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Per Putin San Pietroburgo non fu una città come le altre

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di Vanni Sgaravatti

San Pietroburgo, ex Leningrado, non è una città come le altre: il porto, le gru, i cumuli di metalli, il cielo sopra le porte d’oro, come l’area del terminal petrolifero viene chiamata, sembrano essere muti e inquietanti testimoni di tante storie di conflitti, di dolore, di un’umanità particolarmente dolente. Lotte per la sopravvivenza da parte di gente dura si sono intrecciate in questo centro di scambi commerciali tra Europa ed Asia nel Nord del pianeta.

Dopo la fine dell’Urss, è stato il gruppo criminale Tambov che emerse da guerre criminali per conquistare i monopoli del porto, ed è qui che Putin arrivò in quella fase di transizione dal socialismo al capitalismo di stato per sotterrare e poi ricomporre il tesoro della Russia, per gestire i fondi neri del Kgb, in attesa della riconquista imperiale.

Come fu Dresda, apparentemente defilata rispetto a Berlino, negli anni ’80, il teatro di operazioni della spia Putin, così lo fu San Pietroburgo rispetto a Mosca.

Con la carica di vicesindaco e grazie anche al disinteresse del Sindaco Sobcak per gli affari correnti, Putin ebbe la delega e la mano libera per gestire, manovrare e accordarsi con la malavita organizzata del porto, in quel punto dove gli scambi con l’estero e con l’Occidente, in particolare, erano intensi. Il luogo ideale per alimentare i fondi neri da quei traffici.

Dopo il crollo sovietico, i debiti delle principali imprese statali nelle ex repubbliche furono assunti dalla Russia in cambio delle loro proprietà, dichiarando, subito dopo l’acquisizione, la bancarotta e ottenere, poi, una moratoria internazionale sul complessivo debito russo.

La scelta di chi, in quel periodo di crisi finanziarie, dovesse essere pagato per la gestione di beni critici, come quelli relativi al nucleare, era considerata una questione più importante e delicata del reperimento del pane che scarseggiava. Ma i fondi utilizzati allo scopo, in realtà, venivano usati per il kgb e alimentati, come si è detto, dalla rete di aziende amiche di Putin, a cui senza trasparenza, veniva concessa l’autorizzazione alle esportazioni.

Naturalmente, per far questo, occorreva il beneplacito di Gaydar e Aven, a quel tempo. Quelli che avevano ideato e sviluppato le riforme per l’introduzione del capitalismo e che concessero a Putin il potere di scegliere le imprese da autorizzare.

Si cominciò con l’acquisizione e la vendita di depositi di terre rare per un costo di acquisizione interna di 2000 volte inferiore a quello di mercato. I prodotti esportati, a prezzi gonfiati, generarono sovraprofitti alle aziende amiche e che rimanevano all’estero, alimentando le risorse del Kgb.

Tra questi “amici”, a titolo di esempio, possiamo citare Gennady Timchenko, proprietario di parte del pacchetto azionario di imprese, tra cui la Manucor Spa, che opera anche nel milanese, che fu tra i principali alleati che beneficiarono e che poi, negli ultimi tempi, è stato costretto a rivedere alcune di quelle sue partecipazioni, in conformità con le direttive putiniane (Catherine Belton, “Gli uomini di Putin”, Edizioni La Nave di Teseo).

Si può fare un altro esempio, citando Felipe Turover, ex ufficiale kgb, che era incaricato di trovare soldi anche per pagare i debiti delle imprese della rete del Kgb, con relazioni in molti centri di potere occidentali, amico di politici come, ad esempio, in Italia, Andreotti (op. cit. Pag. 122). Oppure possiamo ricordare imprese che operavano in questo schema, come la piccola Fimaco, azienda del New Jersey che, a dispetto delle sue piccole dimensioni, gestiva miliardi di dollari.

La giustificazione addotta per la costituzione dei fondi neri si fondava sul fatto che questi servivano per pagare i conti della municipalità, che altrimenti andava in bancarotta, ma in realtà servirono per fare cassa comune (Obscak) di fondi illeciti (op. citata pag. 125) per pagare la malavita organizzata, con cui il Kgb di Putin intratteneva accordi e relazioni pericolose.

