Nicolás Maduro, futuro dittatore del paese.

Hugo Chávez compie disastri uno dopo l’altro, riempie gli uffici pubblici del paese di funzionari cubani perché i venezuelani, secondo lui, sono degli incapaci: ed è difficile dargli torto considerando chi si sono scelti come presidente.

La cubanizzazione del Venezuela inizia con un accordo di cooperazione del 2000 con il Venezuela che offre a l’Avana petrolio a prezzi stracciati quando non gratis, in cambio di migliaia di professionisti cubani e richiedendo nello specifico l’invio di medici e insegnanti a fini propagandistici, il vero obbiettivo del chavismo era l’inserimento di tecnici e consiglieri comunisti in ogni ganglio vitale dello stato.

Inizia anche l’ascesa politica di Nicolás Maduro che, dopo essersi formato politicamente a Cuba negli anni ’80 nei quadri dell’Unione della Gioventù Comunista, passa dalla leva del cambio a quella del potere a dimostrazione che l’influenza cubana nell’amministrazione di Hugo Chávez non era solo una collaborazione diplomatica, ma una vera e propria “osmosi” istituzionale atta a ridefinire dalle basi lo Stato venezuelano.
Con tutto quello che ne è derivato.

Affamare il Venezuela nel nome di Cuba

Nel 2002, fallito un colpo di istato, Chávez affida, anzi consegna, le chiavi della sicurezza ai cubani i cui servizi segreti (G2) si appropriano (ricostruiscono, dicono loro) il SEBIN (l’intelligence civile) e la DGCIM (contro-intelligenza militare). Gli apparati iniziano a monitorare la fedeltà degli ufficiali venezuelani, decidendo promozioni ed epurazioni. Siamo al castrismo al potere, ma in un altro paese, con castristi alla fame a presidiare uffici chiave di un paese straniero, supervisionare i sistemi informatici della Presidenza [sic], dei registri civili per il controllo dell’identità e dei voti, di porti e aeroporti e di tutto il sistema Venezuela. Migliaia sono gli ufficiali cubani integrati nelle forze armate venezuelane (FANB) per formare le truppe e ideologizzare i quadri: sono centinaia gli ufficiali venezuelani che denunciano di sentirsi “subordinati a una potenza straniera”.

Ai cittadini non va meglio e inizia un progressivo peggioramento delle condizioni di vita che racconta, nel 2026, di fame e denutrizione a livelli allarmanti e di estrema criticità. Secondo i dati delle Nazioni Unite e della FAO, circa 7,9 milioni di persone (oltre un quarto della popolazione) necessitano di assistenza umanitaria urgente, non c’è cibo, non ci sono medicine, si sopravvive. La denutrizione è alimentata da un’instabilità economica cronica. L’inflazione alimentare ha superato il 100% nel 2025 e le sue proiezioni fanno paura: 682% per l’anno appena iniziato. Significa che i beni di prima necessità sono praticamente inaccessibili per la maggior parte delle famiglie.

Le responsabilità politiche ricadono sulla gestione autoritaria di Maduro, la cui mano ferma in nome della prosperità personale sua e dei suoi scagnozzi, è accusata di aver distrutto l’economia attraverso espropriazioni e corruzione sistemica. Incapaci di gestire la compagnia petrolifera statale PDVSA, Maduro e gentile consorte, più la corte di cubani e neobolivariani, sono riusciti ad azzerarne le entrate. Per non spingersi oltre nel commentare l’uso del cibo come strumento di controllo sociale utilizzando spudoratamente la fame come arma politica contro il dissenso.

Dal freno a mano al potere: la parabola di Nicolás Maduro

Nicolás Maduro (classe 1962) non completa gli studi superiori (guarda guarda….) e si inserisce presto nel mondo del lavoro come autista di autobus e poi di taxi: si distingue per la sua intensa attività sindacale e fonda il sindacato della Metro di Caracas in un periodo di forti tensioni sociali. Negli anni ’90 si lega indissolubilmente a Hugo Chávez (e al potere occulto cubano, più tardi) e mentre Chávez è in carcere per il fallito colpo di stato del 1992, Maduro e la sua futura moglie, l’avvocata Cilia Flores, lottano attivamente per la sua scarcerazione. Maduro diventa l’ombra sinistra che Chávez non vede, pur avendolo al suo fianco, tanto da fargli scalare rapidamente le gerarchie del neonato Movimento Quinta Repubblica così che quando Chávez arriva alla presidenza nel 1999, Maduro è prima deputato, poi Presidente dell’Assemblea Nazionale e, dal 2006, Ministro degli Esteri nonostante la sua totale mancanza di una formazione diplomatica (vi ricorda qualcuno?), grazie alla sua fedeltà assoluta che lo rende l’uomo di fiducia [sic] del “Comandante”.

L’investitura di Chávez, che sta morendo di cancro (vedi video in basso) arriva l’8 dicembre 2012 quando il presidente-dittatore lascia il potere nelle mani del taxista-dittatore in un drammatico discorso televisivo prima di partire per l’ultima operazione a Cuba, dove morirà in circostanze mai chiarite e con i cubani che per settimane rifiuteranno di consegnare la salma al Venezuela nell’assoluto silenzio di Maduro, nominandolo come suo successore ufficiale e chiedendo ai venezuelani di votare per lui “dal profondo del cuore”. Gli elettori ci cascano una seconda volta.

Il resto è noto e arriva fino all’assalto trumpiano del 3 gennaio 2026. Assalto ingiustificabile per i motivi che tutti conosciamo e rispetto ai quali nessuno qui ha nulla obiettare, ma va considerato anche il panorama globale al di là delle tifoserie che cambiano squadra una volta al mese.

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(7 gennaio 2026)

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