di Lorenza Morello #lorenzamorelloce twitter@lorenza_morello #mafia
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Delle tante parole proferite in queste ore dopo la sentenza sulla trattativa stato mafia, personalmente, stranisce e sconforta vedere un’ennesima riprova di quanto i personalismi e i particolarismi abbiano l’arroganza di voler prevalere rispetto a quello che dovrebbe essere l’interesse collettivo (e quindi di bene superiore) di lotta alla mafia per tutelare la civiltà.
Con molti amici palermitani, la maggior parte dei quali legulei, da anni ci confrontiamo sul tema “mafia” in appassionate dissertazioni che durano ore. Ed è sempre molto interessante rilevare come il nostro cursus studiorum comune trovi però poi sfumature diverse per motivo (che i motivi, si sa, sono irrilevanti per il diritto) -a detta loro- della diversa provenienza geografica e quindi, in tal senso, culturale. Anche per questo, sono impaziente di leggere quelle che saranno le motivazioni di una sentenza che è già di per sé storica in quanto sancisce un nuovo caposaldo giuridico, ovvero il principio di “sufficienza di veicolazione del messaggio mafioso da parte di una forza pubblica o politica tesa a far flettere la volontà dello stato ai propri voleri” per essere condannati. E che chi lo ha fatto debba essere interdetto ad eterniis dai pubblici uffici.
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Io questo lo chiamo doveroso buon senso applicato al diritto. Lo stigma di chi è riconosciuto colpevole deve essere preteso in uno stato di diritto per tornare a sancire quel confine netto tra “cose buone” e “cose cattive” che per troppo tempo è stato dimenticato a causa di una società che ha spostato il rigore e la morale in una zona d’ombra. A discapito delle leggi e di chi in esse crede, concedendo o, quantomeno, “permettendo” (quasi) tutto a tutti. O almeno troppo a molti. Tutte le altre polemiche lasciamole, appunto, ai personalismi egoriferiti di chi pensa di guardare il mondo guardandosi allo specchio, anziché aprendo la finestra.
(21 aprile 2018)
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