Il principale gruppo malavitoso emergente negli anni ’90 a San Pietroburgo era il gruppo Tambov, con il capo Valdimir Kumarin e con Ilya Traber, come persona rappresentante della società di riferimento monopolistica Ptk, in collegamento con il Vicesindaco Putin. Quando fu smembrata la Bmp, cioè le 200 navi della flotta del Baltico e il terminal del porto, la società del gruppo malavitoso ottenne prima il 49%, per arrivare poi alla maggioranza attraverso manipolazioni di quote e Putin assicurò alla società concessioni per la distribuzione del petrolio interno ad ambulanze, taxi, autobus della città. A presiedere e fare da filtro tra la malavita e il vicesindaco c’era Igor’ Ivanovič Sečin, politico, imprenditore ed ex agente segreto russo, poi amministratore delegato di Rosneft, la compagnia petrolifera statale russa, considerato uno stretto alleato di Vladimir Putin e spesso descritto come uno dei suoi consiglieri più conservatori. Il suo soprannome era Dart Fener.

Relazioni pericolose, tant’è vero che, in quella fase, quando l’investimento appoggiato da Putin nel nuovo terminal con prestiti della Paris Bas va in fumo, muoiono agenti e gli accordi tra Traber e Putin sono messi a dura prova. Muore il figlio di Igor Secin e lo stesso Putin manda le figlie in Germania, per il rischio di azioni di ritorsione (Op. cit)

Quello fu l’origine di un’espansione in Europa, di quella rete di “prestanome di Stato” che investì anche l’Italia. Molto tempo dopo, infatti, Mosca, passando da Lussemburgo, mise un piede in Pirelli. Nel Forum economico di San Pietroburgo, il 24 maggio 2014, sotto lo sguardo di Vladimir Putin, l’amministratore delegato di Pirelli, Marco Tronchetti Provera e Secin allora il numero uno di Rosneft (compagnia petrolifera russa controllata in maggioranza dal governo) condivisero i relativi accordi. A latere, inoltre, Rosneft, attraverso una sua società, acquistò una quota corrispondente al 13% delle azioni della multinazionale italiana. Questo per un costo dell’operazione di 552,7 milioni di euro. Sechin entrò come amministratore indipendente nel consiglio di amministrazione di Pirelli, carica mantenuta fino al 2016.

Ma, tornando alle origini, per descrivere il clima di allora, si può ricordare quando Timcenko, socio di Pannikov, chiese aiuto a Putin, perché non riusciva ad entrare nel business del terminal monopolizzato da Traber per conto del Tambov.

La scena è quella raccontata da Belton nel suo reportage e sembra un film. L’imprenditore convocato per investire nel porto, prima di arrivare in Comune, viene portato da Traber, che gli si presenta con una catena al collo, guardie di corpo e minacce mafiose, per poi essere ricevuto in una stanza più consona il giorno dopo dal Socio d’affari di Traber, Sarikov, alla presenza di Putin, del direttore del catasto e ad un altro socio di Traber, Kigin, il nerd che andava a sciare, il cui padre era il rappresentante del pugile Vasilev, capo di un’altra organizzazione criminale con cui Traber aveva fatto una tregua.

Putin promosse allora nuovi accordi: la raffineria Kirisi dell’imprenditore e degli amici di Putin prende nel cda Kumarin del Tambov, rifornisce il terminal, con uno sviluppo assicurato dalla partecipazione della banca Dresden di Mathias Warnig, l’amico dei tempi della Germania est di Putin e della banca sovietica di Vienna di Andrey Akimov, che aveva lavorato con Primakov del Kgb (op. cit. pag. 134).

I rifornimenti dalla raffineria erano assicurati da Putin ai fuorilegge che si arricchivano con i cambi di valuta e la prostituzione e che, dal Kgb erano considerati la loro fanteria, fonti preziose di informazioni. Quella criminalità, inoltre, riciclava denaro proveniente dal traffico di droga colombiano, attraverso un’altra società immobiliare, Spag, in cui Putin risultò essere nel consiglio di consulenti, nonostante i suoi successivi tentativi di cancellare il suo passato sanpietroburghese, come testimoniò l’agente Jurij Svec ad un tribunale inglese (op. cit. pag. 131 e pag. 136).

