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Se votare servisse a qualcosa, non ce lo farebbero fare. Una breve analisi a due giorni dal voto

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di Lorenza Morello

Come ha avuto modi di dire qualche giorno fa il Maestro pensatore Giorgio Agamben (sulla cui preparazione solo un soggetto in mala fede potrebbe aver da contestare): “E’ probabile che ben pochi fra coloro che si apprestano a votare per le elezioni europee si siano interrogati sul significato politico del loro gesto. Poiché sono chiamati a eleggere un non meglio definito «parlamento europeo», essi possono credere più o meno in buona fede di star facendo qualcosa che corrisponde all’elezione dei parlamenti dei paesi di cui sono cittadini. È bene subito chiarire che le cose non stanno assolutamente così”.

Agamben continua spiegando il “rimosso” tra realtà politica e giuridica. Cercando di spiegarlo in maniera molto semplice, potremmo partire dal fatto che, dal punto di vista del diritto costituzionale, l’Europa non esiste. Avete capito bene, non esiste. Quella che chiamiamo «Unione europea» è in realtà tecnicamente un patto fra stati, che concerne esclusivamente il diritto internazionale, come stabilito dal trattato di Maastricht, entrato in vigore nel 1993.
Ne discende che il Parlamento europeo che si tratta di eleggere non sia, in verità, un parlamento, perché manca del potere di iniziativa legislativa, che è interamente nelle mani della Commissione europea, e l’unico altro interlocutore rilevante è il Consiglio europeo.

Dal punto di vista della sua pretesa costituzione -come spiega bene anche agamben- l’Unione europea non ha pertanto alcuna legittimità. È allora perfettamente comprensibile che una entità politica senza una costituzione legittima non possa esprimere una politica propria. La sola parvenza di unità si raggiunge quando l’Europa agisce come vassallo degli Stati Uniti, partecipando a guerre che non corrispondono in alcun modo ad interessi comuni e ancor meno alla volontà popolare. L’Unione europea agisce oggi come una succursale della NATO (la quale NATO è a sua volta un accordo militare fra stati).

A ciò si aggiunga che il voto europeo oltre ad essere privo di giustificazione giuridica, è altresì privo di fondamento politico. Pensiamo a quale è il ruolo dei Parlamenti nel mondo: fare le leggi (e abbiamo già evidenziato come, nel caso dell’Europa, questo ruolo competa alla Commissione e non al Parlamento) e garantire la tenuta politica del Governo con la fiducia. Ebbene, anche da questo punto di vista, lo strumento della fiducia è inesistente a livello europeo in quanto si vota il Presidente ma lo stesso non può essere mandato via se non con una maggioranza qualificata elevatissima, sostanzialmente impossibile da raggiungere.

E allora perchè i politici continuano a chiederci di recarci alle urne a votare? Perché ogni stortura e aberrazione politica o giuridica, per non apparire palesemente tale, necessita della farsa del consenso. Ci sono poi i “romantici del Voto”, quelli che “Io voto perchè è importante e perchè ci credo e mi piace farlo”. Che in un mondo ideale il potere dovrebbe essere scelto dal popolo e dallo stesso legittimato non c’è ombra di dubbio. Ma quando -come nel caso eclatante dell’Europa- questo non accade, recarsi alle urne ha come unico risultato quello di cambiare le vite degli eletti, ma mai degli elettori. Per gli elettori -con buona pace di tutti – ha la stessa utilità del voto ad una recita scolastica.

Un’altra idea dell’Europa sarà possibile solo, e scomodo di nuovo Agamben, quando avremo sgombrato il campo da questa impostura. Se vogliamo pensare veramente un’Europa politica, la prima cosa da fare è togliere di mezzo l’Unione europea –, o quanto meno, essere pronti per il momento in cui essa, come sembra ormai imminente, crollerà.

 

 

(7 giugno 2024)

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