di Giancarlo Grassi
Mentre subito dopo l’affaire Le Pen, con il buon Bardella mento volitivo e sguardo da maschio alfa già si sentiva seduto all’Eliseo (36% di voti possibili, non se ne fa niente, con quel sistema elettorale là) in Italia avevamo eminenti esponenti politici che ci spiegavano la Francia secondo loro su indicazioni della maestra: esprimetevi con parole vostre tanto il popolo è bue. Sono numerosi. Numerosissimi. E una foto vale l’altra.
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Così c’è quell’eminentissimo ed eccellentissimo uomo politico riusciva quindi a dire il suo non mi pronuncerò su una sentenza di primo fino al terzo grado di giudizio. Un lapsus, naturalmente, perché non è possibile crede che quell’eminente politico non sappia che i gradi di giudizio in Francia non sono tre, ma due anche se superficialmente possono sembrare tre: l’appello cui si fa riferimento è infatti il secondo processo possibile che deve confermare o ribaltare la sentenza di primo grado. Nel caso ci si rivolga alla Corte di cassazione non si avrà un terzo grado di giudizio ma solo una verifica che le regole di diritto siano state correttamente applicate.
Dunque la sentenza di secondo grado (quella definitiva cioè), che i magistrati francesi hanno già annunciato per il luglio 2026 – così che, in grado di ribaltamento della sentenza di primo grado, Le Pen possa candidarsi alle presidenziali francesi che ha già perso sonoramente due volte (e non c’è due senza tre), così come ha perso le ultime amministrative anche se va in giro raccontando che non l’hanno voluta – sarà quella definitiva.
Anche se il politico di casa nostra, per quanto eminente, non lo sapesse e se la raccontasse per raccontarla a noi. C’est tout.
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(2 aprile 2025)
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