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25 aprile: “l’afascismo” specchietto per le “allodole” del clerico-fascismo

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di Vittorio Lussana

Dichiararsi “afascista” è l’ennesimo sgattaiolamento da avvocatucoli di serie B, laureatisi in Giurisprudenza perché lo volevano mamma e papà, che finisce con l’evidenziare quelle caratteristiche che contraddistinguono da sempre il peggior provincialismo italiano. Si tratta di un’impostazione che non si richiama affatto al liberalismo di Benedetto Croce o all’attualismo di Giovanni Gentile, bensì a Giovannino Guareschi, cantore di un’arcadia totalmente apolitica; a Guglielmo Giannini, inventore di un qualunquismo vociferante e plebeo; a Leo Longanesi, uno pseudoliberale mai dimentico di aver vissuto i propri anni ruggenti proprio durante il ventennio fascista.

L’individuo-folla, rilanciato dalle destre per mezzo della persuasione mediatica, non è altro che un vecchio detrito culturale del cosiddetto “soggetto atomico privato degli Horkheimer e dei Rosenberg. E la libertà reclamata a gran voce è soprattutto quella per le mere comodità corporali, dell’avversione verso il fisco o le leggi in generale, dell’insofferenza verso ogni forma di correttezza comportamentale e sociale. In breve, dell’autogiustificazione di ogni contraddizione, mimetizzata dietro alle bandiere del più vuoto propagandismo populista.

A furia di criticare tutto e tutti, in nome di un fideismo anarcoide, inclemente e demolitore ma che, in realtà, è soltanto crapulone e casareccio, le destre sovraniste dimostrano di aver smarrito, già da molto tempo, ogni contatto con la realtà, delineandosi come un magma umano in cui continua ad attecchire, pericolosamente, la diffidenza verso tutto ciò che è spontaneo o disinteressato, dedito a un sano principio di impegno civile o di volontariato sociale, come dimostrato dalla recente assoluzione delle Ong che operano nel Mediterraneo dal reato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.

In sostanza, per le destre di casa nostra, lontane intere galassie non soltanto dal socialismo rivoluzionario, ma persino da qualsiasi forma di liberalismo protestante – il quale, esattamente per questo, non può essere restauratore – qualsiasi mezzo è buono pur di sostenere l’insostenibile, senza mai rinunciare al vezzo, tutto autoreferenziale e narcisista, di deridere le idee sgradite. Ciò che riesce veramente difficile, a questo strano mondo di reazionari in doppiopetto o, quando va bene, di libertini inviperiti, è di riuscire a smettere di spacciare come nuovo conformismo la propria storica ritrosia ad accettare le scomode procedure della democrazia rappresentativa e parlamentare.

Sin dal 1993–’94, la loro bussola di orientamento ideologico è stata, unicamente, un qualunquismo piccolo-borghese immune da ogni forma di antifascismo. Come se il ventennio mussoliniano avesse rappresentato una parentesi sotto sotto assai gradita e non una iattura culturale che ha finito col fagocitare ed essiccare ogni radice autenticamente nazionalista. La loro organicità di vedute è ricavabile solamente a segmenti, ovvero tramite continue – se non infinite – selezioni tra ciò che è volgarmente retrivo o gerarchicamente immobilista e quel poco che potrebbe rappresentare un vago senso di azionismo concreto.

Insomma, dichiararsi afascisti, in termini politici, significa non tollerare le idee altrui e, al contempo, non sopportare più nemmeno le proprie, al fine di giustificare ogni duplicità, qualsiasi ambiguità. Un alibi stucchevole per poter continuare a deridere chiunque cerchi, nei limiti della situazione data – complessivamente desolante – di comportarsi da persona seria; un gusto tutto demenziale per i ghiribizzi rispetto al sudore dell’intelletto; una libertà di pensiero disancorata da ogni genere di categorizzazione culturale, tendente non a cercare soluzioni percorribili per risolvere i problemi concreti degli italiani, ma unicamente funzionale a mantenere in piedi un propagandismo perenne, basato su un’indisciplina sociale screanzata, che assimila le fandonie del passato con le frottole del presente. Una corrività alle volte addirittura scurrile spacciata, con autentica faccia di tolla, come forma di ironia british.

Buona festa della Liberazione, carissimi italiani. Con particolare riguardo verso quei pochi, pochissimi, cittadini rimasti sani di mente di fronte a un delirio ormai quotidiano, che rischia di trascinarci sempre più nel fango. Nel quale, milioni di italiani, come milioni di porci, intendono continuare a sguazzare.

 

 

(25 aprile 2024)

©gaiaitalia.com 2024 – diritti riservati, riproduzione vietata

 





 

 

 

 

 

 

 



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