di E.T.
Il latino, come è noto, è una lingua bizzarra – per quanto morta. E potrebbe nascondere insidie inaspettate per quelle destre incaponite a creare il peccato dove non c’è, ignorandolo quando viene dai suoi vertici. Ci si riferisce a quell’aspetto della lingua che molti cultori del latino in quanto passato, che però o se lo sono dimenticato o non l’hanno mai studiato, hanno messo da parte.
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I nomi latini possono essere, infatti, di tre generi: maschile, femminile o neutro; in italiano invece i generi sono solo due: maschile e femminile – a meno che tu non sia la presidente del Consiglio donna che parla di se stessa al maschile, ma sono questioni temporanee, tutt’al più durano un Ventennio; in latino il neutro era utilizzato per i nomi che non erano né maschili né femminili e qui rischia di cascare il gender.
Essendo il gender una cosa inanimata che non esiste e che i battaglioni del manganello mediatico agli ordini del capopopolo di turno utilizzano per il proprio piacere verbale, pronti a brandirlo contro chi dice le cose come stanno (eventualmente anche con querele o denunce quando le loro baggianate non sortiscono l’effetto desiderato), è facile immaginare che anche l’insegnamento del neutro – fondamentale nella lingua latina – possa creare inquietudini rispetto alla propaganda gender che tanto serve ai post sui vari social, pur non esistendo nella vita reale.
Rischia così di trovarsi di fronte a un brusco niet la proposta del ministro Valditara che nel suo furore innovatore dentro la restaurazione osa addirittura proporre un insegnamento che potrebbe, potenzialmente, innescare una nuova ondata di indottrinamento gender travestito da terza declinazione.
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Perché anche la lingua morta, come si evince, batte dove il dente duole.
(19 gennaio 2025)
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