Sono trame non solo riportate nel reportage di Belton, ma anche oggetto delle inchieste promosse dalla deputata Marina Sal’Je.

Le linee del KGB erano ormai esplicitamente e fortemente contro il comunismo, che secondo loro, li aveva traditi in Afghanistan e il commercio tramite contratti di barter, petrolio versus zucchero, peraltro mai arrivato, alimentava le risorse necessarie alla rivincita.

Vladimir Jakunin rimpiangeva le certezze del comunismo sovietico, ma abbracciò il nuovo capitalismo se questo poteva far risorgere la Russia. Insieme a fisici contrabbandava tecnologie ebbe il permesso da un generale di commerciare in microchip, isotopi per laser e industrie spaziali e con 24 milioni di euro si impossessò della famosa Rossija bank, diretta dal comitato rapporti con l’estero di Putin (op. cit. pag. 140). Pochi anni più tardi, dopo l’elezione di Putin a presidente nel 2000, la banca Rossiya, quella del tempo di San Pietroburgo, fino ad allora poco conosciuta, ha iniziato ad accumulare un impero commerciale con interessi nei media, nelle telecomunicazioni, nel settore immobiliare e nel turismo.

I reporter hanno scoperto decine di società interconnesse legate a Bank Rossiya che utilizzano lo stesso dominio LLCInvest.ru. Esse detengono beni per un valore di almeno 4,5 miliardi di dollari. Molti di questi asset, tra cui un imponente palazzo sul Mar Nero, sono stati collegati a Putin in precedenti indagini, ma finora non si sapeva che fossero collegati tra loro. Sebbene le società operino in ambiti molto diversi, le e-mail trapelate mostrano alcuni dipendenti discutere di affari comuni tra le aziende, come se facessero parte di un unico sistema. Le società hanno diversi proprietari, tra cui ricchi banchieri e oligarchi, ma anche figli di amici di Putin e persino la sua presunta amante. «Il gruppo assomiglia a una cooperativa o a un’associazione, in cui i membri possono scambiarsi benefici e proprietà», afferma un esperto di corruzione in Russia”.

Le minacce, all’epoca dell’emergere della banca di Putin del porto di San Pietroburgo, come si può ben immaginare erano la prassi. Michael Manevic direttore dipartimento proprietà del Porto Comune tentò di far riprendere la maggioranza del Terminal al Comune, ma venne ucciso da un cecchino, mentre Sevcenko minacciò di tagliare la testa ad un funzionario se continuava ad andare in porto a chiedere che Lloyd’s certificasse i conti finanziari.

Quando Putin venne accusato di sottrazione di fondi, perché lo zucchero oggetto del contratto di barter era scomparso, Sobcak il sindaco lo difese. Proprio quel Sindaco, che, tempo dopo, dopo aver osato parlare di questi traffici e della spartizione della flotta del mar Baltico morì, nella stanza di un Hotel in Francia, vicino a quella occupata da un uomo dell’ex Kgb. E la morte di Sobcak, dell’uomo che difese Putin, fu fatta risalire da molti al suo protetto. Ovviamente prove evidenti e certe del coinvolgimento di Putin non se ne trovarono, ma quando fu intervistata la moglie di Sobcak su chi fosse il mandante della morte di suo marito, lei rispose che non poteva rispondere, visto che le sue figlie abitavano troppo vicino al Fsb russo (op. cit.).  In realtà l’eliminazione di Sobcak era stata favorita anche per le sue intenzioni di verificare i traffici dell’entourage di Eltsin e questo rappresentava un serio problema per loro. Un ambiente in cui Putin voleva accreditarsi, in vista della sua carriera. Ma, per fare capire il profilo di una vera spia, Putin non parlò mai esplicitamente in modo negativo del proprio capo Sobcak di fronte all’entourage di Eltsin, consapevole probabilmente che, se anche nel momento, fosse stato utile per eliminare un loro pericoloso avversario, lui sarebbe dovuto comunque risultare, per il futuro al Cremlino, solo un fedele gregario di un capo.

