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Giustappunto cantilene al potere e responsabilità in fuga

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di Fabio Galli
Fabio Galli

È una patologia diffusa, ormai cronica e resistente a qualsiasi cura, quella che colpisce sempre gli stessi soggetti ogni volta che accade un fatto di cronaca: la perdita immediata delle facoltà cognitive, sostituita da un rigurgito automatico di slogan prefabbricati. Parte il coro, sempre uguale, sempre stonato, con l’aria di chi crede di aver capito tutto quando in realtà non ha nemmeno aperto il libretto delle istruzioni della realtà. Si urla “immigrato” come si urlerebbe “al lupo”, senza verificare, senza distinguere, senza nemmeno l’imbarazzo di sbagliare bersaglio. Peccato che, anche stavolta, il copione si schianti contro un dettaglio fastidioso: la persona in questione è un cittadino comunitario. Non un irregolare, non un fantasma fuori legge, ma qualcuno che rientra pienamente nello spazio giuridico europeo. Fine del mito. Sipario sulla favoletta.

Ma siccome ammettere l’errore è considerato un peccato mortale, la cantilena prosegue imperterrita, come una messa laica recitata da fedeli che hanno dimenticato il significato delle parole. E qui arriva la seconda verità indigesta, quella che fa prudere le mani e scattare l’orticaria: da tre anni governa la destra. Non da tre settimane, non “da poco”, non “con le mani legate”, ma da un tempo più che sufficiente per smettere di fare opposizione a sé stessa. L’ordine pubblico, tanto sbandierato in campagna elettorale come fosse la panacea universale, è materia loro. Totale. Esclusiva. Se qualcosa non funziona, se le città diventano meno sicure, se il controllo del territorio appare un’idea astratta più che una pratica concreta, non si può più dare la colpa ai governi precedenti, ai migranti immaginari o alle congiunzioni astrali sfavorevoli.

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E infatti il dato finale è quello che manda in corto circuito la propaganda: per il quarto anno consecutivo la criminalità è in risalita. Quarto. Non uno, non due, ma quattro anni di trend negativo mentre chi governa continua a vendere l’illusione del pugno duro. A questo punto il problema non è la mancanza di leggi, perché il potere di farle c’è stato ed è stato esercitato a piacimento. Il problema è l’incapacità di trasformarle in realtà efficace, di passare dal decreto urlato alla gestione concreta, dalla promessa muscolare ai risultati misurabili.

Continuare a recitare lo stesso rosario di accuse serve solo a coprire il vuoto, a mascherare un fallimento con il rumore. Ma il rumore, per quanto assordante, non sostituisce i fatti. E i fatti dicono una cosa semplice e spietata: chi governa da tre anni e vede peggiorare l’ordine pubblico non può più fingersi spettatore indignato. È il regista dello spettacolo. E il pubblico, prima o poi, se ne accorge.


(7 gennaio 2026)

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