Putin fa carriera, va a Mosca e parallelamente costruisce un luogo recintato di dacie riservato al gruppo di suoi amici al confine con la Finlandia (Gruppo Ozero). Nonostante la contrapposizione di Cubjas, Putin viene nominato capo del Dipartimento delle proprietà, anche se queste erano già sparite e fa una carriera straordinaria: 7 mesi dopo diventa capo del controllo dell’attuazione delle decisioni politiche, dopo un anno vicecapo di gabinetto presidenziale e dopo 3 mesi, capo del Fsb, pur essendo solo tenente colonnello e non generale.

Putin aveva ripulito il suo passato a Leningrado, ma era comunque osteggiato da Jurij Sutov, ex vice Sobcak, che lo accusava degli accordi compromettenti di petrolio in cambio di cibo mai registrato, di privatizzazioni senza controlli e di legami con il gruppo Tambov. Ma, guarda caso, Sutov fu prima accusato di 4 omicidi e dopo una breve scarcerazione dal tribunale locale, fu di nuovo arrestato e mandato nella colonia penale più dura Belij Lebed (op. cit. pag. 147). E così accadde a Andrej Korcagin funzionario amico di Sutov che parlò dei legami di Putin col Tambov, mentre Galina Starovojtova, l’attivista dei diritti umani che aveva rifiutato il lavoro proposto da Putin, fu uccisa. Aveva un dossier sulle persone di San Pietroburgo e Traber disse: “Perché diavolo si è messa a ficcare il naso” (op. cit.  pag. 148). A quel punto, Putin, da Mosca, con un dipartimento del patrimonio vuoto, avviò anche la fase di recupero di risorse inizialmente affidate agli “oligarchi” o meglio sarebbe dire, cleptocrati. Timcenko, amico fidato di Putin, in rapporto con uomini di Traber, occupa Gazprom, e si riprende, per conto dell’Fsb, le risorse di altri oligarchi. Non fu altrettanto facile farlo con persone come Chodorkovskij il più ricco e abbastanza autonomo dal Fsb.

Ma questa è un’altra storia.

All’epoca del rientro di Putin a Mosca, una sera, poco dopo il crollo finanziario che dell’agosto del 1998, un piccolo gruppo di agenti del KGB ed un americano si incontrarono per una cena privata. Tra loro c’era l’ex direttore del KGB Krjuuckov, l’ex direttore della sicurezza del KGB di Monaco Eringer che faceva il doppio gioco come informatore dell’FBI, Prelin segretario di krjuuckov e professore di Putin all’accademia di spionaggio Bandiera Rossa. Prelin disse agli altri ospiti: “conosciamo una persona, non ne avete mai sentito parlare non vi diremo chi è, ma è uno di noi e quando diventerà presidente noi saremo tornati” (op. cit.).

In conclusione: dall’orfanotrofio in cui era cresciuto con il mito del padre che aveva combattuto come spia contro i nazisti ed era morto, dall’accademia per KGB in cui aveva fatto tutto per entrare, l’uomo Putin, fedele alla madre imperiale Russia, indipendentemente dall’ideologia, passò ai traffici illeciti legati al terrorismo di Dresda, all’accumulo dei fondi neri per finanziare corruzione e destabilizzazione in Occidente, ai rapporti con la malavita organizzata nella giungla di San Pietroburgo alla ripresa del potere a favore della cerchia degli uomini di Putin, ex Kgb.

L’uomo è il rappresentante di una cultura tipica di una certa Russia di quella pazienza strategica che attende il momento opportuno, convinti di seguire un destino plurisecolare, tragico per qualcuno, fatale per qualcun altro. È il linguaggio di guerra e pace. Cultura ignota a chi spera in una pace come strumento di difesa delle comfort zone. Ed è in questo contesto in cui si torna a promuovere, come sempre, la cancellazione dell’esistenza di un Ucraina indipendente, per poter confermare l’esistenza di un impero. E questa è una storia russa, indipendente dalle seduzioni del sistema occidentale capitalista, con dirigenti che non furono antagonisti provocatori rappresentanti della Nato, ma semmai complici collusi.

 

(18 aprile 2024)

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